#RomaFF13 – The house with a clock in its walls di Eli Roth

Eli Roth e il cinema per ragazzi. Suona tanto strano? Eppure è così.

Dopo aver mostrato i muscoli e il gusto per l’eccesso nel campo dell’horror splatter con Cabin Fever, Hostel e Green Inferno e lo sfortunato remake de Il giustiziere della notte, crea comunque una certa curiosità vedere Roth alle prese con un titolo tanto distante (almeno all’apparenza) dai gusti del suo solito pubblico e dai lavori fin qui realizzati. Ma avrà saputo dire la sua?

Per rispondere alla domanda ecco giungere alla Festa del cinema di Roma, in selezione ufficiale, The house with a clock in its walls, adattamento cinematografico del romanzo La pendola magica di John Bellairs.

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Still dal film “The House With A Clock In Its Wall”

Dopo aver perso i genitori in un incidente, il piccolo Lewis Barnavelt (Owen Vaccaro) viene adottato dall’eccentrico zio Jonathan (Jack Black), personaggio di cui il bambino non conosceva l’esistenza e che si rivelerà essere uno stregone con una casa piena di magia e oggetti incantati (una vetrina che cambia immagine ogni giorno, una poltrona verde molto “accomodante”, un cespuglio a forma di leone alato e una biblioteca piena di formule e fatture). Ma tra le mura di questo antico e scricchiolante maniero si nasconde anche un orologio introvabile a cui è legata una terribile maledizione che ha già condotto alla morte il precedente proprietario della casa. Jonathan lo sta cercando da anni con l’aiuto dell’amica/vicina Mrs Zimmerman (Cate Blanchett), una strega buona dotata di lucido intelletto e con un debole per vestiti in viola, ma non riesce a scovarlo. A questo punto Lewis, una volta scoperta la verità (o almeno una parte di essa), chiede di poter imparare la pratica delle arti magiche e aiutare così i due stregoni nella ricerca dell’oscuro oggetto. L’incauto utilizzo di un incantesimo però, fa precipitare la situazione e i tre dovranno risolvere l’enigma dell’orologio prima che sia troppo tardi.

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Still dal film “The House With A Clock In Its Walls”

Partiamo col dire che affidarsi ad un mix di genere fantasy/horror/avventura può sembrare una scelta tutt’altro che audace, visto in un’ottica puramente produttiva, quella di un sistema che come può tenta di attirare il pubblico magari attraverso il richiamo di una serie di libri di successo con tutto il suo seguito di giovanissimi lettori. Ma considerando la fonte di origine (trattasi di una serie di romanzi usciti più di trent’anni fa), senza lasciarsi guidare dal facile pregiudizio, è difficile non notare lo sguardo a pellicole come JumanjiThe Goonies di Richard Donner, al Gremlins di Joe Dante, al disneyano Hocus Focus e, in parte, agli Harry Potter firmati Chris Columbus, quasi a rimarcare la volontà di tornare alle atmosfere, ai colori e ai toni giocosi, orrorifici e meravigliosamente nostalgici del cinema anni ’80, un po’ come successo tempo fa con il pregevole Piccoli Brividi (e forse la scelta di un attore come Black è già di per sé un segnale forte). Quest’ultimo, oltre ad essere una bella riflessione sull’atto creativo, riuscì a distinguersi come un risultato fresco, ben pensato e stimolante rispetto al panorama audiovisivo contemporaneo. In questo caso, è evidente che ogni elemento di The house with a clock in its walls sembra seguire una direzione di onesto intrattenimento, non chiede troppo allo spettatore e si muove senza lasciare il segno, eppure è in grado di regalare qualche inaspettata sorpresa dietro i soliti trucchetti di magia.

Eli Roth e il bravo sceneggiatore Eric Kripke si dimostrano a loro agio nel trattamento di una materia ricca di tanti elementi fantastici, di puro humor (sostenuto da spassosi battibecchi tra Black e la Blanchett) e situazioni avventurose con contenuto esoterico (Kriple, non a caso, è una delle menti creative della serie tv Supernatural) che si mescolano senza problemi, e la scrittura offre a ciascun personaggio un arco narrativo credibile, solido e sfaccettato. Senza sminuire i diversi messaggi rielaborati nel racconto, in particolare, quelli legati al tema dell’amicizia, della crescita e del coraggio di guardare in faccia i nostri fantasmi personali senza essere troppo pedante, The house with a clock in its walls è per l’appunto un coming of age dove il protagonista capisce che essere diversi non è un male, che non ci vivere dentro le etichette date dagli altri e che si può imparare dal passato, anche dalle esperienze negative che ci hanno segnato lasciandoci un doloroso vuoto, per riaprirsi alla vita e ai nuovi affetti che il futuro può sempre riservarci. Ad un certo punto ci viene detto che bisogna “essere impavidi”e si rivolge ai piccoli punto agli adulti, perché in fondo “essere genitori vuol dire avere paura e preoccuparsi per un figlio, quando entra nella tua vita”. Questo atteggiamento vagamente pedante è smorzato in diverse occasioni dall’ironia e dal gusto comico scanzonato.

