#RomaFF13 – Boy Erased – Vite Cancellate

Tratto dal romanzo autobiografico di Garrard Conley, Boy Erased viene presentato nel programma ufficiale di questa tredicesima edizione della Festa del cinema di Roma a pochi giorni da The Miseducation of Cameron Post, altra pellicola che affrontava una tematica delicata e abbastanza rilevante, ovvero delle terapie di riconversione sessuale e la messa in scena di cosa avviene all’interno dei centri di recupero “per guarire” a favore di una sana vita eterosessuale. Luoghi tuttora operanti negli Stati Uniti d’America che, secondo una stima indicata dalle didascalie finali accolgono circa 70.000 tra ragazzi e ragazze, costretti a sottoporsi ad una cura pericolosa e priva di fondamento.

Jared è il classico bravo ragazzo, responsabile, giudizioso, lo studente modello in procinto di partire per il college, il  figlio che ogni genitore guarderebbe con orgoglio. Il padre è un predicatore battista che gestisce anche un impresa di autosalone. La madre una parrucchiera devota alla vita coniugale e al ruolo ricoperto dal marito nella comunità. Una telefonata anonima però insinua il dubbio dell’omosessualità di Jared e dopo l’ammissione del ragazzo, i genitori decidono di internarlo dentro una struttura, proposta da alcuni membri anziani della comunità battista, per essere sottoposto ad un percorso terapeutico di riconversione sessuale. Costretto ad accettare una situazione che si dimostra sempre più ingiusta e priva di alcuno scopo riabilitativo. Jared subisce di fatto un processo di cura che non ha alcuna validità ma che dovrà per forza portare avanti se vuole uscire dal centro, accettando quanto gli viene imposto dai metodi coercitivi, dal condizionamento psicologico e dagli assurdi manuali pregni del fanatismo religioso più becero e retrogrado del medico-rieducatore Stryker, capo della struttura (che porta il nome di Love in Action).

Insomma immaginate se qualcuno vi dicesse che siete sbagliati, che ciò che amate, ciò che fate è contro natura e senza che voi lo abbiate chiesto foste costretti a seguire una terapia per “curarvi” solo perchè siete socialmente inaccettabili per la comunità. Dovete cambiare, obbedire e dare ragione a chi pensa di guarirvi perchè come siete non va bene e di fatto siete costretti a negare voi stessi ed essere privati della libertà. Proprio su questo Boy Erased cerca di metterci in guardia. Considerando le recenti trasformazioni legate al tessuto politico e sociale degli Stati Uniti, nello specifico il riaffacciarsi di ideologie oscurantiste, intolleranti e omofobe nei confronti delle comunità LGBT, sostenitrici dell’ala repubblicana più estremista, populista e reazionaria (lo stesso vicepresidente Mike Pence è noto per aver finanziato alcuni centri di riconversione simili) che sta prendendo sempre più piede tanto lì, quanto nel resto del mondo, risulta abbastanza facile comprendere come mai siano giunti alla nostra attenzione due pellicole inerenti sul tema. Verrebbe da pensare che il cinema americano, nelle sue diverse accezioni (quello liberal progressista e impegnata e quello più indipendente e low budget), voglia fare il punto della situazione, lanciare un monito a quegli spettatori che ignorano o (magari) giustificano l’esistenza e l’assoluta veridicità sulla medicina riabilitativa qui indicata e che ritengono che determinati istinti debbano essere mortificati e cambiati secondo “la natura”. Per lo meno chi ancora vede nell’omosessualità, un peccato inaccettabile e contrario agli insegnamenti biblici, una malattia, una scelta deviata e frutto di comportamenti promiscui, cattiva educazione, condizioni ambientali difficili e traumi precoci.

