#RomaFF13 – Fahrenheit 11/9: Michael Moore e i frammenti di un grido

«Era tutto un sogno?». Parte con questa domanda Fahrenheit 11/9, l’ultimo documentario di Michael Moore (in selezione alla Festa del Cinema di Roma). Davanti a noi, scorrono le ultime giornate prima delle elezioni presidenziali del 2016 negli Stati Uniti. E a vedere oggi certe immagini e dichiarazioni verrebbe da rispondere che, sì, forse molti stavano davvero sognando. Secondo il New York Times, Donald Trump aveva solo il 15 % delle possibilità di vincere. Da George Clooney a Nancy Pelosi passando per i tanti cittadini di minoranze etniche, religiose o di orientamento sessuale, una parte molto consistente del Paese viveva (o sperava di vivere) già col piede posato dentro un’America governata dalla Presidente Hillary Clinton. Le prime proiezioni in televisione partecipano dell’immersione onirica collettiva, dando la Clinton in vantaggio sull’avversario. Poi, in quel 9 novembre, il sogno crolla un pezzo alla volta, come i tasselli di un domino: Ohio, North Carolina, Florida, Wisconsin, Pennsylvania, aggiudicati a quello che, nell’implacabile realtà, diventa il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Dunque sì, era tutto un sogno. E l’incipit del nuovo atto d’accusa di Moore alle contraddizioni della società americana gioca prima di tutto a invertire i termini del suo film più celebre, quel Fahrenheit 9/11 del 2004 sull’ormai distante era di Bush Jr. Un’inversione che non è solo quella letterale delle cifre nel titolo. In questa prima manciata di minuti e materiali, il regista-produttore-narratore ribalta molti aspetti del documentario di quasi quindici anni fa. Ieri si desiderava che la triste realtà della (controversa) vittoria elettorale di Bush e dei suoi primi anni di amministrazione fosse stata solo un brutto sogno; oggi il sogno rassicurante in cui si erano rifugiati molti ha impedito di scorgere la brutale realtà. E ancora, ieri l’ironia di Moore veniva calata come una ghignante scure contro un uomo politico e un sistema di potere che si prendevano grottescamente sul serio; oggi, invece, l’ironia sembra l’unico modo possibile di leggere e commentare un palcoscenico dove non solo il confine tra dramma e farsa è stato definitivamente superato, ma tale sconfinamento viene esibito e cavalcato dagli stessi protagonisti-mattatori della tragicommedia: a cominciare proprio da quel neopresidente la cui candidatura era nata come scherzo televisivo per soffiare ascolti a Gwen Stefani. Moore allora colpisce alla testa e allo stomaco già in apertura, lasciando scorgere una visione cupissima non solo della situazione politica ma del corso della Storia, destinata (pare) a cambiare beffardamente l’ordine dei suoi addendi per dare lo stesso risultato: solo un po’ più comicamente sbilanciato verso la catastrofe, verso la morte per stupidità di ogni speranza di riscatto.

Il macigno angolare di questa nuova docu-satira delle follie made in USA, è naturalmente “lui”, The Donald. Il regista non gli risparmia un colpo (d’altronde, come ci ricorda Moore, Trump stesso lo invitò vent’anni prima a fare un film su di lui) e al ritratto-parabola del tycoon dedica alcune tra le provocazioni più affilate: dalla costruzione della statua di cera che lo raffigura (così simile all’uomo in carne e ossa) alternata ai titoli di testa, fino allo stacco sul congresso del partito nazista, con Hitler doppiato dalla voce e dalle parole del presidente americano. A quest’ultimo Moore dà esplicitamente del misogino e del razzista, e d’altronde Trump si dimostra il primo e più formidabile procacciatore di esempi concreti per avvalorare la tesi del regista. Eppure, il centro d’interesse (e dell’interesse) del film non risiede tanto e solo nell’ennesima invettiva contro un presidente che tanti elettori (tecnicamente più della metà) non volevano. Ancora più di Trump in sé, della sua vittoria in quella fatale data e dei suoi primi anni di presidenza, ciò che muove l’indagine di Moore sono (ancora una volta) domande sul prima, sul dopo e sul perché dell’evento chiave da cui si prendono le mosse: ormai ci siamo svegliati, Trump ha vinto, ma come è potuto succedere (o, per dirla con le esatte parole del narratore, «How the fuck it has happened»)? Cosa si poteva fare (e non è stato fatto) per impedirlo? Chi dobbiamo ringraziare per questo?

