#RomaFF13 – Stan e Ollie – Il biopic, la fine e l’amicizia oltre lo schermo

Nella primissima scena li sentiamo parlare, Stan e Ollie, dopo aver riconosciuto le famose bombette appoggiate su uno specchio. Chiacchierano del più e del meno e pianificano la scena da girare (sono in pausa dalle riprese del film I fanciulli del West del 1937) seduti uno affianco all’altro. Il primo propone, l’altro commenta. Stan è la mente, il creativo, l’artista insofferente al controllo dei produttori (di lì a poco Hal Roch, stufo delle sue continue intemperanze, non gli rinnoverà il contratto) che aspira al riconoscimento professionale del suo talento (come solo Charlie Chaplin è risuscito a fare, realizzando film per conto suo). Oliver, invece, è il braccio, il più estroverso, l’amante della bellezza, delle donne e del gioco, un buontempone con molti divorzi alle spalle e in procinto di risposarsi (con Lucille, la donna a cui resterà legato fino alla morte). Nei loro trent’anni di carriera hanno realizzato più di 100 film insieme, conquistato una fama senza precedenti per un duo e sono tutt’oggi gli esponenti di una comicità in cui la complementarità degli opposti è il segno riconoscibile (“C’è sempre uno stupido al quale non accade mai niente, e un furbo che in realtà è il più stupido di tutti.” per citare le parole tratte da una celebre intervista ad Hardy).

Piccola parentesi.

Quando ci si appresta a trattare un film del genere, è un po’ come giocare col fuoco. Per chi decide di provarci è quantomai necessario avere la consapevolezza di ciò che si vuole fare con  il materiale di partenza (vedi qui), soprattutto per via di quelle trappole infide che inevitabilmente ti si pongono davanti. La possibilità di fare qualcosa di buono deriva essenzialmente dalla capacità o meno di quel regista/sceneggiatore di filtrare la cronaca e offrire una lettura d’autore su quel dato personaggio e intessere un determinato dialogo nell’ambito del contesto ricettivo con i fan o lo spettatore nostalgico (quel pubblico che conosce a mena dito vita morte e miracoli della persona). C’è chi prova a compiere un coraggioso processo di decostruzione, se non di annientamento vero e proprio, dell’aurea iconica della persona che si sta raccontando (come avviene nell’anti-biopic) oppure, nella stragrande maggioranza dei casi, si lascia mano libera al divo di turno o al regista desideroso di dar sfoggio alle proprie istanze estetiche che però sacrifica il potenziale del soggetto per un film vuoto, edulcorato e privo di convinzione. In quest’ultimo caso non resta altro da fare che incrociare le dita perché 2 su 3 avremo a che fare con un’opera il cui fine principale è regalare una nomination all’attore/attrice protagonista senza che dietro vi sia una specifica volontà su dove direzionare il processo creativo e ci si limita ad un’agiografia senz’anima.

Il regista J.S. Baird lo sa bene, capisce che fare i compiti a casa con due icone così imponenti non basta, così decide di optare per una strada convenzionale ma assai più intelligente di quanto non appaia.

Partiamo col dire che Stan e Ollie si muove attraverso una composizione ordinata e rispettosa, mantenendo un tono leggero e insegue smaccatamente la piacevole comicità delle gag originali dei due artisti, spesso replicandole alla perfezione e con estremo rispetto. Eppure, dove sarebbe stato facile appoggiarsi alla risata e alla mera riproposizione del buffo (come vediamo nelle repliche della visita in ospedale o quella del saloon tratta da I fanciulli del West), Baird inserisce un senso di malinconia e decadimento che ben li racconta attraverso la loro arte e ne rievoca un momento che non fa parte dell’epoca d’oro del cinema, bensì il loro “viale del tramonto”.

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Still dal film “Stan e Ollie”

Dopo aver toccato l’apice del successo, sedici anni dopo (rispetto a quanto mostrato nell’incipit) li ritroviamo impegnati in una tournée teatrale in Inghilterra, con la speranza di tornare alla ribalta grazie ad un nuovo film sulle avventure di Robin Hood. Ma il tempo si fa terribilmente sentire, il cinema è andato avanti con nuovi comici, loro sono invecchiati e il pubblico se li ricorda a mala pena. Hanno sessant’anni, la salute non è più quella di prima (Oliver ha un ginocchio dolente e un cuore troppo debole); forse è arrivato il momento di timbrare il cartellino e di prendere strade diverse.

