#RomaFF13 – American Animals – Il Reale, L’Immagine, L’Immaginario

Quando, nel 2012, Bart Layton si confrontò per la prima volta con la dimensione cinematografica contemporanea, lo fece con un documentario, The Imposter. The Imposter racconta la storia di Frederic Bourdin, impostore seriale che impersonò per anni Nicholas Barclay, ragazzino Texano scomparso a tredici anni nel 1994, si rivelò un successo inaspettato di pubblico e di critica, presentando, di fatto, Layton come uno degli autori da tenere d’occhio di questi anni. Su un piano parallelo, tuttavia, The Imposter risulta essere il primo tassello di un suo personale percorso di ricerca che ora, quasi otto anni dopo, non solo non ha abbandonato ma ha proceduto a circoscrivere, approfondire, arricchire in maniera quasi spasmodica. In questo senso American Animals, altro non è che la chiusura di un cerchio di riflessioni che Layton ha articolato negli anni attorno alle tre direttrici principali dell’identità, della verità, della rappresentazione, una chiusura dalla carica simbolica ancora più evidente, tra l’altro, dal momento in cui Layton decide di sviluppare l’epilogo di questa prima parte delle sue ricerche attorno ad un lungometraggio di finzione, sebbene tratto da una storia vera, dopo aver iniziato i suoi studi con un documentario duro e puro, raggiungendo un epilogo che, oltre a essere tematico e simbolico, diventa anche e soprattutto formale, stilistico, legato a doppio filo con i modi di produzione.

A metà tra documentario e racconto di fiction, il film è dunque la cronaca del furto d’arte più rocambolesco degli ultimi vent’anni. Nel 2004 quattro studenti della Transylvania University di Lexington rubano una copia rara di un libro di ornitologia del ‘700 nel tentativo di rivenderlo per ricavarne un’ingente ricchezza, fallendo miseramente e finendo processati per quel crimine che, in realtà, nei loro piani, avrebbe dovuto liberarli dalla monotonia e dalla prigione della provincia.

La rapina, tuttavia, è, come prevedibile, lo spunto iniziale di tutta la vicenda che appena può non fa altro che squadernare il furto in tutta la sua complessità di cartina da tornasole utile per comprendere i limiti e le zone oscure della realtà reale e della sua mediazione attraverso il filtro del cinema, della verità, della menzogna, dell’immaginario, per confrontarsi, in sostanza, con gli elementi centrali della poetica di Layton.

Tutto potrebbe partire da un cortocircuito che scorre sottotraccia al film stesso e che ne sostanzia il nucleo principale: elemento centrale della natura profonda dell’uomo americano è il suo individualismo, che si articola in desiderio di ricchezza, costante ricerca del cambiamento, del miglioramento della propria condizione anche a discapito di chi gli sta intorno, in un’avidità egoista, nella consapevolezza di essere sempre pronto a gesti estremi nel caso gli si parasse davanti un ostacolo che blocchi il cammino verso il suo obiettivo. Soprattutto, quasi a margine, elemento fondamentale dell’ideologia americana sembra essere, almeno a detta di Layton, la profonda abilità di inganno ed autoinganno che l’americano esercita su di sé e sugli altri. Egli è in grado di far fare agli altri ciò che vuole solo attraverso il racconto avvincente legato alle ricchezze future, ma soprattutto, ognuno può rivolgere l’inganno su sé stesso, modificando la realtà con cui si confronta, alleggerendola, semplificandola, piegandola ai suoi fini, provando a risolvere, almeno nella sua testa, gli ostacoli, i problemi, con cui di volta in volta si confronta.

Still dal film “American Animals”

Bart Layton porta questa struttura all’estremo. American Animals diventa quindi un prisma, un gioco di specchi in cui la realtà reale si mischia a quella orientata dei racconti dei veri protagonisti della vicenda, intervistati dal regista e parte del tessuto vivo della pellicola, a quella messa in scena dagli attori che ne interpretano la parte, passando per la realtà inserita nel continuum filmico dopo essere stata elaborata, processata, dalla diegesi. E allora ecco che il vero nucleo di significato del film di Layton si schiude in tutta la sua pregnanza di fronte a noi proprio nel momento in cui questi diversi elementi di significato entrano in contatto, interagiscono tra di loro, nel momento cioè in cui quella stessa realtà al centro del film, meglio, quella stessa rappresentazione della realtà, viene posta in parentesi, approfondita, destrutturata, avvicinata con approccio critico.

