#RomaFF13 – Hot Summer Nights – Il Romanzo Di Formazione E Le Sue Insicurezze

Siamo all’inizio degli anni ’90 e il giovanissimo Daniel viene mandato dalla madre a passare l’estate dalla zia a Cape Cod nel tentativo di placare le arie di ribellione che cominciano a turbare il suo animo. Peccato che il cambio d’ambiente faccia, irrimediabilmente, peggiorare la situazione. Dopo aver sconfitto la prevedibile insicurezza iniziale Daniel conosce Hunter Strawberry, sorta di bullo dal cuore tenero, bello e dannato che è anche un piccolo, ma popolare, spacciatore alla ricerca del salto di qualità che porti il suo buisness ad un livello superiore. I due entrano quindi in società, assaporano ricchezza e successo, Daniel si innamora della sorella del suo socio in affari e, di fatto, finisce per affrontare l’apice e la parte conclusiva del suo percorso verso l’età adulta venendo plasmato nel profondo da quel sottobosco criminale così affascinante ma al contempo evidentemente troppo grande per lui.

Hot Summer Nights, l’opera prima di Elyjah Bynum avrebbe potuto essere il Risky Buisness degli anni ’10, diciamo “avrebbe potuto” perché basta in realtà poco per capire che l’esordio di Bynum, malgrado sia ricchissimo di potenziale, malgrado sia animato da una passione sincera per i suoi personaggi e per la storia che racconta, è in realtà letteralmente zavorrato da quel campionario di difetti tipici che, spesso, impediscono proprio alle opere prime di schiudersi coraggiosamente a chi guarda in tutta la loro ricchezza di significati e tematiche.

In buona sostanza, Hot Summer Nights sembra essere dunque un progetto profondamente in conflitto con la sua anima profonda, che finisce per permettere alle sue stesse insicurezze di puntellare i suoi elementi essenziali finendo per danneggiare il suo contatto con lo spettatore. Bynum sembra intraprendere un percorso di ricerca particolarmente interessante nel momento in cui tematizza l’adolescente americano di quegli anni focalizzandosi soprattutto sulla sua ricerca di affermazione e di emancipazione a tutti i costi che va di pari passo con una marcata forza autodistruttiva che lo anima e dunque spingendosi fino a popolare il suo film di personaggi, tutti solamente evocati dal narratore interno, più simili a evanescenti fantasmi o a convitati di pietra, che, proprio in adolescenza si sono dovuti confrontare con eventi traumatici che, spesso, li hanno addirittura condotti alla morte. Proprio questo felicissimo (sebbene opinabile) percorso che lega adolescenza e pulsione autodistruttiva, la crescita e il rapporto nichilista con la società è al centro dei momenti e delle soluzioni di scrittura più interessanti di tutta la pellicola. La regia sembra avere, infatti, la lucidità e la faccia tosta di giocare tra questa sua pista tematica e la forma attraverso cui le argomentazioni vengono portate in scena, trasformando, a tratti, Hot Summer Nights in una versione di uno qualsiasi dei romanzi di Bret Easton Ellis in cui i suoi giovani mid-twenties irrequieti, incoscienti, affamati di vita, e al contempo autodistruttivi sono sostituiti da adolescenti e liceali. La carica eversiva, l’umorismo nero, la frenesia di alcuni passaggi, la critica sociale, si equivalgono in tutto e per tutto.

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Stil dal film “Hot Summer Nights”

Purtroppo questo approccio così fresco, così (almeno apparentemente) coraggioso al romanzo di formazione, finisce per scemare con l’andare avanti del racconto. È un po’ come se Bynum avesse paura di andare fino in fondo con le argomentazioni, è come se temesse che un approccio così aggressivo in qualche modo possa nuocere al film e dunque, più di una volta, finisce, letteralmente, per rimangiarsi gran parte dei discorsi che ha sviluppato fino ad un momento prima.

Hot Summer Nights è un progetto costellato da insicurezze e passi indietro. Il nichilismo e il black humour che puntellano il racconto perdono mordente in un ultimo atto visivamente suggestivo ma insapore, consolatorio, non necessario, che finisce, prevedibilmente, per negare le premesse profonde che lo hanno sviluppato; la storyline sembra voler abbandonare per strada, appena possibile, le promettenti (sebbene confuse) fondamenta da thriller noir su cui si sviluppa preferendo la via del più melenso (e sicuro) teen movie fatto di innamoramenti, delicatezza, sussurri, gesti leggeri tra giovani amanti; le suggestioni, le interessanti sovrastrutture che complicano la materia del racconto, che aprono il progetto a interpretazioni ulteriori che si percepiscono nella prima parte del film, nella seconda parte e verso l’epilogo lasciano il posto ad un fastidioso didascalismo a tutti i costi. All’insicurezza formale, argomentativa e tematica, corrisponde, tra l’altro una profonda insicurezza stilistica, con la regia che si allontana ben presto da soluzioni visive originali per affidarsi ad una sorta di tradizione visiva consolidata, spingendosi fino a citare il lavoro di chi, prima di lui, ha portato in scena film con tematiche simili (Roger Avary e Aaron Sorkin su tutti).

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Still dal film “Hot Summer Nights”

Hot Summer Nights è dunque un passo falso che dispiace definire tale. Rimane la fiducia che il progetto di Bynum sia stato banalmente danneggiato dall’insicurezza del principiante e che egli possa tornare quanto prima a mettersi alla prova con un film più compiuto, gli elementi che possano portare a qualcosa di grande (la curiosità indagatoria dell’autore, la gestione degli attori, molte intuizioni visive da sviluppare) ci sono, in fondo, tutte.

Alessio Baronci

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