#RomaFF13 – Jan Palach: l’insostenibile banalità della forma

Chi era Jan Palach?

La trama del film

Jan Palach era uno studente di filosofia cecoslovacco che fu tra i più fervidi sostenitori della stagione riformista della nazione ceca, una fase storicamente nota come Primavera di Praga. Il paese sembrava sulla soglia di un’importante momento di trasformazione rispetto a come stavano le cose fino alla prima metà del Novecento; l’ascesa politica del cosiddetto “Socialismo dal volto Umano” incarnato dal partito di Alexander Dubček con tutte le sue attese e fondamentali riforme: l’annullamento della censura, il decentramento del potere economico, la regolamentazioni dei diritti del popolo e accordi che avrebbero dovuto garantire lo stato “indipendentista” della Cecoslovacchia rispetto all’Unione Sovietica. Tutto ciò avrebbe dovuto rappresentare un nuovo inizio per quella gioventù attiva e vitale che si riconobbe immediatamente negli ideali del rinnovato spirito nazionale riformista, soprattutto per studenti come Jan, ma da quel sogno ci fu un brusco e durissimo risveglio.

L’invasione della capitale da parte di forze miliziane sovietiche vide presto ripiombare il paese in un clima di controllo, forse persino peggiore di quanto non fosse prima (la chiusura dell’Università, la falsa propaganda russa attraverso i mezzi di informazione). Nonostante gli scioperi, le manifestazioni popolari e le riunioni studentesche, la lotta venne lentamente abbandonata, lasciando così spazio ad una resa incondizionata fondata su un comune stato di convivenza politica e di completa sottomissione nei confronti del paese “invasore”.

La fine del sogno portò Jan a maturare quel gesto estremo e tragico che lo ha consegnato alla nostra memoria collettiva: il 16 gennaio del 1969, al centro della piazza San Venceslao di Praga, Jan si cosparge il corpo di benzina e si da fuoco davanti alla folla in segno di ribellione, divenendo famoso come la prima torcia umana della lotta per liberare la nazione. Giorni prima aveva inviato una serie di lettere a funzionari governativi e a testate giornalistiche in cui spiegava le ragioni del suo gesto e annunciò che altri ne avrebbero seguito l’esempio, se le cose non fossero cambiate. Morì pochi giorni dopo per le gravi ustioni riportate.

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Still dal film “Jan Palach”

Una ricostruzione inerte e priva di passione

Non è certo una novità assistere alla proiezione di un’opera che ha come primo obbiettivo quello di ricostruire la vita di un personaggio realmente esistito. Se proviamo a sfogliare le pagine del programma di questa tredicesima edizione della Festa del film di Roma non è il primo e non sarà neanche l’ultimo dei tanti che ci ritroveremo a guardare.

Quando ci si confronta con il biopic (il genere più sfruttato e filtrato al cinema), secondo l’approccio classico, si dovrebbe sempre riuscire a ricercare quella chiave capace di interpretare la materia, di guardare al personaggio non soffermandosi esclusivamente sugli aspetti di pura superficie e di traslare la scrittura su quella vita o quel dato evento (se si decide di trattare un singolo episodio) in una riflessione che non si limiti alla ricostruzione cronachista (come scrive Mckee). Tra i vari approcci c’è, ovviamente, quello tipicamente tradizionale, corretto e pulito che affronta la materia con il giusto rispetto e, nei suoi migliori risultati, va al di là di della semplice agiografia magari spingendosi in territori più ambigui, tetri, per non dire critici sulla persona, su ciò che lo ha riguardato e quali riflessioni quell’esistenza porta con sé.

Nel caso di Jan Palach siamo senza dubbio di fronte ad un film con una scrittura d’impostazione classica, che ha dalla sua intenti validissimi come quello di trattare un episodio abbastanza discusso nella storia recente della Cecoslovacchia, probabilmente molto sentito dal regista, e di farlo raccontandoci il lento distacco e la morte delle illusioni del giovane senza esaltarne troppo quell’aurea eroica e discussa riconosciutagli col tempo dai posteri. Peccato che il risultato si trascini dietro non pochi problemi.

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Still dal film “Jan Palach”

Il regista Robert Sedlácek decide coscientemente di concentrarsi sull’ultima fase della vita di Jan Palach per mostrarne la sua trasformazione da ragazzo come tanti, desideroso di studiare e di conoscere il mondo, devoto alla famiglia, affettuoso e leale verso gli amici e una ragazza di cui è innamorato, fino alla maturazione della scelta estrema, preceduta da un lenta e silenziosa discesa verso l’isolamento e l’alienazione da tutto ciò che lo circonda. Il ritratto che ne viene fuori è chiaramente quello di un ragazzo buono, sensibile e onesto, pronto a farsi avanti di fronte ad ogni ingiustizia (anche quando di mezzo c’è un coetaneo di origini russe) e testardamente fedele ai propri valori. Insomma Jan è l’emblema dell’eroe anonimo piccolo e insignificante che si sacrificherà per ridestare la coscienza addormentata del proprio paese.

Pur non muovendoci completamente nelle trattorie del racconto agiografico, la scrittura lineare offre con contenuto spessore uno sguardo sulla sfera intima e psicologica dei ragazzo senza caricarne troppo le “buone” qualità ma tratteggiandolo con precisione. Peccato che le questioni esterne, o per meglio dire, il contesto storico-politco dell’azione (quell’ipotetico gruppo di rivoltosi che avrebbe proseguito la sua causa seguendone l’esempio anche dopo la morte) venga inspiegabilmente messo sotto silenzio, limitando Jan Palach dentro una dimensione privata in cui l’atteggiamento affettuosamente “oppressivo” della madre diviene metafora di uno status politico immobile e attaccato al passato e alla paura del cambiamento. La vicenda viene però quasi completamente svuotata di possibili riflessioni per interrogare la realtà storica e il contesto dell’azione limitando così il processo creativo ad una ricostruzione filologica fredda, a tratti stereotipata e assai didascalica (esemplare l’elegiaca e funerea sequenza di commiato ambientata in una chiesa).

A peggiorare la portata ricettiva del film ci pensa poi la regia sottotono di Sedlácek, professionista che viene dalle produzioni televisive e purtroppo si vede. Fallisce perché, nonostante una fotografia desaturata e spoglia, che ben si addice alla volontà di dare al film un tono funereo e di inevitabile tragedia, la messa in scena risulta sempre troppo anonima. Non dimostra un minino di coraggio quando sfiora quegli episodi sanguinosi e repressivi di cui furono agenti le forze militari sovietiche. Compone le inquadrature solo su primi piani o piani stretti che non riescono a dar voce piena al malessere e al senso di straniamento vissuto silenziosamente da Jan finendo per esaurire quella stessa materia “calda” (l’adesione alla Primavera di Praga, il rifiuto di ogni qualsivoglia forma di oppressione, il doloroso senso di impotenza) dentro una forma a senso unico e priva di respiro.

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Still dal film “Jan Palach”

Jan Palach si dimostra sfortunatamente un’ occasione mancata; un bagnami inerte, illustrativo e avulso da qualsivoglia traccia di personalità; il genere di biopic distaccato, algido, privo di tensione, inerte sul piano ideologico e disinteressato ad aprire discussioni o ad argomentare quella portata simbolica e riflessiva che poteva essere ottima occasione per dialogare con il reale e con la Storia passata. Un film che scivola sullo schermo senza lasciare la minima traccia nella mente e nel cuore dello spettatore.

Laura Sciarretta

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