Tutti lo sanno: la verità e le sue vittime

Tutto comincia con gli ingranaggi del grande, vecchio orologio di un campanile: qualche uccello svolazza all’interno, scorgiamo alcuni graffiti, ma nessuna presenza umana si muove tra i pezzi, logori e cigolanti, del meccanismo che continua a scandire lo scorrere del tempo, implacabile. E si passa alle immagini, ancora più enigmatiche e inquietanti, di un paio di mani che ritagliano articoli su un caso di cronaca, il rapimento di una ragazza. Bastano questi primi brani del nuovo film di Asghar Farhadi ad avvisarci, a metterci in guardia nei confronti della parte che segue: dove, apparentemente, la (messa in) scena e il racconto sono quelli di una riunione di famiglia (troppo) felice, in un paesino agricolo della Spagna. Un matrimonio, una grande festa, un ritrovo di parenti e generazioni lontani nel tempo e nello spazio. Musica, balli, vitalità sfogata e quasi sfoggiata, ma soprattutto relazioni che sembrano (rin)saldate tanto dall’arcaico legame con la terra quanto, e ancora di più, dalla condivisione di ricordi e sentimenti vecchi e nuovi. Ma c’è ben altro, dietro e dentro: lo sappiamo noi, già messi in allarme dalle prime sequenze (e da altri piccoli indizi disseminati in seguito), e lo sanno i personaggi. Tutti lo sanno, come vuole il titolo del film: dietro l’idillio da grande famiglia antica-moderna si nasconde qualcosa, legato proprio al tempo che passa e che ricopre segreti, conflitti e rancori, ma non li cancella. Lo spartiacque, non a caso, sarà un altro rapimento, casus belli a partire dal quale ogni (precario) equilibrio verrà rotto, irrimediabilmente.

Ma il film stesso, come la sequenza del matrimonio nella parte iniziale, nasconde e svela un volto ulteriore. La nuova fatica del regista iraniano non è solo un tesissimo giallo familiare e la seconda trasferta europea di un autore che, con l’ultimo Oscar assegnatogli, ha fatto del proprio sofferto umanesimo cosmopolita una bandiera politica, oltre che artistica. Tutti lo sanno è anche, e soprattutto, la nuova e significativa variazione su un tema che si conferma, tanto più con quest’opera, filo conduttore dolorosamente imprescindibile nella poetica del regista-sceneggiatore. Questo tema portante, questo filo conduttore, è la verità: la sua presenza-assenza ingombrante nel vissuto dei singoli e delle comunità, la sua ricerca spesso ossessiva, comunque mai pacifica e pacificante.

Se gettiamo uno sguardo retrospettivo sulla filmografia di Farhadi, ci accorgiamo infatti di come la verità non detta, indagata, pretesa, rivelata e frammentata nella congerie dei punti di vista sia spesso un dato, il dato centrale: la verità inattingibile e quella indicibile che informavano il dramma di About Elly, la verità contraddittoriamente, babelicamente plurale di Una separazione, la verità tormentosamente (forse vanamente) inseguita, e pagata con l’emergere di ben più gravi verità su se stessi, de Il Cliente. Da quest’ultimo, Tutti lo sanno riprende la struttura dell’indagine al confine col thriller in cui è calato il dilemma della e sulla verità: ma qui, a differenza che nel Cliente, il respiro del racconto torna ad essere corale. Tutti lo sanno è un affresco collettivo, dove la “famiglia” e il “paese” d’origine (due realtà-entità contrastanti ma inevitabilmente contaminate) sono i terreni problematici dove si misura il peso della e delle verità, non dette ma sospettate, diffuse ma deformate, rivelate ma non controllate. Segreti grandi e piccoli, confessati o inconfessabili, gravano su ogni personaggio, così come ogni fatto, ogni elemento (gesto, parola, volto) di realtà è inesorabilmente esposto al coro dei sospetti e delle interpretazioni che lo relativizzano, corrodendolo e rosicchiandolo da una parte e dall’altra.