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Still dal film “Boy Erased”

Certamente è ammirevole che un’opera dotata di un parterre d’attori di richiamo e di una personalità come quella di Joel Edgerton (bravissimo interprete qui al suo secondo film da regista) voglia far riflettere sui pericoli della discriminazione e che nel farlo getti la luce sugli orrori commessi in nome della fede e del profitto sulla pelle di tanti giovani. La forza di una tesi si può misurare sull’esposizione, su quanto ciò che viene detto tocchi o meno lo spettatore e su come riesca a farlo entrare dentro la questione portandolo in modo attivo a ripensare al problema una volta uscito dalla sala. ed è qui che si gioca il valore e la necessità di un film come Boy Erased.

Il percorso di autoanalisi compiuto da Jared non conduce ad una ridiscussione della sua identità, perché non vi è nulla di malato in lui o negli altri ragazzi. Per salvarsi dall’internamento è allora necessario mentire, convincersi di dover guarire o fingere che la cura dia dei frutti, ma c’è chi non è in grado e subisce vere e proprie torture come atti di pentimento, morte rinascita (come vediamo nella scena del finto funerale su un ragazzo picchiato e vessato), “psicodramma” privi di validità, o peggio. La messa in scena invisibile, mai urlata ma costantemente opprimente di Edgerton serve appunto a restituire il senso di frustrazione e tensione vissuto dal protagonista, non soltanto nelle stanze algide e soffocanti del centro Love in Action, ma in modo ancor più disturbante in quegli ambienti domestici in cui si dovrebbe percepire la sicurezza, la libertà di esprimere sé stessi senza paura, ma che di fatto svelano penombre, cedimenti morali e ipocrisie della propria famiglia. Proprio il timore di perdere l’amore paterno è il fattore che porta Jared a piegarsi e dover mettere la sua identità in discussione, arrivando però ad affermare sé stesso senza paura nonostante le vessazioni.

Bisogna ammettere che in tutto questo Edgerton compie un lavoro ammirevole e in continuità formale con quanto dimostrato con l’esordio di The Gift: una costruzione lineare, in cui si alternano spesso dei flashback contestualizzati al presente; le venature thriller che offrono un’atmosfera tesissima e priva di vie d’uscite; ottima gestione di un cast che lo ripaga alla grande, in cui tutti fanno il loro dovere dando risonanza al più retorico ed esemplare dei dialoghi senza strafare.

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Still dal film “Boy Erased”

I pregi di Edgerton sono riscontrabili ed evidenti tanto dietro la macchina da presa, quando sullo schermo dove si ritaglia lo sgradevole ruolo del terapeuta mellifluo e tirannico. Lucas Hedges, già lanciato sulla scena indipendente da pellicole come Manchester by The Sea e Ben is Back, regala una prova trattenuta che ben restituisce il percorso sofferto e frustrante del protagonista mentre Russell Crowe e Nicole Kidman brillano nei panni dei due genitori, che risultano probabilmente le figure più complesse e lacerate della storia, rispetto ad un quadro di umanità che, per quanto convincente, resta piuttosto marcato nel differenziare buoni dai cattivi.

Proprio ripensando ai personaggi e alla loro evoluzione, nel modo in cui prendono coscienza sugli abusi della struttura e sul reale stato di Jared, Boy Erased si dimostra monotono, piatto e alla lunga pedante. Preciso nei suoi attimi cupi e soffocanti, ma il linguaggio e l’esposizione non riescono a risollevare la narrazione da un taglio prevedibile che nella risoluzione appare leggermente forzato. Un compito diligente e portato a casa con la giusta misura, ma non abbastanza rabbia per affondare il coltello nella piaga e svelare il marcio fino in fondo, per una pellicola che si perde nei suoi intenti, che rinnega le zone grigie senza mostrare sufficiente forza espositiva per urlare l’imprescindibilità della sua tesi. In ogni caso Boy Erased si guadagna a pieno diritto la visione, se non altro per la volontà di far riflettere e aprire un discorso costruttivo sul rispetto dell’individualità, su una ricerca d’identità che sia libera da condizionamenti o pressioni e sulla gravità dei danni subiti da molte giovani vite, colpevoli solo di essere sé stesse, e che senza dubbio non meritano di essere cambiate.

Laura Sciarretta

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