Bohemian Rhapsody – I Queen tra fanservice e mancanza di coraggio.

Bohemian Rhapsody si apre sul volto seminascosto di Freddie Mercury la mattina del 13 luglio 1985, giorno in cui lui, Brain May, Roger Taylor e John Deacon si esibirono per venti indimenticabili minuti al Wembley Stadium di Londra, in occasione del concerto Live Aid. Un evento che rappresentò, per i Queen, l’apice della loro carriera, una delle loro esibizioni più travolgenti, trionfali e sentite, LA performance che sancì il mito definitivo e immortale del loro frontman.

Grattando appena la superficie di questo film diretto da Bryan Singer (ma in realtà concluso da Dexter Fletcher) però, si può facilmente intravedere come l’intera operazione sia stata costruita soprattutto per soddisfare le aspettative di quei fan cresciuti ascoltando a tutto volume le canzoni della band e accontentare quanti di loro volevano vedere una pellicola sviluppata attorno al mito di Mercury, senza scalfirne troppo l’immagine positiva.

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Still dal film “Bohemian Rapsody”

I pareri e i commenti social letti un po’ ovunque non fanno che confermare quanto Bohemian Rhapsody sia un film che fondamentalmente riverbera l’idea a cui il fan (che è anche lo spettatore medio) è rimasto fedelmente legato, e ciò a discapito (proprio per il senso di attaccamento consolidatosi attorno al mito Freddie Mercury) del contesto creativo in cui la musica dei Queen è nata, dell’epoca e della “realtà biografica” a cui il film dice di ispirarsi. Non che ci sia qualcosa di male in questo. I problemi però si rintracciano nella modalità dell’intero processo produttivo (che ha visto la consulenza di May e Taylor), nelle scelte creative e nello sviluppo dello screenplay, tanto che il risultato è per forza di cose timoroso rispetto all’aurea iconica e popolare di Mercury, quanto sbagliato nella resa. Ma procediamo con ordine.

Bohemian Rapsody non aggiunge nulla di nuovo e non offre alcuna chiave di lettura per raccontare il personaggio o azzardare una chiave di lettura più complessa, che possa almeno giustificare le varie licenze artistiche apportate in fase di sceneggiatura. Non osa mai. Anzi, dietro la facciata mimetica e perfettamente ricalcata sugli originali, tutto sembra costruito ad hoc per far entrare lo spettatore in una confort zone mentale funzionale a distrarlo con una colonna sonora martellante, divertirlo, farlo cantare e battere le mani al ritmo di We will rock you o We are the Champions senza troppi pensieri; a discapito della realtà dei fatti (spesso inaccurati). Il Freddie Mercury delineato nella pellicola deve corrispondere all’eroe positivo voluto dalla fanbase e tanto basta: non a caso, è descritto come il genio buono, tormentato e ribelle che alla fine vince, trova riscatto nella consapevolezza di essere diventato una leggenda, il performer che nei Queen trova una famiglia e che crea arte per la gente e per l’amore che lo ispira, nonostante un destino segnato dalla malattia.

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Still dal film “Bohemian Rapsody”

Il film vive esclusivamente sul montaggio delle esibizioni live e di banali parentesi narrative, che dovrebbero mostrare il privato “vero” e intimo di Mercury, ma in realtà appaiono come i passaggi più superficiali e (paradossalmente) offensivi possibili per la sua immagine. La scrittura distrugge la realtà storica sul personaggio per farsi stereotipato percorso di formazione tipico della rock star maledetta che abbiamo visto tante volte (esaltazione/caduta e rinascita). Farrokh Bulsara (prima di cambiare nome) è un giovane parsi in cerca d’identità, ha un rapporto conflittuale con il padre, che lo vorrebbe realizzato in qualcosa di buono, e capisce la sua strada perché (casualmente) vede esibirsi la band in un locale. Una volta creatosi il gruppo, i quattro cominciano a riscontrare successi, a sperimentare (pensiamo solo all’evoluzione della band, ai suoi passaggi cruciali quando diedero vita all’album A Night at the Opera) trovando presto il favore della gente nonostante l’opposizione di un produttore laido, bifolco e poco lungimirante. Alla fama e all’amore appassionato per la moglie (figura positiva, bella e pulita) segue, per Freddie, la scoperta dell’omosessualità (chissà perché quando un camionista entra nel bagno di una squallida stazione di servizio) che subito lo porta a cambiare look e stile. C’è la fase in cui la sua natura “fuori dalle regole” lo porta a cadere nei più svariati eccessi (posti doverosamente “fuori campo”) e si lascia influenzare da un amico/amante truffaldino che lo porta a decidere di abbandonare la band per una carriera da solista. E poi l’Hiv (opportunamente anticipata di qualche anno), la riappacificazione con amici e famiglia, l’amore vero ritrovato e il grande concerto per concludere con lacrime facili e applausi assicurati. Tutti aspetti trattati in modo convenzionale e ricattatorio, perfettamente comprensibile nel quadro di un’operazione commerciale furba e priva di coraggio nel modo in cui limita e spreca il potenziale offerto dalla fredda cronaca.

Peccato, perchè Bohemian Rhapsody sarebbe potuto essere davvero un bel film sui Queen, rispetto a questo racconto confuso e indeciso su quale strada portare avanti (appunto se la band o il singolo). Davvero un peccato, perché le parti in cui Freddie, Brian, Roger e John interagiscono, parlano, creano musica e discutono sono ben scritte, piacevoli e brillanti; piccole luci dentro un operazione commerciale che fa della superficie, del coinvolgimento elementare e del richiamo sonoro delle canzoni la propria ragion d’essere.

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Still dal film “Bohemian Rapsody”

Difficile stabilire quanto la lunga e travagliata gestazione e il licenziamento di Singer abbiano influito o se le cose sarebbero andate diversamente con un regista diverso da Fletcher. Chissà. Forse staremo parlando di un altro film meno confuso e con più coraggio. Forse avremo visto un film straordinario, magari con una regia più energica e consapevole e meno difetti d’impostazione. Forse bastava poco.

Per lo spettatore più distratto e affezionato resterà certamente un film appagante, commovente, perdonabile nei suoi difetti, ma di cui non ricorderà nulla una volta passati i titoli di coda (solo l’effetto Tale e quale di certe scene). Per chi non ama i Queen sarà un titolo da evitare, vista l’evidenza di assistere ad un film pensato solo per parlare alla pancia del pubblico. Per chi cerca un buon biopic, probabilmente, resterà una grandiosa occasione mancata, un film sbagliato e inutile. Perché al di là degli ottimi attori (con Remi Malek praticamene già al Dolby Theater, anche se impossibilitato a cogliere l’essenza del personaggio che interpreta), del racconto corale (ovvero i momenti in cui sono protagonisti i Queen) e della resa delle esibizioni, con un finale emozionante che gioca facile sul richiamo emotivo della musica, Bohemian Rapsody è un film per le masse che non offre nulla di rilevante o di davvero memorabile.

Laura Sciarretta

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