Smetto quando voglio- Masterclass: l’audace sequel degli insoliti ricercatori

Ve la ricordate la “Banda dei Ricercatori”? Il chimico Alberto (Stefano Fresi), i latinisti Mattia e Giorgio (Valerio Aprea e Lorenzo Lavia), l’archeologo Arturo (Paolo Calabresi), l’antropologo Andrea (Pietro Sermonti), l’economista Bartolomeo (Libero De Rienzo), e soprattutto il fondatore e leader del gruppo, il neurobiologo Pietro Zinni (Edoardo Leo). Tutte menti eccelse della ricerca italiana, tutti (perciò) squattrinati e frustrati nell’Italia di oggi che con la cultura non mangia e alla cultura non dà da mangiare: tanto da essere costretti, nell’originale Smetto quando voglio (2014), a inventarsi il redditizio commercio di una sostanza stupefacente non ancora registrata (quindi formalmente lecita) per risollevare le proprie sorti economiche e prendersi l’agognata rivincita contro la società che non li gratifica. Li ritroviamo in Smetto quando voglio- Masterclass (2017), ognuno alle prese con le conseguenze dei guai combinati nel precedente film; quand’ecco che l’ispettore capo Paola Coletti (Greta Scarano) arriva a proporre un ufficioso quanto inaspettato accordo: rimettere insieme la banda, ma stavolta per dare la caccia alle smart drugs (le droghe non registrate e ancora legali, su cui pertanto la polizia non può ancora intervenire) spacciate in giro per la Capitale. I termini del patto sono (o meglio, sembrano) chiari: a trenta sostanze «debellate», piena libertà e fedina penale pulita per tutti i membri del gruppo di geniali ma scalcinati ex narcotrafficanti universitari.

Il seguito delle peripezie di Pietro Zinni & soci, sempre diretto e co-sceneggiato (con Francesca Manieri e Luigi Di Capua) da Sidney Sibilia, non si limita a clonare la (già molto felice) formula del predecessore: ne ribalta le premesse sul piano narrativo (a indurre in tentazione i nostri eroi, stavolta, sono le stesse forze dell’ordine) ma soprattutto la potenzia, prima di tutto aumentando il numero di reagenti (personaggi, trovate, citazioni). Questa volta, in aggiunta a Breaking Bad, la parodia “all’italiana” si rifà anche a film come Suicide Squad, con i “criminali” reclutati da una frangia del sistema per svolgere, con maggiore disinvoltura dei “buoni”, operazioni tutt’altro che legali: la poliziotta-leader dell’operazione rimanda, a modo suo, alla Amanda Waller/Viola Davis del cinecomic di David Ayer. Ma c’è tanto altro ad essere rielaborato ironicamente nel film di Sibilia, a cominciare dalla saga di Matrix, nella struttura in due seguiti tra loro strettamente collegati e ravvicinati, con tanto di finale volutamente (e crudelmente) troncato in attesa del terzo capitolo Smetto Quando Voglio- Ad Honorem.

Ma il potenziamento della formula del primo capitolo non è solo quantitativo: in questo Masterclass tutto è spinto all’estremo, a cominciare proprio dal cortocircuito tra modelli hollywoodiani parodizzati e codici del cinema italiano. Stavolta gli elementi in questione danno luogo a un composto ancora più anarchicamente spinto nel contaminare le proprie diverse matrici: gli italianissimi ricercatori se ne vanno in giro con macchina ed equipaggiamento (comicamente) ipertecnologici, trasformano un tunnel abbandonato del cantiere per la metro C in una base operativa supersegreta, si lanciano in assalti western a treni in corsa (treni regionali, sia ben chiaro) e si prendono tarantinianamente gioco della memoria storica più seria usando come veicolo d’emergenza un «sidecar originale del Terzo Reich». Ma non si tratta, ancora e ancora di più in questo sequel, di meri scimmiottamenti in salsa tricolore. La fusione degli spunti e dei motivi cult d’oltreoceano con il contesto, i vezzi e i tic nostrani va oltre la stessa parodia, proponendo un ibrido che si regge sulle proprie (folli) gambe.

Il segreto di questa formula vincente, e per nulla infiacchita alla prova del (e dei) sequel, sembra risiedere non solo nell’affiatamento del cast e nel notevole senso del ritmo dimostrato dal regista, ma soprattutto in una scrittura che, nella girandola di rielaborazioni, citazioni e deformazioni, continua a fare (anche) satira sociale. Quella satira per cui è diventata giustamente famosa la commedia “all’italiana”: la commedia che riusciva ad affondare il dito nella piaga delle contraddizioni e delle storture irrisolte del Belpaese, senza però scordarsi che il suo specifico imprescindibile era di farlo con le armi corrosive della risata. Il risultato, nei suoi esempi migliori, era (ed è) una satira non addolcita dall’ironia, bensì spogliata cinicamente di ogni sovrastruttura moralistica, di ogni rassicurante appiglio ideologico-pedagogico: sì da rendere le frecciate sui vizi del sistema Italia e dei suoi fautori (noi stessi) tanto più pungenti. Il sequel dell’epopea (anti)accademica di Sidney Sibilia, nel radicalizzare la fusione tra temi e stilemi hollywoodiani e contesto (e cinema) italiano, non manca di valorizzare questo specifico, e tocca (talvolta quasi di sfuggita, e sempre in forma di sberleffo) ancora più ferite aperte e con ancora più cattiveria che nel primo episodio: dalla condizione delle carceri italiane al coinvolgimento nel traffico internazionale di armi (una new-entry della banda è l’ingegnere che si è riciclato come «signore della guerra low-cost» per i mercenari in Africa), dal sessismo diffuso alle (in)dicibili collusioni tra apparati dello Stato, malavita ed eversione nera.

Attraverso le grottesche scorribande dei ricercatori col pallino delle smart drugs, il regista e gli autori della saga puntano (ancora, e in modo ancora più estremo) a fare satira dell’Italia tutta. Senza tuttavia dimenticare mai che il loro obiettivo primario è costruire un (buon) prodotto di genere, capace, senza rinnegarli, di giocare con i propri codici, tesi all’imperativo di divertire attraverso un umorismo che non risparmia niente e nessuno. Tutto ciò contribuisce in modo determinante a dare a Masterclass (e alla saga di cui fa parte) un sapore e una vitalità propri, oltre ogni rischio di cliché tanto della commedia italiana (ripensata e svecchiata) quanto dei modelli esteri ripresi, sbeffeggiati e italianizzati. Il risultato è un altro film che dimostra come anche il nostro cinema di genere sia vivo e in grado di sperimentare ben oltre i propri presunti limiti: senza dimenticare ciò che è stato, e anzi valorizzando la propria eredità per trovare autonomamente modi nuovi di graffiare ridendo e ridere graffiando. Una formula, quest’ultima, che non ha mai smesso di essere valida.

Emanuele Bucci

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