Alla luce di tutto questo, se dovessimo identificare i limiti della nuova parabola sulla verità offertaci da Farhadi, potremmo dire che l’intreccio di personaggi e prospettive è (ancora una volta) distante dai vertici raggiunti nel capolavoro Una separazione: la scrittura dello sceneggiatore e lo sguardo del regista non riescono, come invece era accaduto all’epoca, a definire ed esplorare ogni figura-tassello del dramma con pari nitore e attenzione. Alcuni personaggi e risvolti che avrebbero meritato un approfondimento maggiore vengono trascurati o accantonati per strada, messi in attesa fin troppo a lungo, anche per le legittime esigenze di depistaggio e sorpresa dell’intreccio giallo. E, da questo punto di vista, Farhadi riesce senz’altro a costruire un dispositivo di tensione e suspense efficace, anche nell’uso dell’ambientazione rurale-mediterranea, con le sue chiese antiche, le sue ville spaziose, i suoi vigneti che celano e svelano sguardi, le sue strade isolate tra baracche e torrenti. Ma, dove il giallo-thriller guadagna, sembra perdere qualcosa proprio il cuore poetico-drammatico dell’opera, almeno rispetto agli apici di profondità plurivoca, sociale e psicologica a un tempo, di cui si è già dimostrato capace Farhadi.

Ciò comunque non basta a eclissare il fascino e la validità del film, che dimostra ancora una volta le doti di drammaturgo e direttore d’interpreti dell’autore. Basti guardare al terzetto cui sono dedicati più spazio e cura, quello formato da Laura (Penélope Cruz), dal marito di lei Alejandro (Ricardo Darin) e da Paco (Javier Bardem): triangolo assolutamente distante dai cliché della classica formula “lui, lei, l’altro” buona, se non per tutte, per troppe commedie e tragedie. Farhadi evita sapientemente ogni stereotipo e costruisce dei protagonisti vivi e mai scontati nel loro progressivo svelarsi e interagire, tra l’angosciata, disperata solitudine di Laura, il contrasto fra energia e impotenza di Paco, la controversa quanto sincera religiosità di Alejandro. Allo stesso modo gli attori, e in particolare le due star internazionali, risultano intensi e affiatati come in altre prove (da soli o in coppia), ma senza replicare banalmente se stessi: lavorando qui soprattutto sulla dialettica tra compressione ed esplosione dei sentimenti, sulle sottili ambiguità nella fragilità, sulla distanza fisica e psicologica che delude e soffoca ogni tensione al contatto e all’apertura reciproci.

Proprio nel percorso di questi (e altri) personaggi del nuovo dramma congegnato e filmato da Farhadi, sta allora il senso più profondo dell’inquieto film-affresco sulla verità: la consapevolezza più grave che emerge, infatti (al di là della soluzione del mistero principale), è quella del fallimento (l’ennesimo, nel discorso di Farhadi) dell’afflato alla convivenza armoniosa tra le persone, o della vana e vanitosa bugia che rischia di sembrare quest’ultima. Ancora una volta, nel cinema delle verità parziali e conflittuali amaramente messe in scena e in relazione dall’autore, viene sconfitto il tentativo di conciliare i poli incandescenti che regolano e dividono la vita comune degli uomini: il passato e il presente, le ambizioni individuali e gli equilibri sociali, gli affetti e gli interessi, la colpa e il riscatto. E le vittime di questa mancata conciliazione sono, ancora una volta, tutti quanti, senza indulgenze ed eccezioni: i rapitori come i rapiti, i mariti come gli amanti, i genitori come i figli, i vecchi patriarchi falliti come gli ex sottoposti diventati nuovi padroni. Nel frattempo, l’ennesima verità si fa strada a chiudere emblematicamente il film, rivelazione tutt’altro che risolutiva, luce che occulta anziché svelare, lasciandoci ancora una volta con più incertezze e dubbi che risposte. Tutti, forse, sapranno anche stavolta, ma non per questo ci sentiremo meglio.

Emanuele Bucci

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