#RomaFF13 – Halloween di David Gordon Green

L’Halloween di David Gordon Green è una pellicola ambiziosa, realizzata con rispetto nei confronti delle fonti originali e che, soprattutto (merce rara in questi anni), sceglie di giocare pulito e onesto, cercando di organizzare prima di qualsiasi altra cosa un suo discorso peculiare, una sua lettura del serial killer creato da John Carpenter e Debra Hill e (prima di qualsiasi altra cosa) del suo impatto con la contemporaneità, in termini di ricezione, modalità produttive, immaginario e poi, solo poi (attraverso una strategia quasi masochistica) lasciandosi andare a quelle soluzioni che stuzzicano il fandom e fanno ottenere al film il favore degli appassionati.

Il problema principale del progetto di Green, tuttavia, è che malgrado tutte le buone intenzioni di partenza finisce per essere vittima della sua stessa ambizione, colpevole di non capire fino in fondo la strada da intraprendere, indeciso, come si vedrà, su quale delle due nature che lottano all’interno del suo nucleo, assecondare.

È un po’ come se David Gordon Green scegliesse di scavarsi la fossa da solo.

È lui a dichiarare alle fonti di informazione, fin dai primi attimi di progettazione del film, che il suo Halloween andrà a ricollegarsi direttamente al primo film di Carpenter, spazzando via, di fatto, gli altri sette progetti, tra sequel e reboot, che hanno continuato a lavorare sul personaggio di Michael Myers dopo che lo stesso Carpenter ne aveva venduto i diritti di sfruttamento. Green parte quindi da una dichiarazione programmatica molto forte, affermando in maniera più o meno velata di essere lui l’unico degno di proseguire il racconto del feroce serial killer, qualificandosi in modo indiretto come custode e garante di quell’approccio registico minimalista e quasi monumentale nella sua inesorabilità che è una delle marche distintive più importanti non solo del film del 1978 ma anche della profonda mitologia di Michael Myers.

Purtroppo gli intenti di Green sono raggiunti solo a metà. Il rispetto e l’affetto con cui si avvicina agli elementi cardine del racconto di Carpenter è palpabile. La diegesi si diverte a ricombinare input provenienti dal film del 1978 cambiandoli di segno (Laurie che osserva la nipote esattamente come Myers la osservava all’inizio del primo film) o facendoli riemergere dal continuum narrativo come materiale da costruzione (pensiamo al telo che copre una delle vittime che riprende il motivo del telo del fantasma della pellicola del 1978), il tutto senza mai scadere, cedere nella mera citazione fine a sé stessa ma approcciandosi al passato con una finezza e un’eleganza rare.

Halloween 1
Still dal film “Halloween”

Discorso diverso (per certi versi più complesso) va fatto per la regia.

David Gordon Green ce la mette tutta. La regia del suo Halloween è pulita, in sé equilibrata, continuamente alla ricerca di quell’approccio minimalista che la avvicinerebbe al nucleo di John Carpenter, ma qualcosa sembra non funzionare. Green non è concentrato, appena può si lancia in parentesi straordinariamente stilizzate ma superflue in un film del genere (come il piano sequenza del secondo atto che vorrebbe rifarsi a quello con cui si apre il film del 1978 non riuscendo però a ricreare la solennità e la cupezza della sequenza) o finisce per velocizzare il ritmo di un film che invece dovrebbe aggredire lo spettatore come una melma vischiosa, attraverso un montaggio che avvicina il suo progetto ad un horror degli inizi del ’00.

Ad un occhio attento la strategia di Gordon Green (e della produzione, quella Blumhouse che sta rivoluzionando la dimensione del teen horror contemporaneo) è chiara: l’obiettivo principale è in effetti quello di rendere Michael Myers un’icona per i millennials così come lo è stata per i loro genitori. Halloween, più che ai nostalgici è diretto a loro, e il montaggio, la disposizione delle sequenze, l’attualizzazione delle dinamiche del primo film alla contemporaneità sono tutti stratagemmi atti a rendere il prodotto fruibile ad un target tra i quindici e i venti anni. Lo si è fatto per aumentare la portata commerciale del prodotto? Sicuramente sì. Lo si è fatto, anche, in buona fede, per dare ai millennials un’icona su cui riversare le loro paure in un’epoca in cui l’immaginario horror è carente in questo senso? Ci piace pensare di sì ma ciò che comunque è innegabile, al di là della buona fede, è che nel tentativo di aprire il film al più ampio spettro di pubblico possibile il progetto finisce per essere irrimediabilmente rovinato nella sua essenza, impossibilitato a creare un dialogo proficuo con quella tradizione a cui millanta di volersi riconnettere.

Halloween 2
Still dal film “Halloween”

Messa in prospettiva questa incertezza di fondo fa ancora più male perché nel momento in cui il film tenta un discorso autonomo, che pone al centro il personaggio di Laurie Straude e tematizza da un lato la trasformazione del personaggio femminile da semplice custode (del primo film) a madre protettiva, dall’altro la prevedibile metamorfosi da preda a predatore funziona straordinariamente bene, ha un ottimo ritmo e può contare su una Jaime Lee Curtis in stato di grazia. Peccato che sia anche il momento più fanservice del film e dunque la diegesi sfrutta questo motivo molto meno di quanto dovrebbe. Ammirevole, ma qualche minuto in più sullo schermo per la Curtis avrebbe potuto significare il salvataggio del film.

L’Halloween di David Gordon Green non è dunque un brutto film ma ci si sta confrontando con una pellicola incapace di prendere posizione all’interno del contesto audiovisivo contemporaneo, un progetto insapore caratterizzato da spunti di straordinario interesse che avrebbero meritato ulteriore approfondimento.

Alessio Baronci

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