#RomaFF13 – Monsters and Men: di autori, di denunce e di scelte

Monsters and Men è un film che fa bene all’anima, fin dal titolo. Un titolo che traccia una linea di confine netta, urgente, affamata e assetata di giustizia quanto basta. Una distinzione e contrapposizione che ci esorta da subito a schierarci, a prendere posizione. Perché non è mai stato così facile e scontato come sembra, e non lo è tanto meno ora, trovarsi dal lato degli “uomini”. Perché le piccole e grandi disumanità, le “mostruosità” che si annidano, implodono ed esplodono quotidianamente nel consesso civile (?), non sono solo gli atti eclatanti di brutalità e sopraffazione delle persone su altre persone. Sotterraneamente, ordinariamente mostruose sono (anche) le piccole omissioni sfumate di grigio e di (auto)giustificazioni, le omertà, i cedimenti, le teste girate dall’altra parte, le scelte e le non-scelte viziate da paura, rassegnazione, indifferenza. È questo il nutrimento potenziale dei soprusi, è questo il terreno dove si misura davvero il confine tra l’umanità e la sua negazione. Vale ovunque e in ogni epoca, e vale tanto più nella Brooklyn contemporanea: dove, se sei un giovane nero e giri per strada con uno zainetto, è quasi una legge non scritta che tu venga fermato dai poliziotti di pattuglia e fatto chinare con le mani bene in vista sulla volante per la rituale perquisizione. Dove, se sei nero e il tuo principale crimine è vendere sigarette per la strada, puoi essere circondato da sei agenti armati e assassinato con un colpo di pistola dal più irrequieto di loro. E dove tutto questo, naturalmente, è solo la punta dell’iceberg.

Ma la tredicesima Festa del Cinema di Roma ci ha offerto, con questo film, qualcosa in più di un’altra denuncia sugli abusi di esponenti delle forze dell’ordine e sui diritti (ancora) troppo spesso negati agli afroamericani. Monsters and Men è anche, a tutti gli effetti, il battesimo di un nuovo autore del cinema americano indipendente, quel Reinaldo Marcus Green già notato e apprezzato per cortometraggi come Stone Cars e Stop (da cui riprende più di uno spunto), e qui regista e sceneggiatore del suo primo lungometraggio. Un esordio che mantiene le promesse dei primi lavori e che dimostra perizia drammaturgica e stilistica nell’orchestrare una narrazione ampia, complessa e già matura nello sviscerare un tema così delicato senza scorciatoie retoriche o sensazionalistiche. Ciò che prima di tutto sorprende e convince del film di Green è infatti la fortissima tensione etica che alimenta, anziché sopraffare, il rigore della costruzione drammatica e formale. Sarebbe stato molto facile per il regista-sceneggiatore disegnare un affresco magari appassionato ma schematico, manicheo, chiuso in una parabola risolta in se stessa e diretta a identificare comodamente e semplicisticamente i buoni (vittime) da una parte e i cattivi (carnefici) dall’altra.

Così non è, e il fortissimo impeto a prendere posizione contro le ingiustizie che inquinano una società viene calato in un discorso che moltiplica sistematicamente punti di vista, problemi e sfumature, senza per questo arretrare di un passo dalle proprie istanze. Anzitutto, Monsters and Men rinuncia ad avere un singolo protagonista nel quale identificarsi e del cui percorso rendere partecipe fino in fondo il pubblico. Ma non sceglie nemmeno la strada opposta, quella del racconto a tutti gli effetti corale. Il discorso, piuttosto, elegge di volta in volta un personaggio, concentra l’attenzione su di lui, mantenendolo in primissimo piano per un consistente segmento del film, poi lo abbandona volutamente e cambia protagonista, spostando il centro dell’attenzione su un diverso lato e tassello della medesima vicenda, del medesimo problema. Al centro di ogni sotto-parabola c’è, non casualmente, una scelta-chiave che il personaggio deve compiere, la quale avrà comunque conseguenze, dirette o indirette, sulle storie degli altri segmenti-protagonisti. In tal modo l’economia narrativa del film mette in piena e coerente evidenza non solo la centralità di ogni scelta, ma l’inserimento di questa in una più ampia rete di interconnessioni e ripercussioni: mostrando plasticamente che le azioni del singolo sortiscono conseguenze sulle vite altrui, anche laddove gli uni e l’altro si incrocino solo di sfuggita.

Non solo perciò «siamo sempre liberi di scegliere», come viene ricordato a uno dei tre protagonisti, ma le scelte di ciascuno avranno comunque degli effetti sui percorsi e destini degli altri personaggi, degli altri esseri umani, compresi quelli che non conosciamo e non fanno (apparentemente) parte della nostra vita. Allora, forse, «le città continueranno a bruciare», e non sarà un video di tre minuti pubblicato su internet, la confessione di un poliziotto sugli abusi dei suoi colleghi o la partecipazione di un ragazzo a una manifestazione che rivolteranno il mondo: ma, a seconda della via imboccata da ciascuno a ciascun bivio quotidiano, il mondo circostante andrà più o meno marcatamente in una direzione o nell’altra, le esistenze e le scelte di tutti gli altri sentiranno e subiranno in qualche modo la differenza.

Le scelte, comunque, non sono mai facili, Green mostra di saperlo e non banalizza i problemi neanche una volta: giusta o sbagliata che sia la direzione percorsa dai personaggi principali, ognuno ha il suo carico di ragioni, di complicazioni e contropartite di cui tener conto. Cionondimeno, il film sceglie da che parte stare, ogni volta, e ogni volta dalla parte di chi rischia la propria sicurezza personale per incidere sui torti di un mondo ostile. Parallelamente, la tensione etica si traduce senza sbavature in tensione spettacolare, attraverso un uso intelligente del linguaggio cinematografico che restituisce il clima di oppressione e violenza in modo più psicologico che fisico: tenendo efficacemente fuori campo il delitto principale (alluso e potenziato nell’immaginazione attraverso il suono fatale dello sparo e le tanto più indicative reazioni di chi assiste alla scena o guarda il video) e giocando con le attese e le soluzioni audiovisive per creare un senso di costante minaccia. Si pensi all’incipit in macchina, o all’inquadratura ravvicinata su Manny e la figlia prima dell’arresto, col pericolo in agguato (in contrasto con la tenerezza della scena) già percepibile dall’uso della macchina a mano.

Monsters and Men, allora, è un film che sceglie di esprimere e valorizzare le complessità e le sfaccettature della realtà sociale affrontata: ma, al contempo, esorta, con i mezzi ben calibrati del cinema narrativo, a non assuefarsi ed arrendersi a questa complessità, a non farne un alibi per tranquillizzare la propria coscienza. E la tesi si conferma nella volontà dell’autore di non chiudere con una svolta risolutiva (tragica o consolatoria che sia) i rispettivi drammi che ha seguito e il dramma complessivo che li unisce. I percorsi dei singoli restano sospesi come le problematiche che pongono, ma le azioni (od omissioni) compiute sono e saranno gravide di conseguenze (tra quelle che abbiamo visto e quelle che non vedremo) per ognuno. Tutto rimane aperto, come nella vita reale, e in quest’ultima il film sfocia senza chiusure e pacificazioni, per porre e porci, con insistenza sanamente urticante, la stessa, decisiva domanda: tu da che parte stai?

Emanuele Bucci

© Riproduzione Riservata