Il film li rappresenta come due divi che si aggrappano alla comicità vecchia ma sempre vitale e unica, all’ammiccamento e al sogno del cinema e per fortuna lo fa senza edulcorare mai il presente, sottolinea l’illusorietà dei gloria passata e la difficoltà di far ridere la gente come una volta (ad esempio, come in un patetico tentativo di accattivarsi le simpatie della segretaria per poter parlare con il produttore). Visti da fuori, Stan e Oliver sono due maschere vecchie e stanche, fuori moda, non hanno richieste, né denaro sufficiente per prodursi il grande ritorno in sala. Riescono a strappare applausi persino mentre stanno vivendo una situazione scomoda, drammatica, magari durante un momento di sfogo, o meglio ancora mentre un durissimo litigio si consuma in pubblico. Il loro (diciamo così) rilancio sul palcoscenico è positivo e riesce ad attirare curiosità, ma non ha nulla a che vedere con la gloria passata.

Se da un lato Baird non può fare a meno di esaltarne il ricordo e il mito iconico dei due comici, da un altro costruisce una cornice non troppo artefatta dove i caratteri antitetici dei due uomini dialogano, si confrontano, discutono fino ad arrivare al punto del litigio, della crisi e, solo dopo essersi guardati in faccia e specchiati nell’immagine dell’altro, possono accettare il presente senza rimpianti. Perché le incertezze, le incomprensioni e i sensi di colpa contano quanto la stima e la reciproca fiducia. Stan ammette di essersi sentito tradito quando Oliver recitò come protagonista per Hal Roach nella pellicola Zenobia (unico film realizzato in solitario), invece di rescindere il contratto e sostenerlo a seguito del licenziamento. Oliver gli rimprovera una volta per tutte di aver sempre sopportato il suo atteggiamento insofferente ai compromessi, di averlo sempre appoggiato e di aver accettato ogni sua idea e presa di posizione, piegandosi spesso alle sue esigenze, mentre lui non si è mai preoccupato delle necessità del partner.

Proprio qui Stan e Ollie si dimostra riuscito. Perché nonostante sappiamo già che nel momento più difficile si ritroveranno, che la fedeltà reciproca avrà la meglio, il tutto è narrato in modo credibile, attento e realistico. Entrambi dichiarano e accettano con serenità i propri limiti e debolezze, si confrontano e crescono. Non solo Oliver con il suo corpo troppo stanco e debilitato, non nasconde mai i vizi e le difficoltà personali, anche Stan rivela le proprie insicurezze confessando di non essere in grado di lavorare con un altro partner, l’unico che davvero lo completa artisticamente (“Non può esserci Laurel senza Hardy“)e nonostante la pellicola resterà relegata in un colorato e finto “sogno a occhi aperti”, avranno comunque l’occasione di concedersi un degno canto del cigno, vissuto dentro e fuori dal palcoscenico, tra commozione e solidarietà, tra una gag e un’ultimo balletto e lo sguardo d’intesa prima del commiato dallo spettacolo e dal pubblico che li applaude ancora una volta. Arrivati all’ultima scena è davvero difficile non emozionarsi di fronte ad un Oliver affaticato e stanco ma deciso ad onorare il mestiere fino in fondo mentre Stan gli asciuga la fronte, chiedendogli preoccupato se preferisce fermarsi. Basterebbe solo questo momento per rendere l’idea del legame che li unisce, un rapporto in cui non sono mancate amarezze e delusioni, certo, ma è stato e rimarrà reale, tangibile e dannatamente sincero.

Still dal film “Stan e Ollie”

Qualcuno dirà che Stan e Ollie è un film poco incisivo e che a fare il grosso del lavoro ci pensano i bravi e affiatati Steve Coogan e John C. Reilly, e in parte è vero. La scrittura forse si perde dietro a qualche ingenuità e tra luci e ombre preferisce non calcare mai la mano su queste ultime. La messa in scena risulta eccessivamente televisiva, eppure il lavoro di Baird convince perché sa muoversi tra finzione e ricostruzione storica, racconta due grandi protagonisti del cinema e scava con rispetto nella loro intimità (vissuta, tra l’altro, in stretto contatto con le proprie mogli) attraverso scelte non banali e mantenendo un tono dolceamaro e affettuoso che diverte e tocca le giuste corde emotive pur addolcendo l’amarezza insita nella narrazione.

Stan e Ollie si dimostra così un biopic classico ma impeccabile, un piccolo e commovente omaggio al mestiere dello straordinario duo comico ma soprattutto la storia di un’amicizia vera, condivisa oltre lo schermo e capace di sopravvivere nel tempo.

Laura Sciarretta

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