A queste domande, Moore risponde con una pluralità di affondi su soggetti diversi, verso i quali il regista non è molto più tenero che col presidente-mostro della cui costruzione sono corresponsabili. La vittoria di Trump è anzitutto un prodotto del sistema elettorale americano, che il regista denuncia come non democratico e creato principalmente per compiacere gli stati schiavisti duecento anni prima. Tra gli imputati più ovvi c’è poi il sistema mediatico statunitense, da sempre uno dei bersagli prediletti del documentarista, e qui aggredito e ridicolizzato, non solo per aver grossolanamente sottovalutato il fenomeno politico-comunicativo Trump, ma per averlo direttamente nutrito: fornendo redditizia (per il candidato e per gli stessi network) copertura a un personaggio la cui campagna sopra le righe nessuno aveva preso sul serio finché si era in tempo. Moore sottolinea in quest’ottica la natura di Frankenstein mediatico del personaggio Trump, che ben presto si emancipa e si rivolta contro i suoi creatori: forte prima di tutto del suo ostentare pubblicamente, anziché nascondere, le proprie derive più aberranti, ottenendo la paradossale assoluzione dall’ecosistema mediatico stesso. «Tutto questo accadeva sotto gli occhi di tutti, come se facendolo pubblicamente fosse concesso», nota al riguardo il regista-narratore.

Ma il bersaglio polemico più efficace e meno scontato di Moore è la parte politica opposta (non sempre così tanto) alla fazione dei Trump: quell’establishment democratico che tutto ha saputo offrire ai potenziali elettori meno che un’alternativa credibile alla marea oscura del trumpismo. Già, perché Moore non ci sta a ripararsi dietro l’alibi-stereotipo che vuole il popolo americano costituito in prevalenza da fanatici religiosi, maschi maschilisti, bianchi suprematisti, xenofobi assetati di muri, ultraliberisti avidi, irresponsabili saccheggiatori del pianeta e cow-boy feticisti delle armi. I dati che il film ci fornisce mostrano invece come la maggior parte dei cittadini statunitensi abbiano posizioni progressiste sulla maggior parte dei temi di attualità. Il punto, secondo Moore, è che proprio le istanze progressiste sono state sistematicamente accantonate e disattese dalla parte politica che avrebbe dovuto incarnarle: quel Partito Democratico che ha marginalizzato e boicottato i suoi attivisti e candidati più radicali in favore dei “moderati” sostenuti dai grandi finanziatori («gli stessi» dei repubblicani, si sottolinea nel documentario). Un tradimento progressivo della propria base elettorale che arriva fino all’atteggiamento suicida nei confronti della candidatura di Bernie Sanders, il vero anti-Trump sconfitto (denuncia il regista) soprattutto dai brogli nelle primarie dei Democratici.

