#RomaFF13 – Stan e Ollie – Il biopic, la fine e l’amicizia oltre lo schermo

Stan e Ollie (o Stanlio e Ollio se preferite) sono in pausa durante le riprese di I fanciulli del West del 1937. Seduti uno affianco all’altro parlano del più e del meno, si scambiano qualche confidenza e pianificano la prossima scena da girare. Il primo propone, l’altro risponde e lo completa. Stan è la mente, il creativo, l’artista insofferente al controllo dei produttori (di lì a poco Hal Roch, stufo delle sue continue intemperanze, non gli rinnoverà il contratto). Il genio che aspira al riconoscimento professionale del suo talento (come solo Charlie Chaplin è risuscito a fare, realizzando film per conto suo). Oliver è il braccio, quello estroverso e accomodante, che ama il gioco e le donne (molte, vista la lunga collezione di matrimoni e divorzi) ed è in procinto di risposarsi ancora, con Lucille, a cui resterà legato fino alla morte. Loro sono gli esponenti di uno stile di comicità che ha fatto la storia del cinema attraverso il genere slapstick  e uno stile basato proprio sulla complementarità degli opposti (“C’è sempre uno stupido al quale non accade mai niente, e un furbo che in realtà è il più stupido di tutti.” per citare le parole tratte da una celebre intervista ad Hardy). Hanno costruito una carriera lunga 30 anni con più di 100 film insieme e hanno raggiunto una fama senza precedenti per un duo comico, ma mai nessuno aveva tentato di raccontarli in un biopic per il grande schermo. E poi sono arrivati Jon S. Baird, Steve Coogan e John. Reilly.

Prima di affrontare più nel dettaglio la recensione su Stan e Ollie è necessario capire di cosa parliamo quando l’argomento riguarda il genere biopic, che anche quest’anno si conferma genere di indiscusso interesse per gli addetti del settore, oltre che per il pubblico (pensiamo solo all’imminente Bohemian Rapsody o al Jan Palach visto qui a Roma)

Trattare un tema del genere è un po’ come giocare col fuoco. Per chi decide di provarci è quantomai necessario avere la consapevolezza di ciò che si vuole fare con il materiale di partenza (vedi qui), è facile cadere nelle trappole infide dell’agiografia o della pellicola furba e priva di carattere. Le produzioni danno mano libera al divo di turno o al regista desideroso di dar sfoggio alle proprie istanze estetiche sacrificando però quello il potenziale del soggetto. Per fortuna, c’è chi prova a compiere un coraggioso processo di decostruzione sul genere, sovvertendo i topos e operando una sorta di ridimensionamento dell’aurea e dello status iconico del personaggio in questione (come avviene nell’anti-biopic) e chi si affida alle regole classiche riuscendo però a gestire il racconto emozionale della vicenda senza scomporsi, filtrando il discorso di base con una riflessione in grado di sviare dalla tipica resa stucchevole e televisiva, dalle semplificazioni e dalle disattenzioni nella scrittura. Tutto questo per dire che, in questo caso, il regista J.S. Baird è riuscito a realizzare biopic accessibile, emozionante e di facile presa ma schivando ogni deriva seguendo un cammino di rara finezza e intelligenza.

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Still dal film “Stan e Ollie”

Stan e Ollie si muove su un tono leggero, rispettoso e retorico. Omaggia la comicità dei due artisti ricostruendo alla perfezione le celebri gag per cui i fan li ricordano ancora oggi, ma dietro la risata, l’aspetto accomodante e la canonicità della resa, Baird ci parla di quel momento in cui la fama è solo un lontano ricordo e il mito si trasforma in una sorta di spettro ingombrante da cui non riesci più a uscire, una maschera pirandelliana che ti resta addosso anche nelle vita vera.

Dopo un incipit che li vede all’apice del successo, con un salto temporale di circa sedici anni, ritroviamo i due protagonisti impegnati in una tournée teatrale in Inghilterra per rilanciarsi di fronte al grande pubblico e poter realizzare un film sulle avventure di Robin Hood. Peccato che il tempo si faccia terribilmente sentire, che il cinema abbia trovato nuove voci, che loro sono più vecchi, più stanchi e fragili nel fisico (soprattuto Oliver) e che qualcosa nel passato sembra aver incrinato la loro amicizia, nonostante le apparenze e la complicità. La malinconia e il senso di decadenza che pervade il film sono perfettamente funzionali nel descrivere un viale del tramonto composto di rimpianti, di acciacchi e illusioni. Persino la comicità, l’elemento buffo viene spesso traslato in un senso di amarezza, come è ben visibile nelle gag improvvisate in pubblico.

