Maniac

È un peccato. È un peccato perché Maniac sarebbe dovuta essere un’altra delle serie di punta Netflix in termini di storytelling e di popolarità, affezione sviluppate dallo spettatore nei suoi confronti, tuttavia, al netto dei fatti, la miniserie di Cary Fukunaga e Patrick Somerville assume i distinti tratti di un buco nell’acqua.

Maniac altri non è che il remake americano di un progetto seriale svedese che ha mietuto consensi in patria ed in effetti, una buona mossa per approcciarsi nel modo più corretto ad un prodotto del genere consiste proprio nel partire dalla radice, dal materiale base, per tracciare le traiettorie che definiscano le modalità dell’adattamento e le regole (più o meno tacite, sviluppate nei vari sottotesti, in determinate scelte creative) che hanno guidato la vera e propria mutazione del nucleo centrale del Maniac primordiale, la miniserie svedese, in un prodotto per Netflix e, soprattutto, per un bacino di pubblico più ampio e vario di quello del paese d’origine.

Il concept di base della serie originale è lampante nella sua semplicità e chiarezza. Espen vive, in ogni episodio, un’avventura differente che lo vede trionfare all’interno di uno spazio, di una dimensione esperienziale e narrativa, semplicemente troppo perfetta per essere vera. A volte è un soldato, altre un cowboy, altre ancora una spia, cambiano le identità del protagonista ma il feeling, l’atmosfera generale con cui si confronta lo spettatore, no: tutto troppo ottimista, luminoso, per essere semplicemente assimilabile a qualcosa di realistico. Espen è in effetti un uomo preda delle sue insicurezze e turbe mentali internato in manicomio e le parentesi dinamiche, quelle in cui la diegesi flirta con gli elementi del genere, quelle in cui la serie assume i tratti del film di guerra, di spionaggio, del western, altro non sono che le sue fantasie, le divagazioni di un uomo troppo impaurito dalla vita vera per poter abbandonare serenamente la sua comfort zone.

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Still da Maniac

La versione originale di Maniac è, in sostanza, un dramma a fortissime tinte introspettive e, soprattutto, caratterizzato da un approccio minimalista ed essenziale pur nella sua visionarietà. Prevedibilmente scorre, nelle vene di Maniac, quell’approccio scandinavo agli elementi della scena e allo storytelling che, semplicemente, non possono essere ignorati nel momento in cui si tenta una trasposizione della serie per aumentarne la portata.

E allora ecco che il Maniac di Somerville e Fukunaga finisce per arenarsi, per sgonfiare gran parte del potenziale che lo ha accompagnato nel momento in cui ha iniziato a confrontarsi con il suo pubblico, nel momento in cui ci si rende conto che nessuno dei due creativi ha avuto abbastanza lucidità (e coraggio) per trasporre nel giusto modo non tanto la pura sostanza del progetto originale quanto la sua essenza. Al netto dei fatti, Maniac è dunque una serie squilibrata, che sembra voler abbracciare l’approccio minimal e intimista della serie svedese ma che, a ogni svolta, tradisce il suo percorso e finisce per ibridarsi con quell’approccio alla spettacolarità e all’intrattenimento tipicamente americana che dovrebbe garantire la popolarità e, prima ancora, la semplicità di metabolizzazione di quell’immaginario da parte di un pubblico che svedese non è.

È un imbarazzo lampante, quello che si respira in Maniac. La regia non perde un colpo, mai, ma è chiaro che abbia molto più a cuore di portare in scena al meglio più le sequenze nel paesaggio visionario che quelle al di fuori di GERT, peccando, tuttavia, anche in quel caso, perché salvo alcuni spunti iniziali, tutti i momenti nel mondo dell’inconscio finiscono per risultare prevedibili a lungo andare, nel loro svolgimento, nel loro esito, soprattutto, nelle regole attorno a cui si articolano. E allora, forse, il macroproblema di Maniac, strettamente connesso a quel desiderio di comprensione universale che sembra attanagliare la serie è questa volontà, da parte degli autori, di rendere tutto esplicito, di caricare ciò che lo spettatore vedere di un surplus di chiarezza che certamente da un lato aumenta la fideizazzione di chi guarda ma che dall’altro non fa altro che rendere il progetto un fiacco e impaurito adattamento di un prodotto ben più profondo.

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Still da “Maniac”

Nessuno vuole stancare troppo lo spettatore, all’interno del sistema di Maniac, la natura dell’intreccio è prevedibile e perfettamente controllabile da chi guarda, la scansione ritmica è regolare, addirittura la lettura metaforica e simbolica della serie (suo ipotetico fiore all’occhiello) è, non solo semplicistica ma anche pienamente svelata senza sforzo a chi guarda fin dal briefing del personaggio di Justin Theroux a inizio serie. Ciò che più sconvolge, da questo punto di vista, tuttavia, è che anche la regia finisce per gettare la spugna e per gestire tutta la messa in scena attorno ad un immaginario che per lo spettatore medio risulta conosciuto e poco traumatico. In Maniac non si nascondono le suggestioni provenienti dal cinema di Michael Gondry e di Spike Jonze in primis, poi Kubrick ma persino Fukunaga finisce per autocitarsi attraverso uno dei suoi ormai celebratissimi piano-sequenza.

Maniac è insomma un prodotto dal potenziale straordinario che finisce sprecato perché affossato dalla mancanza di coraggio di individui che, trovandosi a maneggiare un materiale delicato ma comunque appetibile per il grande pubblico, si fanno prendere dal panico e tentano di confezionare una serie che del materiale originale ha ben poco, e, anzi, finisce per traviarne tutto il significato intrinseco. Ciò che brucia di più in tutto questo, a margine, è che la miglior performance di Jonah Hill da anni a questa parte finisca per essere regalata ad un prodotto così fiacco e poco incisivo.

Alessio Baronci

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