Proprio la critica a chi avrebbe dovuto rappresentare e promuovere il cambiamento positivo dell’America (e non l’ha fatto) si rivela un passaggio chiave del brano più potente e meno telefonato del film, l’inchiesta sullo scandalo dell’acqua avvelenata nella cittadina (a maggioranza nera) di Flint. Un capitolo bruttissimo, sporchissimo (di piombo e non solo) e cattivissimo della cronaca americana recente, dove, se il colpevole principale viene chiaramente additato da Moore nel governatore repubblicano Snyder, tanto più significativo è il dito puntato contro l’allora presidente Obama: accolto come un salvatore dai tanti cittadini neri vessati di Flint, i quali poi ammutoliscono di fronte alla gaffe del bicchiere d’acqua, per rimanere tanto più sconcertati e sconfortati dalla mancata dichiarazione formale della città come «disastrata», vanificando in concreto ogni reale cambiamento della situazione. Una storia più dolorosamente emblematica di tante frasi e dati (comunque forniti) sulle incoerenze mascherate da «compromessi» di uno schieramento che ha perso gran parte del suo popolo, progressivamente disaffezionato non solo ai leader ma alla partecipazione politica in generale. Dove una singola immagine catturata da quella realtà ferita riassume perfettamente l’intero discorso: quella del murale di Obama disegnato anni prima a Flint, ridotto a rudere di una speranza morta, con la testa dell’ex presidente ormai danneggiata dal tempo trascorso.

Le risposte che si dà e ci dà Moore sono perciò tante: ma, ancora di più, conta e ci interessa il modo in cui le dà. Moore, da tempi non sospetti, è l’antitesi di un documentarista sobrio e discreto, irrompe non solo nel merito ma anche (e soprattutto) nel metodo con la sua personalità (creativa, oltre che politica); e lo fa con la stessa, inconfondibile esuberanza dei suoi interventi da “personaggio” all’interno dei fatti e film stessi (si veda qui la “caccia” all’irreperibile Snyder, che culmina in un’innaffiata con acqua contaminata sul cancello della sua villa). Questa elaborazione soggettiva della realtà e delle realtà indagate, raccontate e denunciate da Moore assume in Fahrenheit 11/9 la forma di un vero e proprio grido. Un grido di indignazione, allarme, e talvolta persino di (rabbioso) entusiasmo, nei brani che testimoniano le tante rivolte “dal basso” dei cittadini mobilitati per un reale cambiamento (dagli insegnanti in sciopero agli studenti che manifestano contro le armi).

Ma è un grido, comunque, sempre frantumato: conseguenza e rappresentazione di una società (di un mondo) sempre meno ricomponibile e intellegibile. Lo evidenzia prima di tutto l’uso che qui si fa dell’arma privilegiata di ogni cineasta documentarista, il montaggio: incalzante spesso ai limiti della frenesia, con dati e inquadrature sparati a raffica quasi come i tweet tanto cari al proprio protagonista-antagonista. Un montaggio che assembla i moltissimi materiali, scenari, particolari, risvolti delle problematiche esplorate in modo radicalmente non lineare, tra sguardi sul passato recentissimo o più distante, slittamenti in avanti e nuovi salti indietro, ritorni al presente (poi ancora al passato) e inquietanti proiezioni nel futuro. Una frammentazione che ci sembra non solo specchio critico dell’atomizzato, ipertestuale e iperveloce contesto mediatico e social-mediatico odierno, ma anche proiezione estrema dell’inquieta, sempre più indignata passione del regista nei confronti delle questioni (e del Paese) che ci narra. Una passione che però a tratti rischia di farsi prendere la mano, restituendo un discorso meno compatto che in altre opere e, a tratti, soggettivamente scomposto ai limiti del disordine, con qualche ridondanza e sfasamento di troppo che vanno a scapito dell’asciuttezza e della chiarezza.

Malgrado ciò, quello di Moore resta un grido potente e necessario, anche nei suoi eccessi di furibonda passione civile: una presa di posizione sincera che dà la sua versione dei fatti senza paura di bruciare su ognuna delle ferite apertissime di un Paese (e di un mondo). Fahrenheit 11/9 è davvero qualcosa di più che un semplice documentario di denuncia, e come qualcosa di più va e andrà fruito e valutato: è la testimonianza, preoccupata e preoccupante, di un incubo che diviene realtà e (ancora di più) di un sogno di democrazia che non si è realizzato mai. È il grido di una delle più radicali voci critiche del cinema americano contemporaneo, un’esuberante, frastagliata, salutare sveglia dai sonni della ragione che non hanno mai smesso di generare mostri.

Emanuele Bucci

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