#RomaFF13 – Las Niñas Bien: il baratro discreto della borghesia

Sofia (Ilse Salas) si guarda allo specchio, il corpo e il vestito inappuntabili, pronti ad essere sfoggiati in occasione della sua imminente festa di compleanno: si contempla, ammicca ai suoi tanti riflessi proiettati nella serie di vetri che la circondano. È una delle prime e più emblematiche sequenze di Las Niñas Bien, diretto da Alejandra Márquez Abella, tratto dal libro di Guadalupe Loaeza e in selezione alla tredicesima Festa del Cinema di Roma. La quotidianità della “ragazza bene” Sofia è esattamente questo: una perenne, sontuosa, luccicante orgia di riflessi, di (auto)rappresentazioni, di apparenze impermeabili al mondo esterno. O, almeno, così vorrebbe (continuare a) essere, ma il Messico a un passo dalla crisi economica del 1982 ha altri piani per lei, per la sua famiglia e per una parte della ricca borghesia locale che lei e il suo stile di vita incarnano. Ed è proprio il Messico dei pochissimi privilegiati, e in particolare delle esponenti femminili di questa classe-casta, che il film mette in luce narrando la lenta, inesorabile caduta dal piedistallo sociale della sua protagonista.

Una prospettiva prevalentemente al femminile che fornisce allo sguardo della regista lente e sfumature specifiche attraverso cui restituire la satira (già tante volte portata avanti dal cinema) di vuotezze e ipocrisie della più altolocata società. Più che il contrasto di una classe con l’altra, di un microcosmo sociale col macrocosmo di un Paese, di un sistema di (dis)valori con altre visioni e prospettive di vita, conta il ritratto psicologico, sociologico, antropologico di queste donne immerse nel sogno-realtà di una vita da «principesse», unico obiettivo e riferimento delle loro esistenze. Ricche di famiglia, da poco arricchitesi o a rischio impoverimento che siano, tutte le niñas bien aspirano alla e respirano nella medesima bolla di esclusivo, profumatissimo sapone, e nemmeno lo scoppiare della bolla al tocco dei ribaltamenti storici collettivi cambia davvero tale prospettiva condivisa.

La parabola di Sofia sta lì a dimostrarlo con la massima evidenza: tutto va mutando nella sua vita, dal numero di domestici al modello di auto che può permettersi, dalla considerazione delle sue amiche-nemiche-rivali alla stessa possibilità di conservare la propria casa-reggia, ma poco o nulla si modifica nel suo modo di vedere il mondo. Di fronte alla crisi, il problema (e l’ossessione) non sarà riorganizzare le proprie priorità e il proprio approccio al reale, ma preservare il proprio piccolo grande regno di rappresentazioni agli occhi delle altre attrici-spettatrici, nascondere a loro (e a se stessa) che qualcosa è cambiato e che il proprio teatro artificiosamente fatato non si tiene più. Proprio per questo non c’è e non può esserci nulla di tragico, e nemmeno di puramente, francamente drammatico nel declino di Sofia: semmai, quella disegnata per lei dal procedere del film è una commedia acre fatta di sorrisi tirati e mezze risatine a tradimento, una farsa (quasi) sempre prudentemente, perbenisticamente a qualche passo di distanza dal precipizio del grottesco esplicito.

Di conseguenza, l’approccio della regista si mantiene al confine acido tra dramma di quarta categoria e commedia crudele, giocando con i tanti, ironici contrasti che ingabbiano Sofia e il suo mondo nella dipendenza dalla propria stessa inautenticità. Si pensi al contrasto tratteggiato intorno al tema-immagine-simbolo dell’acqua, bene di significativa scarsezza persino nelle case più “in” del Messico, eppure versato in quantità nei continui trattamenti-rituali estetici, irrinunciabili anche nel pieno della crisi in atto. Ancora di più, c’è il contrasto tra la vana tensione di Sofia a tappare le falle del proprio ménage e l’ostinata indifferenza della donna ad ogni sviluppo del quadro politico-economico da cui la sua stessa situazione dipende: i notiziari della televisione e le pagine dei giornali, uniche e sbiadite finestre tramite cui l’attualità più urgente può entrare nella villa della principessa di cartapesta, sono ignorati e accantonati (magari in favore dei magazine di gossip) con invariata e invariabile perseveranza.

Ciò non vuol dire, d’altronde, che la regista rinunci a restituire, nella deformazione sarcastica, una protagonista comunque viva e sfaccettata. È un ritratto denso di particolari quello che si dà di Sofia, valorizzando al meglio anche le molte e convincenti sfumature della sua ottima interprete: tra primi e primissimi piani sul volto dove si congela un sorriso interdetto alla prima carta di credito rifiutata, e che via via si riduce a maschera sempre più fragile e tetra della propria aura ormai perduta.

Le sfumature della personalità e del ruolo sociale di Sofia sono ulteriormente evocate dalle dialettiche con gli altri personaggi. Tra questi, abbiamo la madre, sempre fuori campo e sempre determinante (in quanto responsabile della di lei educazione al culto della forma e dell’agiatezza ad ogni costo) e, ancora di più, il marito (Flavio Medina): patetico e non meno vacuo uomo-bambino che gioca tra eccessi alcolici e macchinine telecomandate, perfetta antitesi del perenne sogno erotico-sentimentale della donna, quel Julio Iglesias che anima dall’inizio alla fine tutte le improbabili fantasie romantiche di Sofia.

Attraverso la sua protagonista e il mondo che le ruota intorno, Las Niñas Bien consuma una parabola di decadenza senza fughe né catarsi di sorta, tra lenti e ripetuti volteggi della macchina da presa intorno alle vuote conversazioni delle sue dame borghesi che non arretrano (tanto meno) di fronte alla morte («I funerali mi irritano. Non so mai cosa mettere»). Una satira che certamente non avrà la carica distruttiva di un Buñuel, ma che si dimostra graffiante (e attuale) quanto basta. E lo conferma una sequenza conclusiva dove la sempre più precaria compostezza altoborghese si infrange del tutto: alla fine, la rappresentazione perenne dei (non più così tanto) ricchi getta la maschera, svelandosi, sguaiatamente e addirittura animalescamente, per il carnevale che è sempre stata.

Emanuele Bucci

© Riproduzione Riservata