Colette, L’Inghilterra E La Corsa Agli Oscar

A cadenza quasi annuale, l’Inghilterra si lancia nella corsa agli Oscar sviluppando un prodotto che, in maniera quasi imprescindibile si caratterizza per alcuni elementi ricorrenti: il mai troppo velato impegno sociale, l’impostazione generale che spesso incarna gli stilemi del biopic, le parti principali affidate, nella maggior parte dei casi, agli attori più in voga e quotati del roster britannico. Si punta a vincere uno qualsiasi degli Oscar maggiori ma è abbastanza chiaro che il vero obiettivo che si prefiggono progetti di questo tipo è quello di battere gli americani sul loro terreno, soffiandogli, di fatto, una delle statuette più importanti nella competizione in cui gioco forza la fanno da padroni fin dalla sua istituzione.

Il punto centrale della questione, tuttavia, è che le pellicole riconducibili a questa tendenza (perché di vera e propria tendenza produttiva e di mercato si tratta), salvo qualche rara eccezione (forse solo Darkest Hour?) si rivelano progetti dignitosi ma privi di carattere, eminentemente leggeri, ben realizzati ma incapaci di lasciare qualcosa di davvero pregnante, un qualsiasi spunto di riflessione degno di nota allo spettatore che si confronta con essi.

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Still dal film “Colette”

Basta poco ad un occhio attento per comprendere quanto Colette, biopic Made In Uk dedicato ad una delle più grandi scrittrici e intellettuali francesi del ‘900 possa essere ricondotto con estrema facilità a questa macrocategoria del cinema contemporaneo.

Alla regia c’è Walsh Westmoreland, che ha fatto del suo senso estetico e della ricerca costante dell’eleganza del visivo una delle cifre distintive del suo stile, al suo primo film in solitaria dopo la morte del suo compagno di vita e di lavoro Roger Glatzer nel 2015 (l’ultimo film diretto da entrambi fu Still Alice). Nei panni di Colette c’è Keira Knightley, in quello che a tutti gli effetti dovrebbe essere il ruolo della maturità e tuttavia inserita in un contesto che potrebbe dare adito a incomprensioni o eccessive sovrastrutture, dato che ci stiamo confrontando con un’attrice spesso impiegata in produzioni funzionali di questo tipo (pensiamo a The Imitation Game).

Paradossalmente, tuttavia, proprio nella regia di Westmoreland e nell’approccio alla scena della Knightley risiedono gli elementi più interessanti di un film come Colette. Prevedibilmente il film si regge sulla performance della Knightley stessa, che sembra voler sfruttare l’arco di evoluzione del proprio personaggio per esplorare i limiti e i versanti verso cui può spingere la sua arte recitativa. Letteralmente la Knightley parte da ciò che lei (e di conseguenza il suo pubblico) conosce meglio in rapporto al suo essere attrice (il ruolo in costume) per indagare con il procedere della narrazione aspetti quali i recessi del suo stesso corpo, la padronanza del gesto, la sua sensualità, il rapporto con una coreografia, presentandosi di fatto a chi la guarda, a fine film, come un’attrice matura, straordinariamente consapevole della sua identità, della sua fisicità, del suo potenziale, chiaramente pronta a considerare il suo ruolo in Colette il nuovo punto di riferimento da cui partire ogniqualvolta si ritroverà a confrontarsi con una nuova identità in scena, con un nuovo personaggio. Su un ulteriore versante creativo l’approccio di Westmoreland al contesto, al genere e al personaggio di Colette (e dopotutto è sua anche la sceneggiatura) sembra essere votato alla costante ricerca di un’elevazione estetica del visivo e del racconto. Ed è così dunque che Colette trasuda eleganza e delicatezza. Si parte dalla cura nei costumi, si arriva fino ai dettagli legati al contesto storico della Belle Epoque in cui la storia si ambienta, passando per il costante inseguimento della suggestione visiva, dell’inquadratura ricercata, del taglio di luce più adatto a sottolineare una determinata sequenza. All’interno della dimensione puramente narrativa, questa ricerca sembra concretizzarsi attorno alla volontà di creare uno storytelling coeso che catturi il fascino, la dignità e l’anima della scrittrice francese, senza scadere in facili sensazionalismi e che, soprattutto, risulti di forte presa sul grande pubblico.

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Still dal film “Colette”

Colette si dimostra essere dunque un prodotto perfettamente all’interno di quel contesto produttivo e creativo in cui si sviluppa, un biopic solido, privo di particolari sbavature, che non indugia in straordinarie furbizie per accattivarsi il favore del pubblico, ma proprio questo tessuto profondo legato ad un’eccessiva programmazione, al desiderio di creare un film funzionale a qualcosa, che di fatto sostiene l’intero progetto è anche il primo e più profondo limite della pellicola di Westmoreland. Ad uno sguardo più attento, l’elegante edificio concepito da regia, sceneggiatura e cast mostra chiaramente le sue crepe. Colette si sostiene prima di tutto su un fastidioso didascalismo, che rende ogni svolta del film, ogni spunto tematico, evidente, spiegato e definito dalle parole dei personaggi, quasi che un film del genere debba essere davvero per tutti anche per quanto riguarda la sua comprensione, che però in questo modo si rivela fastidiosamente univoca. Ed in realtà, a ben guardare, è evidente che la maggior parte dei problemi il film li ha proprio se si analizza nel dettaglio il suo storytelling: elegante, rispettoso nei confronti di Colette, questo senz’altro, ma al contempo straordinariamente ordinario, semplice, privo di particolari guizzi, capace di ridurre un’evoluzione così complessa come quella della scrittrice francese ad una serie di quadri dalla qualità di scrittura altalenante, e soprattutto, di entrare nel vivo della sua evoluzione solo nell’ultimo atto. Il progetto di Westmoreland non riesce dunque a nascondere la sua natura di film di cassetta e d’occasione, intrinsecamente artefatto. Malgrado si sforzi tantissimo di dimostrarsi degno di una narrazione di ampio respiro raramente il film compie un salto davvero autoriale, raramente lo spettatore si ritrova a confrontarsi con una scrittura che trasmetta un’idea, una lettura originale o quantomeno personale della scrittrice francese e a chi guarda non resta che entrare in contatto con un prodotto assolutamente ben fatto ma per certi versi vuoto, capace di regalare emozioni durante la narrazione per poi rivelarsi effimero all’uscita della sala. Prevedibile, ma resta il dispiacere per l’occasione mancata di Keira Knightley, che ha regalato una delle sue performance migliori ad un film così profondamente privo di forza.

Alessio Baronci

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