#RomaFF13 – Funan – Il dramma della Cambogia e la forza dell’amore

Funan è l’antica denominazione della Cambogia; il riferimento ad un tempo mitico, lontano ma ancora preservato da quella tragica fase in cui assunse il nome di Kampuchea Democratica e che vide l’ascesa al potere del regime rosso di Angkar. A partire dalla presa della città di Phnom Penh, il 17 aprile 1975 si instaurò di fatto una dittatura che durò fino al 1979. I militanti rivoluzionari costrinsero la popolazione cambogiana ad abbandonare case e proprietà e a vivere nei campi di lavoro dove i membri di migliaia di famiglie vennero distribuiti e divisi per servire la causa degli Khmer, per tornare (a detta del partito) all’antico onore della nazione e servire Angkar. Ovviamente chi non si piegava o disertava ali ordini trovava la morte. Questa obbligata fase di riconversione culturale, per purificarsi dall’influenza del capitalismo occidentale, rappresentò per il popolo anni di fatica e disumane privazioni. Durante questa oscura pagina di storia, la vita di molte famiglie venne così crudelmente distrutta e brutalizzata dalla meschina e ceca autorità dei seguaci di Pol Pot.

Funan è diretto da Denis Do, regista francese di origini cambogiane, che per l’occasione ha deciso di esordire con un film d’animazione di dichiarata ispirazione autobiografica. Ispirandosi alle memorie di sua madre (a cui il film è dedicato), racconta il dramma di una delle tante famiglie vittime del regime di Angkar, presentato nella selezione ufficiale della tredicesima edizione della Festa del cinema di Roma.

Ogni anno la rassegna romana offre l’opportunità di vedere opere d’animazione di grande impatto e sensibilità (pensiamo solo all’anno scorso al successo di titoli bellissimi come La tartaruga rossa o The Breadwinner) e Funan, in questo senso, è una gradita conferma.

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Still dal film “Funan”

Si apre con un incubo. La protagonista sta cercando disperatamente qualcuno in mezzo alla folla, una serie di ombre nere stagliate intorno a lei che finiscono per circondarla, finché tutto si fa nero. Lo schermo si riaccende sull’immagine solare e calda di una città in fermento. È un giorno come tanti a Phnom Penh: Chou, la protagonista, fa il bagno al figlioletto di tre anni, Sovanh; il marito Khoun è in giro con la macchina e al rientro le si avvicina soffiandole dolcemente vicino all’orecchio (un loro privato gesto d’amore); la donna chiama il piccolo per pranzare e tutti i parenti (nonni, zii, cugini) si riuniscono. Fuori non è rimasto nessuno ma sentiamo la voce di una radio mentre annuncia la presa di potere dei rivoluzionari di Angkar. Di nuovo schermo nero. La vita tranquilla e felice è subito interrotta e quest’immagine non tornerà mai più.

Durante la deportazione, Sovanh si perde e viene smistato lontano dai genitori. Chou si vede suo figlio strappato via, come nel suo incubo, senza poter reagire. Lei e il marito si aggrappano ostinatamente alla flebile speranza di poterlo riabbracciare, ma ciò accadrà solo sottostando ad ogni folle e disumana regola imposta dal regime, abbassando più e più volte la testa alle ingiustizie e alle costante minaccia di essere uccisi, assistendo impotenti a esecuzioni, punizioni e al disfacimento fisico e morale della propria gente (di cui sarà muto testimone anche Sovanh).

In Funan il disegno dal tratto minimalista e scarno restituisce la limpidezza e i colori pieni dell’ambiente ma a colpire è l’incisiva espressività dei corpi: quelli deformati dalla carestia, segnati da anni di fatica, di lavoro forzato, privazioni e rabbiosa sofferenza. La violenza scioccante non è mai direttamente esposta ma è sempre palpabile: la scorgiamo negli occhi terrorizzati di Sovanh, nelle urla, nel sordo rumore di uno sparo, nelle lacrime di una ragazza vittima delle attenzioni di un soldato, nel volto assente di chi assiste al linciaggio di un aguzzino. In fondo a Denis Do e all’animatore Michael Crouzat basta poco per elevare il racconto a opera di denuncia e melodramma familiare, epurato da qualsiasi sembianza favolistica e ricco di episodi che nella loro esemplarità, riescono a restituire la complessità della storia senza facili pietismi o inutili consolazioni a buon mercato.

