Black Mass Il Gangster, Il Genere, Il Nulla

Creatura proteiforme e, per quanto assurdo possa sembrare, lontana dalla sensibilità commerciale che contraddistingue il contesto contemporaneo, il cinema di Scott Cooper è una delle realtà più interessanti della dimensione audiovisiva in cui siamo immersi e, per questo, è giusto dedicarci qualche riga di riflessione sfruttando la presenza del suo Black Mass nel catalogo Netflix.

Se è vero che il cinema di Cooper viaggia attraverso i generi (dal film di formazione al noir, passando per il western), forse, ancora più interessante, è comprendere in quali modi e (soprattutto) per quali motivi il sistema dei generi viene, di fatto, destrutturato, sfilacciato, modificato a tal punto da diventare qualcos’altro, da far da cornice a qualcosa di sinceramente inaspettato.

Si parte dal riconoscere quanto il tessuto di Black Mass sia vischioso, denso, lontano dalla patinatura tipica che ci si aspetterebbe di trovare in un gangster movie. L’atmosfera è rarefatta, l’azione è dilatata all’inverosimile, la rappresentazione della dimensione gangsteristica, soprattutto nel momento in cui viene mediata dalla macchina cinema, è opaca, smorta, quasi perturbante se rapportata alle aspettative di chi guarda.

Black Mass è il luogo in cui, pensando al contesto cinematografico, viene processata una narrazione al contrario per simboli e tematiche. Si assiste in primo luogo alla caduta di Whitey Bulger, più che alla tradizionale ascesa del gangster ma, soprattutto, più che con una smitizzazione del gangster (procedimento classico, ormai quasi ricorrente nel cinema contemporaneo), lo spettatore finisce per confrontarsi con l’impatto (e le relative conseguenze) della realtà, crudele e multiforme, sul vero e proprio mito, sul simbolo (per quanto deviato), che rappresenta il gangster per la cultura americana (segretamente ammirato in quanto self made man, spesso emigrato, capace di costruire da solo la propria ricchezza, il proprio successo).

E allora, proprio in rapporto a ciò, è interessante rendersi conto di quanto i classici topos del genere, tutti presenti all’appello, finiscano irrimediabilmente deviati, ribaltati nella loro natura profonda affinché contribuiscano alla rappresentazione della caduta di Bulger. Il primo successo, la prima conquista del gangster di turno, quella che dà inizio alla sua ascesa, qui viene sostituita dalla perdita del figlio di Bulger, vero e proprio tassello portante del domino che lo condurrà alla sua caduta, la sequenza (ormai canonica), in cui il gangster protagonista della storia fa eliminare i rivali uno dietro l’altro per garantirsi territori e potere viene rimpiazzata da momenti in cui i membri del clan di Bulger vengono eliminati (ironico rovesciamento) o, aspetto ben più grave, da parentesi in cui Whitey stesso, al culmine delle sue paranoie inizia a eliminare lui stesso i suoi complici, nel tentativo di tagliare i rami morti ed evitare la presenza di pericolose talpe all’interno dell’organizzazione. E tuttavia, in fondo, forse l’elemento che più comunica l’instabilità della realtà rappresentata dal film in rapporto alle nostre aspettative sta tutto nel nucleo principale del racconto, che gira tutto attorno ad un gangster che fa l’informatore per la polizia (che rifiuta dunque la sua natura, il suo ruolo sociale, che si nega, si annulla), pur di ottenere potere e tranquillità e (forse soprattutto), in quel poliziotto che, invece di trionfare sulle ingiustizie, invece di essere insignito di qualche onore dopo aver concluso con successo l’operazione, viene invece arrestato e inquisito per le sue mosse spregiudicate e rischiose.

Gangster 1
Still dal film “Black Mass”

Molto più di questo, tuttavia, molto più di quanto lo spettatore vede in primo piano, a raccontare, letteralmente ad urlare il dramma esistenziale di Bulger è la decadenza che si respira da alcuni dettagli presenti in sequenze potremmo dire quasi secondarie: la solitudine, la freddezza della maggior parte degli ambienti, l’aria mortifera che quasi si respira nella casa natale del gangster, silenziosa, asfissiante, con il protagonista impegnato in eterne partite a poker con la madre più che in lussureggianti party insieme ai suoi compagni di clan.

Dopo Crazy Heart (dedicato al mito del country) ed Out Of The Furnace (tutto giocato sulla coscienza operaia e sulla sua destrutturazione) e prima di Hostiles (in cui Cooper fa a pezzi il mito fondativo del west), Black Mass è la terza tappa del viaggio di Scott Cooper nel lato oscuro dell’ideologia americana.

Passo dopo passo il regista sembra volere portare alla luce tutte le ambiguità di quegli elementi che costituiscono le fondamenta simboliche (in questo caso) e ideologiche dell’America. Compie questa distruzione con un cinema di non facile approccio, lento, pastoso, certamente distante dalle aspettative del pubblico, come si è visto da queste poche righe, ma, forse proprio per questo, l’approccio di Cooper è così efficace, così diretto, asciutto completo, forse proprio per questo Scott Cooper è uno degli autori da tenere d’occhio di questi anni ’00.

Alessio Baronci