#RomaFF13 – Il vizio della speranza

Ci sono luoghi dove la speranza è un peccato, qualcosa da scartare, una qualità che serve solo ad alimentare l’illusione di un sogno “troppo” pericoloso. E come potrebbe essere diversamente in un ambiente che sin dalle prime inquadrature appare come un purgatorio tra terra e mare, dove le acque e il cielo sono gelidi e plumbei, dove anime nere vivono dentro lamiere e palazzetti marci, dove l’infanzia è violata e c’è lo sfruttamento silenzioso di chi è debole (non solo stranieri clandestini)?

Maria è una ragazza dalla camminata decisa e virile, un cappuccio sempre in testa per proteggersi (dice lei) e un cane come unica compagnia. Figlia di una madre catatonica e bisognosa di cure, lavora giorno dopo giorno per la camorrista del luogo, una donna eroinomane e ingioiellata, senza farsi troppe domande, né tanto meno scrupoli. Maria infatti ha conosciuto la violenza sin da piccola e da allora è andata avanti con le proprie forze, nascondendo le proprie cicatrici ed eseguendo gli ordini con estrema inflessibilità. Il suo lavoro consiste nel traghettare da una sponda all’altra del fiume donne incinte e prossime al parto, costrette a vendere i frutti dei loro corpi per garantirsi sostentamento e protezione dalla criminalità del posto. Perché i figli qui nascono in funzione del guadagno, e sono un dono solo per quelle famiglie benestanti che vivono altrove e sono disposte a pagare un lauto prezzo per averli. Chi accetta l’accordo riceve, chi si rifiuta e fugge viene riportato indietro o fa una brutta fine. Ma proprio quando una delle ragazze scompare, Maria, incaricata di trovarla e riportarla indietro, scopre essa stessa di aspettare un figlio.

Questo evento inaspettato (e miracoloso) è il punto di svolta per la nostra protagonista. Dalla fuga della ragazza Maria inizia a interrogarsi su sé stessa e a guardare le cose da un’angolazione diversa, nuova. Lei è cosciente che suo figlio non potrà mai vedere la luce e che la gravidanza la esporrebbe ad una alto rischio di morte, se portata fino in fondo. Il suo corpo violato ha subito troppo per accogliere questa nuova vita e in ogni caso quale futuro potrebbe mai offrire per il nascituro? Eppure decide di non abortire e dentro il suo animo rinasce il sentimento, quel calore soffocato per anni, negatole in passato e relegato da qualche parte. Maria si apre ad una consapevolezza nuova di sé stessa e inizia così la sua piccola rivoluzione personale: si appoggia a quel desiderio forte e atavico di essere madre, inizia a credere che forse vale la pena rischiare, reagire e far nascere quella vita e coltivarla nonostante le brutture conosciute e subite, nonostante lo schifo che la circonda, nonostante chi le dice di lasciar perdere con la speranza.

Suo figlio rappresenta proprio la speranza che in quei luoghi ha il sapore di un vizio, di una bestemmia indicibile, di una scelta “folle” che però Maria affronterà con tutte le sue conseguenze.

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Stilla dal film “Il vizio della speranza”

Dopo il bellissimo Indivisibili per il suo quarto lungometraggio, il regista partenopeo Edoardo De Angelis torna a raccontare il desiderio di una fuga, di un sogno di libertà, appoggiandosi ad una struttura narrativa più solida e riconoscibile, che è poi quella del melodramma sulla rinascita di una donna ancora possibile ma ricca di sofferenza e difficoltà lungo il cammino, ma rimanendo fedele alla sua poetica. Se il titolo precedente era una favola crudele su due gemelle siamesi rese fenomeni da baraccone, madonne per matrimoni, feste di paese e processioni religiose da un padre padrone, Il vizio della speranza percorre un sentiero che assomiglia a quello di una parabola drammatica tra sacro (evidente il riferimento ad altre Madonne nel nome di alcuni personaggi, su tutte quello di Maria Vergine) e profano, tra fede e rassegnazione, tra realtà e lirismo. Anche qui, in fondo, si parla di una testarda e viscerale viglia di ribellione (lì c’era la necessità di un distacco, qui c’è la possibilità di riconciliarsi con la propria femminilità negata, di riaffermare il potere di un legame di sangue irrinunciabile) e di rottura contro la realtà che intrappola, avvelena e non lascia più andare. Si tratta di un mondo che soggioga un po’ tutti (persino chi sembra avere il potere è dipendente da qualcosa, di una terra malata e spettrale (fulminante l’immagine iniziale della bambina in abito bianco sospesa nella rete di un pescatore) dove non c’è fede se non nel denaro. Chi possiede la bontà è umiliato e messo in esilio, così vuole affidarsi all’amore perde, perché non c’è nulla a cui aspirare se non alla mercificazione del corpo femminile (che genera vita, che è oggetto di santità e abuso), alla corruzione e all’annullamento dell’anima in cambio del profitto e della sicurezza.

