Oscar Best foreign language film. Un passo indietro, magari in terra straniera.

Ammetto che parlare della categoria Miglior Film Straniero, o per essere più corretti Miglior film in lingua straniera (Academy Award for Best Foreign Language) non è semplicissimo. Il mio primo ricordo di questo Oscar in particolare è legato all’edizione del 1999. Come dimenticarla? Roberto Benigni saltellò di poltrona in poltrona per ricevere il Premio al Miglior film Straniero dalle mani di un’emozionata Sofia Loren, acceso d’entusiasmo come un bambino alle parole:“ And the Oscar goes to…Robertooooo!!!”. Questa nomination l’ho sempre vista come quella più imprevedibile, dove conta poco il premio a Cannes vinto l’anno prima, la polemica politica o le somiglianze vere o presunte con il miglior film in generale. La mia convinzione, ovviamente parziale, è che questo Oscar vada a premiare, non solo un film in quanto opera artistica, ma la sua intrinseca capacità di tratteggiare le qualità più folkloristiche, identitarie e antropologiche della nazione presentata, aspetti riconoscibili nello stile, nell’inquadramento storico prescelto nello script e persino nei cliché, di cui un regista (emergente o autore affermato) diviene designato portavoce nella notte delle stelle.

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20.01 Federico Fellini

Il Viaggio di G. Mastorna, un viaggio nell’Aldila a testamento della sua grandezza e della sua personalità e del percorso che avrebbe fatto Fellini dopo…“morto”.

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Nel Marzo del 1970 il maestro della spoken word Gil Scott-Heron, voce della controcultura americana di quegli anni e profeta del popolo nero che sta cercando di far sentire la sua voce nell’America WASP, è in un night club di New York per una delle classiche serate a microfono aperto del Giovedì in cui musicisti ed intellettuali vanno in scena per farsi conoscere e per trovare la loro dimensione nel contesto culturale cittadino.

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