In questo film i personaggi risultano tutt’altro che perfetti e infallibili. L’uso della magia non garantisce la risoluzione di ogni problema, né la via più funzionale per liberarsi dai traumi e correggere gli errori del passato. Ognuno ha il suo carico di dolore, di colpa e paura con cui deve confrontarsi. Lewis non è un predestinato chiamato a impedire la fine del mondo, ma un ragazzino spaventato e solo, che deve imparare a elaborare il lutto e per questo commette degli errori. Lo stesso zio Jonathan è un mago cialtrone, che non si sente a suo agio a fare da genitore e che ha paura di affezionarsi al nipote. Dietro l’aspetto elegante e composto, la signora Zimmerman nasconde un profondo dolore che l’ha convinta a mettere da parte la propria natura di strega, rinunciando anche ai sentimenti e all’apertura verso nuovi affetti. Persino nel villan c’è una caratterizzazione interessante. Lo stress post traumatico, risalente agli eventi della Seconda Guerra Mondiale, è il presupposto per una serie di azioni atte non alla conquista del mondo, ma ad un azzeramento del tempo per liberare il mondo dalla morte e dagli orrori della Storia.

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Still dal film “The House With A Cloke In Its Walls”

Lo dicevamo all’inizio. Sorprende vedere Eli Roth con un lavoro più misurato, solo all’apparenza edulcorato e in cui continua a giocare con l’horror, ma evita la componente splatter e scioccante di Hostel e Green Inferno. Dove il film vince è proprio quando si concede qualche piccola esplosione di scorrettezza e di grottesco, in cui diverte e si concede un po’ di freschezza rispetto alle tipiche situazioni fantasy rassicuranti e morbide: una lotta a suon di mazzate contro teste di zucca fluttuanti, una serie di pupazzi animati dall’aspetto poco rassicurante (uno in particolare che i lettori di L. R. Stine riconosceranno) fino all’apparizione di un orrendo demone dalle sembianze di satiro.

Il pregio maggiore del film è però soprattutto il cast, a cui Roth si affida quasi totalmente e in cui tutti regalano interpretazioni divertite e di grande presenza scenica. Non si può non guardare Jack Black senza farsi trasportare dalla sua gestualità, dalla sua comicità e dalla straripante energia che riesce a infondere ad ogni personaggio che interpreta (e visto il ricco campionario di losers irresponsabili, la scelta di casting non sembra affatto casuale). Come è difficile restare indifferenti davanti a Kyle MacLachlan e al suo cattivissimo villain (alzi la mano chi, oltre a me, lo ricorda nel lungometraggio The Flintstones?). E infine colpisce ancora una volta il carisma e la garbata caratterizzazione da parte di Cate Blanchett, attrice a cui basta una lieve espressione del viso o un cambio di tono nella voce per incarnare la dolcezza, il dolore sopito e il sincero affetto dietro la rigida e buffa compostezza di Mrs. Zimmerman.

Nel momento in cui si guarda all’insieme e alla gestione dell’intreccio, però, ci si rende conto che forse The house with a clock in its walls non riesce sempre a mantenersi stabile e a dialogare in modo creativo con l’immaginario a cui si ispira. Rischia spesso di sbandare e perdersi dietro ad uno sviluppo troppo frettoloso e confuso, un problema che si riflette anche sul piano registico, in particolare quando ci si concentra sugli aspetti più seriosi (come quando mostra le difficoltà di Lewis nell’elaborare il dolore). L’aspetto visivo e il clima retrò così imbastito si rifanno alle pellicole precedenti (in particolare Piccoli Brividi) senza particolare inventiva, ma c’è da dire che Roth guarda al progetto con grande professionalità e mestiere, ce la mette tutta per non far deflagrare il film e mette da parte i suoi eccessi stilistici privilegiando la storia e il cuore dei personaggi. Forse non basterà per entrare nella memoria del giovane spettatore seduto in sala, ma per quello che garantisce e per il modo in cui intrattiene, ricercando come meglio può un senso di meraviglia fanciullesca, vale sicuramente la visione.

The house with a clock in its walls arriverà nelle sale italiane a partire dal prossimo 31 ottobre, (non a caso) il giorno di Halloween.

Laura Sciarretta

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