Se da un lato Baird non può fare a meno di esaltarne il mito, l’aurea iconica, le loro celebri esibizioni, allo stesso tempo costruisce un discorso mai banale sul declino delle icone ed espone un’amara riflessione sulla natura ambigua e duale dell’arte. Proprio la comicità, la recitazione, il genio creativo che ha dato successo alla coppia sembra relegarli in uno stato di perenne finzione, come se non riuscissero mai ad uscire completamente dal personaggio, agendo inconsapevolmente come i loro alter ego o in situazioni fortemente drammatiche, come un gesto di stizza o il duro litigio tra i due, scambiate dal pubblico come la messa in scena di una gag studiata a tavolino.

La presa di coscienza sul declino artistico della loro carriera e sulla crisi conduce Stan e Oliver ad affrontarsi, ad ammettere pubblicamente i loro rimpianti e i non detti di una vita: Stan dirà di essersi sentito tradito quando Oliver prese parte al film Zenobia continuando a lavorare per Roach, mentre quest’ultimo dirà di aver sopportato il suo atteggiamento insofferente ai compromessi, piegandosi ad ogni esigenza che solo lui era in grado di rispettare. Accade dunque che la leggerezza e la positività bonaria dei due personaggi lascia spazio sempre più inesorabilmente al dolore, alla disillusione e alla possibilità sempre più concreta di abbandonare il sogno del cinema (un colorato e finto “sogno a occhi aperti”), di interrompere un sodalizio oramai incrinato e timbrare il cartellino definitivamente.

Il ritratto intimo che ne viene fuori è quello di una coppia di artisti in cui sono proprio la fragilità e la debolezza gli aspetti cardini. Senza lasciarsi ingannare dall’aspetto curato ed elegante della forma, Stan e Ollie è un film che parla di fine, di rinunce e della precarietà del mestiere dell’attore (Oliver con il suo fisico debilitato, pesante e sofferente; Stan bloccato dall’incertezza e dall’ammissione di non poter lavorare con un altro partner) e lo fa evitando di scadere nel patetismo a buon mercato. Coadiuvato dall’incredibile lavoro mimetico di due interpreti eccezionali e affiatati come Steve Coogan e Joh C. Reilly, Baird salta tutti quegli ostacoli che impediscono ai biopic più convenzionali di fare il passo nella direzione giusta, trova la giusta misura in ogni occasione e riesce a raccontarci una storia di amicizia sincera e profondamente vera.

Arrivati all’ultima scena è davvero difficile non emozionarsi di fronte ad un Oliver affaticato e sudato, ma deciso ad onorare l’impegno fino all’ultimo sforzo mentre Stan gli asciuga la fronte, chiedendogli preoccupato se preferisce fermarsi trattenendo le lacrime. Basterebbe solo questo piccolo istante vissuto dai personaggi dietro le quinte per capire dove spesso biopic più furbi melensi falliscono: Baird non teme di raccontare Stan e Oliver nei loro aspetti meno idilliaci e umani, non si sente schiacciato dal rispetto (dovuto) verso ciò che il duo comico ha rappresentato per generazioni di cinefili e spettatori affezionati, anzi si muove nella maniera più ottimale esponendo la storia senza appoggiarsi su comode consolazioni e dosa la retorica al punto giusto. Perché in fondo anche se in Stan e Ollie non manca l’amarezza, è altrettanto vero quanto quel legame tangibile e dannatamente sincero porti entrambi a scendere a patti con i loro desideri, di lasciarsi alle spalle rimpianti e tradimenti e ballare insieme ancora una volta.

Still dal film “Stan e Ollie”

Qualcuno dirà che Stan e Ollie è un film poco incisivo, convenzionale, in cui a fare il grosso del lavoro ci pensano Coogan e Reilly, ma raramente si è visto un biopic così delicato, equilibrato nel recupero e nella riproposizione delle gag, così attento ai caratteri dei personaggi (persino quelli all’apparenza secondari, come le mogli dei protagonisti, donne antitetiche tanto quanto i mariti, sempre ben presenti e fondamentali per entrambi) seppur attraverso messa in scena formalmente ordinata, tradizionale, ma tutt’altro che televisiva. Il lavoro di Baird dunque convince nel modo in cui ha saputo muoversi tra finzione e ricostruzione storica, tra ritratto privato e riflessione sull’arte, sposando un tono affettuoso e sapientemente retorico che diverte, scalda il cuore ed emoziona con sobrietà anche quello spettatore che non ha mai visto e forse mai apprezzato troppo un film di Stan e Oliver.

Stan e Ollie è il migliore esempio di come un buon biopic va fatto, un piccolo grande omaggio al cinema e soprattutto la storia di un’amicizia vera, condivisa oltre lo schermo e capace di sopravvivere nonostante il tempo e il declino di due icone immortali.

Laura Sciarretta

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