Mortal Engines O Sulla Superficialità

Probabilmente Mortal Engines costituisce, almeno sul piano visivo, tematico e contenutistico uno dei primi chiodi sulla bara dello Young Adult al cinema, un sottogenere che dopo i fasti di prodotti quali la saga di Harry Potter, Animali Fantastici, Hunger Games o Maze Runner, nel momento in cui passa per le mani di una mente creativa debole e a tratti addirittura pigra, mostra tutti i suoi limiti. Bisogna, tuttavia, essere abbastanza abili a leggere tra le righe di un prodotto del genere per comprenderne tutte le sue implicazioni e la reale posizione che questi occupa all’interno del mercato e nel sistema film/spettatore.

È un film ambiguo Mortal Engines, presentato fin dalla campagna marketing come l’erede di saghe quali Il Signore Degli Anelli che mischia sapientemente le atmosfere steampunk alle atmosfere di franchise quali Star Wars e Mad Max, in realtà il film di Christian Rivers, se spogliato dall’impatto visivo che alcune sequenze (veramente poche a ben guardare, forse soltanto il prologo e alcuni spunti dell’ultimo atto) hanno sugli spettatori più suscettibili, complice anche la cornice della sala cinematografica che tende naturalmente ad amplificare gli input visivi che raggiungono il pubblico è senza alcun dubbio un prodotto ben più debole di quanto voglia apparire in realtà. Molto ci dice, tra l’altro, in questo senso, la presenza tra i produttori esecutivi di quel Peter Jackson che anni fa portò su schermo e adattò splendidamente per il cinema il mondo di Tolkien.

Jackson viene presentato dal marketing come vero e proprio garante della qualità del primo capitolo di questo nuovo franchise young adult al cinema ma, al netto dei fatti, appare chiaro quanto egli sia considerato dal team creativo alle spalle di Mortal Engines a metà tra una coperta di Linus e un oggetto a suo modo apotropaico. È, in fondo, il film stesso che ci trasmette continuamente quest’idea a patto che siamo pronti ad ascoltarlo.

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Still dal film “Mortal Engines”

Christian Rivers vorrebbe essere l’erede di Jackson (che qui dirige un paio di sequenze e che di fatto conosce Rivers dai tempi di The Lord Of The Rings, divenendone quasi suo maestro, mentore), ma non ci riesce. Prevedibile, d’accordo, vuoi perché per girare e pensare una scena come Peter Jackson o sei lui o ti prendi del tempo per diventare lui, per studiare, per riflettere sul filmico, sul materiale di partenza, sui metodi migliori per trasporre all’interno della dimensione visiva un intero universo letterario (in fondo, con buona probabilità il senso profondo e la bellezza del suo cinema più riuscito è tutta lì), ma vuoi anche perché il materiale alla base di Mortal Engines non brilla in originalità e, se preso così com’è, non sembra oggettivamente sfruttare lui per primo il fascino del mondo narrativo in cui la storia si inserisce.

Il problema, tuttavia, è che Rivers pare accontentarsi di questa mediocrità che sembra innervare il film fin dalla prima inquadratura. Quasi fosse convinto che alla pellicola basta la benedizione di Jackson per emergere, per essere memorabile agli occhi dello spettatore e del mercato gestisce la sua regia da un lato tentando di inseguire l’approccio visivo tipico di Peter Jackson (riuscendo però solo in un pigro scimmiottamento dello stesso), dall’altro muovendosi all’interno di uno stile visivo assolutamente anonimo, che punta più alla sicurezza, alla chiarezza espositiva, che alla lettura autoriale di una mitologia, di un universo che è prima di qualsiasi altra cosa visivo. Per poco meno di due ore lo spettatore non fa altro che confrontarsi con una banale amalgama di input visivi che aggrediscono lo spettatore senza essere processati nel modo migliore dalla regia, che evidentemente ignora quanto proprio il contatto proficuo tra dimensioni culturali differenti, tutte aventi come base di riferimento quella letteraria, sia il punto di partenza per avere la certezza che il tuo progetto di impianto Young Adult (o fantasy, o fantascientifico) abbia un’anima, abbia, in effetti, qualcosa da dire. Anzi, a ben guardare, proprio la presenza di un proficuo rapporto tra immaginari ha salvato spesso film altrimenti assolutamente anonimi come il King Arthur di Guy Ritchie o il terzo capitolo del franchise di Maze Runner.

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Still dal film “Mortal Engines”

Proprio l’assenza di una regia dal piglio deciso e autoriale è l’elemento che fa deflagrare tutto il film che, non sostenuto da un impianto visivo solido e profondo, lascia scoperti, evidenti, tutti i suoi meccanismi narrativi classici, che nessuno in sede di scrittura ha provato a rileggere, potenziare, per certi versi ad amplificare attraverso lo storytelling cinematografico (o, perché no? anche a ribaltare, ignorando la “versione” del testo di partenza) e che, proprio per questo, appaiono come vuote strutture di significato fisse assimilabili a veri e propri cliché (il giovane coprotagonista/spalla comica, la protagonista femminile orfana impegnata nel suo percorso dell’eroe, l’antagonista despota, l’impianto da distopia con tutto ciò che esso comporta in termini di contenuto e tematiche) facenti parte di un sistema narrativo confuso e farraginoso. Anche in questo caso, sul versante della pura narrazione, il team creativo sembra adagiarsi nella mediocrità del loro prodotto, nella medietas di un film che, a loro dire, avrà successo perché semplice, visivamente d’impatto per il pubblico medio e benedetto da colui che ha rivoluzionato il fantasy al cinema ormai quasi vent’anni fa.

E magari hanno anche ragione, magari il pubblico medio che in questi giorni affollerà le sale apprezzerà in qualche modo un film così privo di sovrastrutture, letture ulteriori oltre a quelle evidenti, visivamente accattivante (sebbene molto meno di quanto avrebbe dovuto essere), mediocre ma user friendly come Mortal Engines, peccato che per gli spettatori più avvertiti il film di Rivers apparirà un prodotto assolutamente vuoto, svogliato, banale, privo di una vera e propria anima e di un percorso di ricerca attorno al racconto o all’immaginario di riferimento che lo sostenga. La sensazione è che ci troviamo di fronte ad un progetto nato dalla fretta e che a causa della fretta, dalla distrazione, dalla superficialità è stato profondamente danneggiato nel suo essere e nella sua identità. La speranza, l’unica a questo punto è che l’eventuale sequel che proseguirà il racconto nasca sotto ben altri auspici.

Alessio Baronci

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