Prima di qualsiasi altra cosa, dunque, American Animals si pone l’ambizioso compito di essere il luogo in cui si concretizza la costruzione di una realtà alternativa, una via di fuga dalla monotonia della vita di provincia e dalla propria (supposta) mediocrità e, al contempo, la sua stessa messa in scacco. Mentre il film si sviluppa, mentre le sequenze si susseguono d fronte allo spettatore, il flusso delle immagini è infatti costantemente puntellato da momenti in cui agenti esterni si dedicano in maniera più o meno evidente ma al contempo sistematica, a correggere, mettere in dubbio, rettificare ciò che viene raccontato.

Lentamente, le testimonianze, i racconti, i veri e propri spunti che puntellano il racconto vanno dunque a decadere.  Quel fatto non è andato esattamente come lo racconta uno dei testimoni, un’altra sequenza sembra essere accaduta solo nella mente del narratore di turno, le motivazioni alle spalle della rapina, rievocate a distanza di anni dai personaggi coinvolti, cominciano a perdere di senso, quasi si volesse ammettere in maniera più o meno evidente che dietro al furto c’è il mito, cioè la realtà modellata e nascosta da una debole patina luminosa che rima con successo e autoaffermazione.

American 2
Still dal film “American Animals”

Dal mito, dalla realtà modellata, si parte e al mito si ritorna, durante tutto il corso di American Animals, in un gioco di prismi che coinvolge, certo, il puro tessuto narrativo e tematico, come abbiamo visto, ma anche il più semplice sistema di scelte stilistiche, con la diegesi che non perde occasione di mostrare quanto tutto l’approccio al crimine si impregnato, ancorato, nell’immaginario collettivo contemporaneo. Da un lato i rapinatori improvvisati preparano il colpo guardandosi ore e ore di heist movies, dall’altro, tutto il film sembra essere girato e pensato attorno ad un immaginario visivo che, consapevolmente, pesca a piene mani dallo stile di Fincher, di Van Sant, di Soderbergh, da tutti quei cineasti che, prima di Layton, hanno descritto nel loro cinema non solo delle spettacolari rapine ma, anche e soprattutto, l’asettico e isolato mondo delle università minori e della provincia americana, con tutto il loro carico di negatività, monotonia e impossibile ricerca di riscatto.

In American Animals il potere dell’immaginario viene portato alla luce e, al contempo, distrutto. Ne vengono mostrati i limiti, viene posto sotto scatto, viene svilito a puro materiale costruttivo. Con il procedere del film, con la progressiva distruzione di questo vero e proprio Velo di Maya che impedisce di percepire le cose come sono, che giustifica l’inganno, il tono della pellicola cambia, la fotografia perde luminosità, quelli che, fino a un momento prima ci apparivano come eroi sgangherati ma coraggiosi, quasi romantici, si presentano a noi come dei folli, degli incoscienti, delle persone che semplicemente non percepiscono la portata, la gravità, di ciò che stanno per fare (e in questo senso la fisicità, la carnalità, la malcelata violenza con cui viene ripresa la scena dell’aggressione alla custode della biblioteca ci dice tantissimo).

Il discorso organizzato da Bart Layton, a metà tra la critica sociale e, potremmo dire, l’operetta morale, è solido, appassionato e ha anche l’umiltà e la lucidità morale di affermare senza mezzi termini, sul finale, che l’obiettivo finale del progetto potrebbe risultare più difficile da raggiungere di quanto si creda, dato che una delle ultime battute pronunciate da uno dei personaggi coinvolti, quasi a voler parafrasare la morale de L’Uomo Che Uccise Liberty Valance, si può riassumere con “chissenefrega se uno dei miei amici probabilmente mi ha fregato, ha dato a me e agli altri qualcosa in cui credere”. Il mito, il racconto, vincerà sempre sul reale e già questo freddo finale negativo potrebbe valere tutto il progetto.

In buona sostanza, pur volendo, forse, mettere troppa carne al fuoco, pur sviluppando una coraggiosa (e a volte di difficile approccio), lettura della società americana contemporanea, American Animals è uno dei progetti più interessanti di quest’ultima Festa Del Cinema di Roma, nella speranza che Bart Layton possa affinare e approfondire ulteriormente il suo stile con le sue opere successive.

Alessio Baronci

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