Animali Fantastici – I Crimini Di Grindelwald Vuole Farci Diventare Spettatori Consapevoli

Con I Crimini di Grindelwald, il percorso tematico, narrativo ed ideologico ma prima di qualsiasi altra cosa creativo che intende intraprendere J. K. Rowling con la nuova narrazione in cinque film dedicata al mago-zoologo Newt Scamander acquista in chiarezza e definizione, confermando, se possibile, le premesse già fissate nel primo capitolo della saga e ponendo le basi per ciò che accadrà in futuro, negli altri tre film.

In fondo il discorso della Rowling e di David Yates parte dalle stesse basi (e, evidentemente, persegue gli stessi intenti) di quello attraverso cui J.J. Abrams, Rian Johnson e la produzione Disney stanno provando a rileggere la saga di Star Wars con la sua terza trilogia. La dimensione attorno a cui si articola il franchise di Animali Fantastici sembra essere lo stesso spazio straniato, famigliare ma al contempo distante, retto da regole del tutto nuove, in cui si ambienta la saga di Rey, Finn ed Hux. Lo spettatore si confronta con uno spazio che prima di essere fisico è mentale e, soprattutto, sentimentale, uno spazio che, proprio per questo, finisce per essere vittima di costanti attacchi e rimodellamenti da ciò che accade sullo schermo, input che hanno il preciso intento di lavorare sulle certezze, sulla tradizione, sul conosciuto, sull’orizzonte di attesa che lo spettatore medio ripone nei confronti del mondo di Harry Potter. Ci sono però almeno due elementi fondamentali che distanziano il lavoro della Rowling da quello che la Disney sta affrontando con Star Wars, elementi che denotano la chiarezza progettuale e la profonda organizzazione argomentativa che sta alle spalle del Wizarding World.

In primo luogo, a differenza di quanto accade con il franchise di Star Wars (la cui svolta “matura”, per ora, pur avvalorata da elementi sostanziali, rimane solo supposta e riceverà conferma o smentita solo al termine della trilogia), qui il tentativo di creare una narrazione maggiormente adulta, nei toni e nelle tematiche è ben chiaro fin dai primi istanti di progettazione della saga proprio perché evidente è la chiave di volta che questa variazione di tono la regge: tutto parte, infatti, secondo la Rowling, da un cambiamento di punto di vista, una variazione che finisce per influenzare anche il vero e proprio paradigma alla base della pellicola, tutto parte dal tentativo di spostare il focus dalla meraviglia dello sguardo dei bambini al disincanto e alla paura di quello degli adulti.

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Still da “Animali Fantastici – I Crimini Di Grindelwald”

E dunque, dopo il momento introduttivo tutto sommato “controllato”, rassicurante, del primo capitolo, è proprio con I Crimini Di Grindelwald che questo nuovo paradigma narrativo si squaderna in tutta la sua potenza e profondità. È chiaro il tentativo, da parte, della Rowling, di rendere la volubilità, l’ambiguità morale, il disincanto, a volte, anche la malcelata cattiveria dell’animo adulto veri e propri elementi costruttivi per il racconto, strutture che finiscono per innervarsi attorno alle fondamenta di tutto il progetto.

Il film di David Yates flirta sapientemente, in primo luogo, con le dinamiche del genere, cosicché i Crimini Di Grindelwald a volte, si dimentica consapevolmente della magia, dell’elemento fantastico che dovrebbe nutrirlo, per organizzarsi attorno a strutture più tipiche del noir e della spy-story anni ’50. Sulla stessa linea legata ai toni chiaroscurali del noir sembra tra l’altro muoversi la caratterizzazione di alcuni dei personaggi centrali del racconto, primo tra tutti proprio Newt, individuo lontano dalla tempra morale di Harry Potter, piuttosto un personaggio insicuro, a volte ignavo, desideroso di non sporcarsi le mani, di non schierarsi all’interno del conflitto con Grindelwald, certamente consapevole di essere finito all’interno di un gioco più grande di lui e convinto di non poter reggere la pressione che tutto ciò comporta. Il genere, i personaggi, tutto sembra sostenersi su fondamenta incerte, pronte a crollare da un momento all’altro, persino la pura storyline, a ben guardare, è volutamente labilissima, caratterizzata da un vero e proprio “Mcguffin” che si pone al centro della narrazione, uno spunto continuamente negato, interpretato, reindirizzato a seconda delle svolte del racconto, oltreché continuamente insidiato dalla piaga dell’invenzione, dell’inganno.

A ben guardare, così come si nega la narrazione, complessa, vischiosa, organizzata attorno a quella che ha tutta l’aria di essere una menzogna, si va via via a negare anche quella dimensione del meraviglioso che ha da sempre caratterizzato la saga della Rowling fin dai suoi esordi. È un film curiosamente e inquietantemente concreto, I Crimini Di Grindelwald, un film in cui, ad esempio, prima che con gli incantesimi, i personaggi devono confrontarsi con realtà quali il dubbio, la fedeltà, la delusione, la perdita, il tradimento, il tradimento delle proprie aspirazioni, il rimorso, un film in cui la violenza, la prevaricazione, la rabbia, il sangue, il sospetto, il desiderio di sfruttare le paure della gente comune acquistano contorni straordinariamente vivi, carnali, inquietanti. Dopotutto, a margine, ma sulla stessa linea di ragionamento, non è un caso che la saga di Animali Fantastici sia, di fatto, ad oggi la creatura più politica della Rowling e non è scontato che un personaggio come Grindelwald ricordi così da vicino uno qualsiasi dei leader populisti che dominano la politica contemporanea.

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Still dal film “Animali Fantastici – I Crimini DI Grindelwald”

La maturità che impregna I Crimini Di Grindelwald sembra dunque essere una maturità a doppio senso. Regge e nutre il film ma deve far parte anche della forma mentis del suo spettatore medio, il quale deve essere pronto a confrontarsi non solo con una dimensione narrativa inaspettatamente respingente ma anche e soprattutto con una serie di dettagli, input, all’apparenza discordanti con la narrazione creata dalla Rowling ma su cui il giudizio non può che essere sospeso proprio perché parti di un ingranaggio narrativo giunto solo ad un terzo del suo percorso.

Ed in effetti proprio questa sua natura intrinseca di racconto in divenire costituisce forse l’elemento più controverso del progetto di Yates e Rowling. Malgrado la sua pregnanza, malgrado la grande mole di temi trattati, gli intenti, la completezza delle argomentazioni, la sensazione è che I Crimini Di Grindelwald sia, almeno sul piano narrativo, un vero e proprio prologo lungo due ore di qualcosa di ben più grosso pronto ad a palesarsi nei capitoli successivi e se è vero che le basi per un’ottima narrazione ci sono tutte, la sensazione che parte degli spettatori (malgrado il desiderio di “maturità” che la diegesi vorrebbe sia dimostrato da loro) semplicemente non riesca ad interfacciarsi pienamente con una narrazione a tal punto serializzata, finendo per rifiutarla, per attaccarla gratuitamente ponendo in luce la sua incoerenza generale non comprendendo che proprio quell’incoerenza può benissimo far parte del gioco di specchi e inganni attorno a cui si articola la pellicola, è straordinariamente presente, viva e il rischio che tutta l’operazione della Rowling e di Yates venga fraintesa è molto.

Alessio Baronci

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