#RomaFF13 – Millennium – Quello Che Non Uccide – Rinascere Cambiando Le Regole Del Gioco

Se non puoi proseguire la partita, se non trovi una strada abbastanza convincente per continuare un discorso (artistico, produttivo) iniziato ormai sette anni fa e inaspettatamente accolto in maniera più fredda di quanto meritasse, chiudi gli occhi, fai un respiro profondo e ricomincia a giocare dopo aver cambiato le regole di quello stesso contesto ambientale in cui ti inserisci. Qualcuno potrebbe definirlo barare, nel nostro caso, ancora meglio, nel caso di Millennium – Quello Che Non Uccide, è qualcosa di molto simile ad un vero e proprio istinto di sopravvivenza.

Perché se vuoi rilanciare al cinema la saga di Millennium non puoi fare a meno di confrontarti con quello che letteralmente è un complesso paesaggio di rovine. I tre film di produzione svedese tratti dalla trilogia originale di Stieg Larsson hanno dalla loro la sola interpretazione di Noomi Rapace e finiscono per perdersi in una messa in scena televisiva e, in generale, in una regia priva di stimoli. Al contempo, il remake cinematografico americano del primo romanzo, a firma di David Fincher ha di fatto spiazzato gli spettatori che si sono trovati di fronte ad un thriller dalla trama complessa, dall’anima profondamente europea, e, soprattutto, ad un progetto in cui la violenza e la crudeltà finiscono costantemente sublimate dalla regia profondamente stilizzata di Fincher stesso. Millennium, al cinema, non sembra funzionare, in buona sostanza. Da un lato perché il suo progetto di trasposizione filmica più completo (la trilogia a firma di Niels Alden Oplev e Daniel Alfredson), risulta essere un prodotto ingenuo e, soprattutto, troppo conchiuso nella sua audience nazionale per essere davvero un blockbuster, per essere davvero un prodotto d’impatto su un pubblico il più possibile internazionale. Dall’altro perché la “versione” di Fincher finisce per essere un progetto validissimo ma al contempo impalpabile, troppo distante dalla sensibilità del pubblico contemporaneo, quasi freddo colpire seriamente il suo bersaglio

È un discorso particolarmente delicato quello che stiamo affrontando qui.

Millennium 1
Still da “Millennium – Quello Che Non Uccide”

Di fronte a noi ci sono vari tentativi di portare al cinema quello che a tutti gli effetti è stato uno dei successi letterari maggiori degli ultimi dieci anni. L’obiettivo del sistema produttivo che sottende al cinema, allo spettacolo, a ciò che vediamo, in questo caso, è in sostanza quello di replicare lo stesso successo dei romanzi attraverso la loro trasposizione al cinema.

Ci stiamo confrontando dunque con dei blockbuster, film che per funzionare devono coinvolgere i più ampi strati di pubblico possibile. Finora ciò che sembra essere mancato ai progetti di trasposizione della trilogia di Larsson non pare essere la qualità intrinseca del prodotto quanto la capacità di raggiungere, con intelligenza, senza perdere di vista, forse ancor prima dello spirito della saga, l’autorialità del regista che tiene le redini del progetto, quello spettatore medio che, di fatto, fino a prova contraria può decidere del destino di progetti del genere.

E allora alle spalle di Millennium – Quello Che Non Uccide c’è proprio questa consapevolezza che qui si è scelto di porre in premessa. In produzione desiderano rilanciare il franchise cercando di avvicinarsi il più possibile a quell’idea di blockbuster profondamente autoriale ma anche felicemente nazionalpopolare che finora è mancata ai progetti precedenti. In produzione tornano tutti a fare i compiti a casa e quello con cui si confronta lo spettatore è, a ben guardare, il risultato più compiuto, solido, di un progetto dalle premesse più ampie e complesse.