Ciò che stupisce in positivo, ancora una volta, è la messa in scena svuotata di abbellimenti o facile retorica, anzi, tutta giocata su sottigliezze tematiche (la prostituzione, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestine e la violenza sessuale) che non scadono mai nella facile pornografia del dolore e immerge l’ambiente dentro una fotografia plumbea, dai toni freddi e pesanti, che ben si adatta allo stato di oppressione che domina personaggi. Questi ultimi tanto squallidi quanto fragili, figure a tutto tondo e ricche di contraddizioni che il regista sta bene attento a non trattare con troppa indulgenza. Sono figure, in qualche modo, “figlie della disperazione”, schiavi di un sistema a cui nessuno sembra riuscire a sottrarsi per pura malvagità, per egoismo personale o per un ripiego (la droga, il sonno della coscienza e dell’attaccamento affettivo), o semplicemente perché non se ne può fare a meno. Perché conta di più il nichilismo, si sceglie di sopravvivere abbassando la testa e di trasformarsi in bestie consapevoli, assoggettate e rassegnate alla durezza del vivere quotidiano.

Il regista non teme di spingersi dove molti non osano, di mettere in luce le zone d’ombra dell’umanità, di cadere in qualche eccesso e soprattutto non ha paura di immergere le mani in quelle acque sporche, in quegli alberghi sul mare (riadattati a case fatiscenti) con scritte giganti al neon, in quelle sponde infernali piene di fango, di rifiuti e di capanne con prostitute e disgraziati di ogni genere. Egli ricrea e mette a nudo un sotto-mondo italiano costruito su proprie culture, credenze, riti e musica (anche qui affidata al professionismo di Enzo Avitabile, vero coro greco del film, con le sue percussioni secche e persistenti, le partiture orchestrali e le commoventi ballate nei momenti più drammatici della storia), un antropologia di rara potenza, un immaginario partenopeo a metà tra la cronaca nera e la favola adulta (lontanamente avvicinabile eppure allo stesso tempo ben diverso dal recente Garrone) proseguendo un discorso già tracciato nei suoi lavori precedenti. Questa volta De angelis si affida ad una narrazione innalzata a racconto universale e mai, prima d’ora, così sfacciatamente allegorico e ottimista: quella di una natività pagana che può ancora far credere gli uomini nella salvezza e nella speranza, nella possibilità di una piccola rivoluzione contro le regole della criminalità, contro le catene della schiavitù (più sicure e preferibili a qualunque pericolosa libertà) e contro il destino.

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Stilla dal film “Il vizio della speranza”

C’è da dire che De Angelis non riesce sempre a mantenersi centrato e rigoroso, né a nascondere qualche difetto. La scrittura appare fin troppo satura di espedienti drammatici e finanche consolatoria, ma è altrettanto innegabile quanto Il vizio della speranza riesca ad evocare molto con poco, ad emozionare senza ricorrere a comodi colpi bassi, a valorizzare i luoghi senza perdere di vista l’uomo e ad esaltare i volti, i gesti e l’espressione viva dei suoi attori. La protagonista Paola Turci (su cui De Angelis non stacca mai la macchina da presa) tiene egregiamente il peso assegnatole e non le sono da meno gli eccellenti comprimari Massimiliano Rossi (in un ruolo opposto alla figura padre padrone e profittatore di Indivisibili), Marina Gonfalone (la camorrista detta “Zia Maria”) o Cristina Donadio (nei panni della madre anaffettiva); tutti intensi e assolutamente capaci nell’incarnare sfumature e stati d’animo dei ruoli affidati con lodevole impegno e grande professionalità.

La Festa del cinema di Roma prosegue dunque la sua rassegna nel segno della qualità e del buon cinema, ci sta offrendo una sezione ricca di piacevoli conferme (almeno nelle prime battute, dopo la buona apertura di Bad Times at The El Royal di Drew Goddard), grandi autori e, per fortuna, un altro titolo dal forte impatto emotivo che vi consiglio caldamente di non perdere.

Per una volta non vi vergognate se vi ritroverete in sala con qualche lacrima a rigarvi il viso.

Laura Sciarretta

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