Aquaman È La Celebrazione Della Libertà Del Raccontare

L’ Aquaman di James Wan è, a buon diritto, la prima sorpresa di questo Gennaio 2019 al cinema e, soprattutto, può inaspettatamente costituire un’ottima base da cui la DC può far ripartire il suo universo narrativo nel tentativo di creare qualcosa che, più che rivaleggiare con il MCU, possa porsi come alternativa originale attraverso cui possa essere declinato il concetto di narrazione supereroistica al cinema.

È necessario, tuttavia, precisare brevemente il terreno su cui andremo ad organizzare le nostre riflessioni, così da non incorrere in fraintendimenti.

Di fronte a noi non c’è un film perfetto, questo è prevedibile, ma non c’è neanche un film dalla qualità così elevata come sembrerebbe dopo aver letto queste righe. Di fronte a noi c’è, piuttosto, un intero mondo narrativo, meglio ancora un intero meccanismo produttivo che sta modificando la sua natura, la sua strada, film dopo film nel tentativo di trovare la forma più confacente al suo essere. Ciò che si valuta, paradossalmente dunque, ogniqualvolta si approccia un prodotto DC, è solo superficialmente la sua qualità intrinseca, la qualità del singolo progetto, quanto piuttosto la natura della linea creativa, del percorso che quello stesso progetto contribuisce a costruire in seno al DCEU. Solo affrontato da questo punto di vista, il film di Wan rappresenta dunque un netto passo in avanti nello sviluppo concettuale dell’universo cinematografico Dc, solo da questo punto di vista, è possibile soprassedere sui suoi numerosi, a volte gravi, difetti, su cui si tornerà.

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Still dal film “Aquaman”

Con Aquaman, in buona sostanza, la Dc sembra aver compreso i propri errori progettuali compiuti fino a questo momento ed il film è il prodotto di una serie di passi indietro compiuti dalla casa madre e dalla produzione.

Tutto si gioca, in particolare, su due di essi: la regia non sembra più essere contenuta, controllata, trattenuta da qualche eminenza grigia che, nel tentativo di guidare dall’interno, come farebbe uno showrunner le fila narrative e stilistiche del DCEU impedisce che l’autorialità della firma alle spalle del singolo film emerga; al contempo, forse per la prima dopo anni, si sceglie di organizzare l’intero tessuto tematico e stilistico del film attorno al suo protagonista, in un discorso che, goffamente, certo, ma non senza ambizione, sembra voler riverberare quanto fatto dalla Marvel attorno a Black Panther.

Aquaman è dunque eccessivo, veloce, tracotante, ironico, costantemente in bilico tra l’epica maestosità e il kitsch più sboccato come l’eroe da cui prende il titolo. E l’elemento più interessante in questo senso è che film, dimensione stilistica e interiorità del protagonista si compenetrano alla perfezione nel momento in cui a te spettatore diventa chiaro che per approcciare un film del genere è necessario un livello di lettura ulteriore che procede di pari passo con la sospensione dell’incredulità.

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Still dal film “Aquaman”

Si parte dal riconoscere in sostanza quanto Aquaman modelli lo spazio attorno a sé al fine di inserirsi in un campo da gioco con regole tutte sue, uno spazio in cui il viaggio dell’eroe che ha al centro Arthur Curry sia il più sghembo e goffo mai concepiti per il modo in cui proprio Aquaman finisce per rapportarsi alla sua condizione di eroe (che tende, prima che a rifiutare, a desacralizzare in ogni modo possibile), eppure riesca a conservare in sé una scintilla di delicatezza, di cuore, di epica, nel momento in cui raggiunge il suo compimento. Sulla stessa linea, si potrebbe anche riflettere sul mondo vero e proprio in cui la storia è ambientata, una dimensione che riecheggia di spunti Shakesperiani, per certi versi aulica, viene costantemente, più che negata, messa tra parentesi, ricalibrata, grazie ad elementi che ne rimettono in discussione la natura profonda, come l’immagine certamente discutibile di squali da combattimento cavalcati dai forzuti guerrieri senza paura di Atlantide (tanto per fare un esempio tra tanti).  E tuttavia ci troviamo anche di fronte ad uno spazio che è in continuo e costante mutamento, che spinge quasi al limite questa volontà di non dotarsi di una precisa guida dall’alto arrivando ad accogliere qualsiasi input possibile dall’esterno, quasi senza processarlo, utilizzando come discrimine solo la sua effettiva utilità nella creazione del mondo narrativo. Ed è così che Aquaman fa suoi materiali provenienti dal Pinocchio di Collodi, dal mito di Atlantide così come è stato portato in scena dalla Disney, dal mito di Re Artù, da Ercole.

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Still dal film “Aquaman”

La benzina che muove Aquaman sembra essere dunque il puro piacere del raccontare, meglio ancora, la celebrazione di una libertà ritrovata nel racconto (e non è un caso che lo script sia stato affidato a quel Geoff Johns che Aquaman ha contribuito a rilanciarlo nella splendida saga dedicata alla Fossa, che qui, guarda caso, viene citata in alcuni passaggi fondamentali), ed è tuttavia ancora più curioso notare quanto la regia si rapporti a questa storia in costante ebollizione, pronta evidentemente ad esplodere da un momento all’altro agendo a metà tra un canalizzatore, un meccanismo di controllo dello storytelling che si incarica di far andare tutti gli spunti del racconto in una sola direzione e un catalizzatore dello stesso. Se da un lato la regia di Wan è straordinariamente solida, consapevole della materia che sta gestendo, del target di riferimento a cui si sta rivolgendo il suo film, della linea che si desidera intraprendere con il progetto, dall’altro la mano del regista di The Conjuring non può fare a meno di assecondare, a tratti, l’aspetto volutamente eccessivo che anima il film, lanciandosi dunque in alcune delle sequenze action più promettenti viste finora in un film Dc, nei suoi proverbiali piani sequenza e, soprattutto, nell’organizzazione di un ultimo atto in cui coniuga alla perfezione quel sentimento epico e quella linea fuori controllo che sembrano essere le fondamenta dell’ultima creatura Dc.

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Still dal film “Aquaman”

Il punto, semmai, è che spesso alle parti in gioco sfugge la mano, a volte è difficile distinguere il trash dall’eccesso ricercato, altre volte la mole di input sullo schermo tende a farsi stucchevole, a tratti un’idea che agli occhi dei creativi doveva risultare efficace risulta oggettivamente fuori senso o addirittura ridicola. È dunque necessario, ancora, tornare a prendere le misure, meglio ancora, continuare a farlo nel tentativo di limare con ancor più precisione i tratti di un universo narrativo chiaramente in divenire ma la base, ora, c’è, a differenza di quanto fatto in passato. Abbiamo tra le nostre mani uno straordinario blockbuster d’intrattenimento in cui la libertà creativa è tornata centrale, questo, forse, è ciò che conta davvero. Ora non resta che risalire.

Alessio Baronci

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