Riflettendo a mente fredda sul puro tessuto filmico attorno a cui si articola il film di Fede Alvarez ci si rende conto che ogni fibra del progetto, al di là del puro impatto estetico, della qualità intrinseca che la contraddistingue, tende a strutturarsi attorno a quel fine ultimo che abbiamo provato ad analizzare finora.

In primo luogo non si prova neanche più a creare un film bilanciato, per certi versi duale, che si organizzi su un equilibrio tra i due protagonisti dei romanzi di Stieg Larsson. Ora il giornalista Mikael Blomkvist è chiaramente un debolissimo comprimario che non si pone mai troppo al centro della scena, proprio per non rubare la luce a Lisbeth.

Millennium 2
Still dal film “Millennium – Quello Che Non Uccide”

Qualcuno ha capito che per ottenere un prodotto commercialmente d’impatto bisogna concentrare il focus sul personaggio icona della saga letteraria, qualcuno ha accettato senza remore o imbarazzo il fatto che Millennium si regge su Lisbeth Salander, non sul duo Salander – Blomkvist; qualcuno ha poi compiuto un passo ulteriore ed ha al contempo compreso che è necessario far incarnare l’hacker punk ad un’attrice che prima di essere brava sia popolare, che abbia presa sul pubblico.

E allora, prima di reagire indignati alla scelta di casting che ha portato Claire Foy a vestire i panni della Salander, regalando allo schermo una versione del personaggio certamente efficace ma allo stesso tempo meno d’impatto di quella interpretata da Noomi Rapace, bisognerebbe interrogarsi sugli obiettivi del film di Alvarez e comprendere che proprio la scelta della Foy (probabilmente, in questo momento storico, una delle attrici più popolari e quotate della sua generazione) è, di fatto, l’unica possibile per dotare il franchise di Millennium al cinema di quei tratti che finora sembra aver ricercato con così profonda foga.

Molto più interessante, in questo senso, è poi il modo in cui si approccia e viene trasformato lo storytelling in sede di adattamento. Malgrado Quello Che Non Uccide sia tratto dall’omonimo romanzo di David Lagencratz che si pone come nuovo tassello delle avventure di Lisbeth Salander e Michael Blomkvist dopo la fine della trilogia di Larsson i punti in comune tra film e romanzo si contano sulle dita di una mano. Posta in prospettiva la cosa certamente non stupisce. La scrittura di Lagencratz non ha il piglio di quella di Larsson e il racconto di questo nuovo romanzo finisce più volte per perdersi, per tergiversare, per riempire il vuoto con incomprensibili sequenze statiche. Il testo di partenza non offre, in sostanza, spunti che ne giustifichino l’adattabilità sullo schermo e dunque è ovvio che la storyline finisca per variare nel passaggio da un medium all’altro ma è particolarmente istruttivo per il discorso che stiamo facendo comprendere proprio come si trasforma il puro racconto da romanzo a pellicola.

Quello Che Non Uccide è uno spy-thriller duro e puro, nulla di più, nulla di meno. Il racconto è appassionante, dinamico, ma al contempo semplice, diretto, essenziale. Si cerca, in sostanza, ancora una volta, di creare un prodotto che, pur non scadendo nella superficialità, risulti appetibile e prima ancora comprensibile al grande pubblico. Torna dunque quell’idea di prodotto, a grandi linee, nazional popolare ma, forse, ciò che è più inaspettato in questo senso è rendersi conto di quanto questo sentimento di accessibilità universale sia rincorso continuamente dal puro visivo con cui si confronta lo spettatore.

