#RomaFF13 – Boy Erased – Quando il cambiamento deve partire dagli altri

Figlio di un pastore battista di una piccola cittadina americana, Jared è uno studente modello, un ragazzo responsabile e rispettoso degli insegnamenti ricevuti dai genitori, e si sta preparando per il collage. Una telefonata anonima insinua nella famiglia la possibilità che il ragazzo sia in realtà omosessuale e quando Jared confessa di provare attrazione per gli uomini ai suoi genitori, tutto cambia drammaticamente. Per il padre è un tradimento inconcepibile verso gli insegnamenti della Bibbia e le aspettative coltivate. Jared viene così messo di fronte ad un bivio lacerante: vivere la propria natura fuori di casa o accettare di sottoporsi ad un percorso terapeutico di riconversione sessuale in un centro di recupero. Il ragazzo sceglie la terapia, confuso e spaventato dall’idea di perdere l’affetto della famiglia, entrando in contatto con una realtà aberrante da cui rischia di non uscirne più, a meno di convincere il medico/predicatore che lo ha in cura di poter cambiare.

Considerando le recenti trasformazioni legate al tessuto politico e sociale degli Stati Uniti, nello specifico il riaffacciarsi di posizioni e ideologie bigotte, intolleranti e omofobe, sostenitrici dell’ala repubblicana più estremista (lo stesso vicepresidente Mike Pence è noto per aver finanziato alcuni centri di riconversione simili) e una stima di 70.000 persone che risultano essere state internate (almeno fino a pochi anni fa) per la “cura dall’omosessualità”, risulta più facile comprendere come mai nel programma di questa tredicesima edizione della Festa del cinema siano giunti alla nostra attenzione ben due pellicole inerenti all’argomento: The Miseducation of Cameron Post e appunto Boy Erased.

Sembra quasi che il cinema americano nelle sue diverse accezioni (quello liberal progressista e impegnata e quello più indipendente e low budget) voglia fare il punto della situazione. Lanciare un monito allo spettatore e dire che il problema c’è ancora, che bisogna combattere il falso mito sull’omosessualità, che non è affatto frutto di comportamenti promiscui o di cattiva educazione, di condizioni ambientali o da traumi vissuti in famiglia. Insomma c’è la chiara volontà di smontare un’opinione ancora oggi, nel 2018, condivisa e sfruttata a vantaggio personale da chi ha il potere.

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Still dal film “Boy Erased”

Il regista-attore Joel Edgerton, tornato dietro alla macchina da presa dopo il thriller The Gift, organizza la messa in scena senza fronzoli estetici, affidandosi ad una fotografia desaturata e pulita, puntando nuovamente il dito contro quella mentalità che continua a svilire il diverso e a relegarlo al di fuori di un contesto in cui realizzarsi come membro attivo della comunità. Se nel primo film la questione era toccata in modo trasversale, vista l’imponderabilità e il significato della vicenda umana di Jared, con Boy Erased il messaggio viene messo in primo piano in tutta la sua trasparente semplicità anche a costo di sacrificare ambiguità, zone grigie e aspetti spinosi che, forse, un titolo del genere non poteva permettersi.

Edgerton snoda l’intreccio principale attraverso continui salti temporali non cronologici, ricostruisce i fatti che hanno preceduto l’internamento di Jared e ne mostra le riflessioni durante il periodo di cura. Ripensa alle proprie esperienze sessuali (diverse ma entrambe segnate dalla vergogna e dalla paura), in che modo gli incontri con altri lo avrebbero portato (secondo la terapia) a manifestare le proprie “perversioni”e al suo rapporto con i genitori. Quest’approccio di “autoanalisi”in realtà non è raccontato per mostrare la presa di coscienza di Jared, perchè lui già sa di essere normale, di non avere nulla di malato o sbagliato nelle sue azioni, semmai serve per riverberare il discorso di cui si faceva riferimento sopra.

La messa in scena di questo percorso serve a smontare tutti gli schematismi ridicoli e pregiudizievoli, quei luoghi comuni assurdi e l’utilità di un credo evangelico fasullo e distorto per lucrare sull’ignoranza dei più (tanto dal padre di Jared quanto dal rieducatore Strykes, due facce di un’autorità che impone le sue regole a discapito delle vittime che si lasciano dietro). L’obbligo a corrispondere al modello prestabilito, l’emarginazione, la dissimulazione del sé (“Fingi finché puoi”) e persino la completa mortificazione dell’individuo vengono mostrati senza paura. Perché non è Jared quello che deve cambiare ma chi lo ha messo in quella situazione. Dietro gli assurdi esercizi di virilità, gli assurdi manuali di comportamento e il rigido controllo, Edgerton espone la tesi senza urlarla troppo ma riesce a innestare sotto pelle una buona tensione durante i momenti di terapia e nei i colloqui tra “malati”e medici. Alla fine l’unico modo per reagire è quello di rispondere alla false elucubrazioni del terapista attraverso la piena coscienza su di sé e la pura e semplice verità. Jared si oppone a questo sistema di coercizione e guadagno sulla pelle di tante “vite cancellate”  e afferma ciò che in cuor suo sa di essere reale (“Non posso dire qualcosa che non è vero”), denuncia la violenza e gli abusi di cui è testimone e fa aprire gli occhi alla sua famiglia.

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Still dal film “Boy Erased”

Il film è quanto di più standard possa essere, ma la mano sicura del regista e la generosità professionale degli attori si fanno comunque apprezzare. Il giovane Lucas Hedges, già astro nascente nel panorama delle giovani promesse, regala un’interpretazione trattenuta, solida e precisa nel suggerire tutti i sentimenti di Jared lungo ogni fase del suo drammatico percorso. Se Nicole Kidman sembra aver ritrovato uno stato di grazia che non può che far piacere, nel ruolo della madre un po’ superficiale e succube della personalità del marito, Russell Crowe, dal canto suo, dona buona profondità al personaggio del padre predicatore, evitando la trappola di una caratterizzazione spicciola e sopra le righe.

Dove Boy erased vince alla grande è proprio nelle scene in cui domina l’alchimia del cast, l’empatia verso i personaggi e l’incisività di ogni performance e ci regala un dialogo finale tra Crowe e Hedges strabiliante e che racchiude esemplarmente il senso tutto il film. Dopo aver aperto gli occhi, il padre ammette la propria difficoltà nel far conciliare la fede e l’amore per il figlio tradito e Jared non può fare altro che riaffermare quella realtà su sé stesso  che nessun pregiudizio, credo o terapia potrà mai davvero cancellare. Perché il vero cambiamento non può riguardare la natura dell’essere umano, né tanto meno la scelta su chi è e come deve amare, ma la mentalità di chi giudica il prossimo con gli strumenti dell’ignoranza e della paura.

Boy Erased è un film di denuncia che ci ricorda, se davvero ce ne fosse ancora bisogno, della necessità di un cambiamento, di un passo avanti che deve partire dagli altri se essi non accettano ciò che è parte dell’identità di chi è diverso, libero e consapevole di sé stesso.

Laura Sciarretta

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