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Still dal film “Funan”

Funan è anche un film che mostra la morte senza mostrarla: come un’essere umano può essere ucciso, ad esempio, nello spirito prima che nel fisico; negli affetti; nella razionalità; nelle idee; nella compassione e nella moralità. Tutto procede come una vertigine verso il basso inesorabile e straziante, in cui il male squarcia sempre di più le certezze dei personaggi e colpisce implacabile la sensibilità dello spettatore. Una caduta esemplificata da piccoli dettagli di scrittura, con piccoli elementi, come i gioielli nascosti che poi perdono di valore, le continue ma inascoltate richieste dei genitori di poter raggiungere il figlio, il secco stillicidio delle famiglie in uno straniante contrasto tra la bellezza paesaggistica e la violenza più tangibile e cruda, seppur spesso lasciata fuori campo. La morte si insinua silenziosa mentre lo stato di privazione diventa sempre più inaccettabile e drammatico (c’è chi tenta la fuga, chi viene ucciso dalla fatica se non dalle armi), le vite si spengono senza un perché, schiacciate come piccole formiche dalla pratica inflessibile del totalitarismo rosso e dalla bestialità dell’essere umano. Quel che suona ancor più doloroso è che il genocidio della Cambogia non si è esaurito in quei terribili quattro anni, come ci ricordano le didascalie finali, bensì è stato il preludio di altre innumerevoli tragedie e di un’odissea senza fine che ha spezzato e trasformato in esuli disgraziati le milioni di persone sopravvissute. In questo senso, la voce della protagonista diventa quella di un intero popolo, di tutta quella gente privata della a dignità di essere umani, in un lungo viaggio che forse non vedrà mai la fine.

Denis Do descrive con sufficiente cura e profondo realismo (quasi anti-cinematografico, si potrebbe dire) le diverse sfumature dell’animo umano e non tralascia nulla del potenziale offerto dalla storia, mostrando gli abusi e l’atteggiamento ottuso e brutale dei carnefici, ma anche concedendo piccoli sprazzi di speranza e ritrovata umanità. Tra le vittime, non tralascia invece aspetti poco edificanti e talvolta immorali, mette in chiaro l’atteggiamento egoista di chi si vende al potere, il clima del sospetto, la spinta alla sopravvivenza che giustifica ogni azione, senza giudicare con atteggiamento paternalista (a stessa protagonista non riesce del tutto a rinnegarsi). Neanche l’animo più infantile e innocente riesce a trovare una via di fuga abbastanza lontana, un’appiglio duraturo per proteggersi dalla tragedia in atto, un rifugio segreto nella semplicità dell’infanzia. Sovanh è fino a un certo punto un inconsapevole testimone. Anche lui è costretto a guardare in faccia la morte e a cavarsela da solo, nell’attesa di essere finalmente ritrovato.

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Still dal film “Funan”

Funan arriva diretto come un pugno nello stomaco e nonostante la delicatezza del tratto, la bellezza degli ambienti e lo stile delicato usa il melodramma familiare per trasformarlo in opera universale e (drammaticamente) contemporanea, visto soprattutto il tema del profughi. Nel farci scontrare con le miserie morali e l’insensata violenza a cui può portare l’azzeramento di ogni diritto, Funan si rivela anche un piccolo e doloroso inno sul potere dell’amore, quell’inviolabile e duraturo legame tra le creature, dalla nascita fino alla morte, quel legame che sopravvive per sempre in ogni gesto (intimo, segreto e incancellabile), anche quando siamo costretti a piegarci, persino di fronte alle tragedie più insensate e feroci. Quelle che, da un giorno all’altro, possono stravolgere per sempre le vite di ciascuno, privarci delle nostre radici e mettono in discussione il nostro futuro.

Non raggiunge certo la maturità estetica, il disegno e la complessità narrativa di altri esponenti del cinema di animazione odierno (inutile fare paragoni con case del calibro, per fare un esempio, dello Studio Ghibli), è giusto sottolinearlo, però l’esordio di Denis Do riesce in ogni caso ad imporsi silenziosamente come un’opera diretta e di imprescindibile valore per non dimenticare e per restare umani.

Laura Sciarretta

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