Anche uno spettatore poco attento, infatti, non ha difficoltà a rendersi conto di quanto questo nuovo episodio di Millennium si innervi attorno a spunti visivi prelevati da quell’immaginario spionistico che ha letteralmente plasmato il cinema contemporaneo. Il film inizia con una title sequence che ricorda pericolosamente quella di un classico film di James Bond, porta in scena una guerra fratricida come in Spectre, si conclude con un ultimo atto in un’austera dimora di famiglia che nell’ultima scena finisce in fiamme come in Skyfall e si struttura in adrenaliniche sequenze action vicinissime a quelle che si vedono nella trilogia di Jason Bourne (a volte addirittura citate, come nella sequenza in cui Lisbeth libera l’analista Ned dalla sua cella in aeroporto ripresa quasi pedissequamente dalla sequenza di King’s Cross in Bourne Ultimatum). Si punta, in sostanza, a far confrontare il pubblico con una versione distorta, ma comunque riconoscibile (gender-bender, direbbero i più esperti, in cui cioé la figura maschile protagonista cioè viene sostituita da una femminile) di dinamiche, immagini, che gli spettatori già conoscono perfettamente, già sanno inserire in coordinate definite, dinamiche, in breve, che in produzione già sanno che avranno presa su chi guarda, dinamiche di cui è già sicuro il successo.

Star System e personaggio, storytelling e immaginario, al terzo vertice di questo immaginario triangolo della rinascita di Millennium non può che esserci la regia e il complesso rapporto che intreccia con tutto il sistema a cui sottende.

Millennium 3
Still dal film “Millennium – Quello Che Non Uccide”

Ci vuole poco, in realtà, per capire che Fede Alvarez è l’uomo giusto al posto giusto per un prodotto del genere, soprattutto, per portare a segno quegli obiettivi che si prefigge un film di questo tipo. Perché ha uno stile di regia solidissimo, ricco di idee, originale, soprattutto riconoscibile. Alvarez è un incosciente, in senso buono, capace di trovare soluzioni visive o di messa in scena per certi versi rischiosissime ma di profondo impatto per il pubblico. Alvarez, soprattutto, si è fatto le ossa su un genere, l’horror, il thriller, che è uno dei più popolari del cinema contemporaneo. È un autore, dunque, capace di flirtare senza perdere la faccia con i versanti più commerciali dell’industria in cui si inserisce, è la personificazione, in sostanza, di quella regia che necessita al rilancio di Millennium.

Quello Che Non Uccide si concretizza infatti attorno ad una regia di polso e carattere, divertente e divertita nel far confrontare il pubblico con l’inaspettato all’interno dell’orizzonte visivo (pensiamo al piano sequenza all’interno della war room dell’NSA), potente, d’impatto, ma al contempo straordinariamente delicata nel mettere in luce, attraverso una semplice inquadratura o un taglio di luce le intime dinamiche interiori della stessa Salander e gli sviluppi del suo rapporto con i vari comprimari. Forse, più di ogni altra cosa, la regia di Alvarez è straordinariamente fisica, carnale, sanguigna, in ossequio al suo approccio stilistico e al suo percorso autoriale. Lo sguardo della regia si sofferma spesso sui corpi deformati, sulle ferite, sul sangue, sul sudore, sulle urla, sulle conseguenze fisiche della follia e della violenza. Il trauma, il corpo, la carne, vengono avvicinati a noi nel tentativo (spesse volte riuscito) di amplificare la nostra empatia nei confronti della vicenda narrata, senza mai indugiare in un becero voyeurismo. E allora ecco che il cerchio si chiude, che il franchise riceve compiutamente tutto ciò che non ha mai avuto fino a questo momento: calore, coinvolgimento emotivo, carnalità, emozione, il tutto attraverso la sola interazione tra regia e le altre parti in gioco.

Non un film perfetto dunque, non un progetto esente da difetti (primo tra tutti l’assurdo scollamento tra regia e scrittura che permea tutto il film), ma senz’altro un’operazione riuscita, nata forse dalla disperazione ma guidata da una straordinaria consapevolezza del genere in cui si inserisce e del meccanismo produttivo con cui interagisce. Buona la prima dunque, sperando che tutti i problemi di questo progetto pilota vengano risolti in eventuali episodi futuri.

Alessio Baronci

© Riproduzione Riservata