Ultimatum alla Terra (1951): quella fantascienza umanistica di cui c’è ancora (tanto) bisogno

Nella galassia in espansione di Netflix ci sono due pianeti molto differenti che hanno lo stesso nome: Ultimatum alla Terra, in originale The Day the Earth Stood Still. Se il tempo non vi manca, vi consigliamo di recuperarli tutti e due, e soprattutto alla distanza più ravvicinata possibile, perché, come insegnano a modo loro entrambi i film, niente è più proficuo del confronto tra diversi. Ma se proprio doveste e voleste sceglierne uno, non potremmo che consigliarvi di puntare sull’originale del 1951, tratto dal racconto Farewell to the Master di Harry Bates, sceneggiato da Edmund H. North e diretto da Robert Wise.

E, se vi consigliamo questa versione, non è per vuoto passatismo o snobismo cinefilo: anzi, non esitiamo a dire che il remake del 2008 diretto da Scott Derrickson ha degli aspetti positivi che mancano al predecessore, primo fra tutti, per forza di cose, l’aggiornamento a parametri narrativi e stilistici meno naïf di quelli vigenti oltre cinquant’anni addietro. Ma non c’è dubbio che il prototipo abbia qualcosa di molto più valido e urgente da condividere col cinema di fantascienza (e non solo) odierno e relativo pubblico. Il maestro è anziano e si vede, ma non è stato superato dall’allievo, e proprio riferendoci (anche) al recente tentativo di aggiornarlo possiamo renderci conto un po’ meglio di che cosa abbia (ancora, e forse mai come oggi) da insegnare.

Partiamo da un volto, quello dell’alieno Klaatu, disceso e mimetizzatosi tra gli umani, interpretato nella pellicola originale da Michael Rennie. E partiamo, anche, da un tema fondamentale, quello della comunicazione. Quel volto e quel tema sono i due perni attorno a cui ruota il film di Wise. Un volto gentile, pur nella gravità e durezza dell’incarico che l’extraterrestre deve compiere: un volto che irrigidisce e incupisce i suoi lineamenti quando deve ribadire con drastica fermezza la posta in gioco della sua missione sulla Terra, così come quando rifiuta di prestarsi alle «beghe infantili» che sono i contrasti tra le nazioni del nostro pianeta; ma anche un volto che, più spesso e più facilmente, si distende in un sorriso tra il malinconico e il compassionevole di fronte all’ottusità umana, e ancora di più sa illuminarsi di genuina curiosità per quel popolo che forse, a scapito dei distruttivi peccati, merita comunque di essere salvato.

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Still dal film “Ultimatum Alla Terra”

Perché lo scopo primario di Klaatu è quello di comunicare, e qualsiasi comunicazione, come la sua parabola dimostra emblematicamente, sarebbe impossibile senza disponibilità alla conoscenza, dunque all’ascolto reciproco e al dialogo. E certamente quello che deve comunicare Klaatu è un “ultimatum”: non l’annuncio di qualche aggressione imperialista, bensì il monito severo di civiltà più progredite che temono le possibili conseguenze della barbarie arrogante dei terrestri. Nondimeno, è la comunicazione al centro di tutto, e una comunicazione condotta attraverso il volto “più umano dell’umano” di un alieno (sorprendentemente) identico a noi; ed è a tale comunicazione che si affidano non solo le sorti di un mondo (il nostro) all’interno della storia narrata, ma soprattutto la stessa economia drammatica del film.

Nel 1951 questa comunicazione dal volto umano, anzi umanistico, era puro e rinfrancante ossigeno nell’atmosfera occidentale intossicata da prove di forza (militari e non) dei blocchi politico-culturali in tensione, dall’isteria anticomunista e dall’ossessione paranoica per il nemico (quindi per il “diverso”) interno ed esterno. Un film come quello di Wise non solo evitava di prestarsi ad alimentare la paura per l’“invasore” straniero, ma aveva il coraggio di ribaltare i termini della questione: non solo mostrando alieni assai più ragionevoli dei terrestri, ma mettendo in risalto la facoltà di dialogare e comprendersi reciprocamente come la più preziosa risorsa a disposizione del consesso umano e interplanetario.

Una tesi che, e questo è davvero l’aspetto fondamentale, non è (tuttora) solo un bel messaggio edificante da dare a spettatori di ogni confine, ma uno dei modi più alti in cui si possa intendere e praticare un genere narrativo come quello della fantascienza: non semplicemente, cioè, un serbatoio di spunti per costruire narrazioni ad elevato tasso di suspense (e, in proporzione all’epoca, di spettacolarità), ma un terreno in cui e tramite cui si possa esprimere e stimolare al massimo grado la vocazione alla scoperta e alla conoscenza dell’essere umano. Scoperta e conoscenza che, se autentiche, comportano il rimettersi in discussione di certezze, dogmi, pregiudizi politici e culturali, e che hanno non in un ottimismo preconcetto, ma in una sincera curiosità, la molla fondamentale: «non è con la fiducia che la scienza fa strada, ma con la curiosità», dice il fisico Barnhardt (ben più disponibile all’ascolto dei politici, non a caso) a Klaatu.

Una frase che dal 1951 non è invecchiata di un giorno, e che si applica perfettamente anche al genere che quella scienza la racconta liberamente, con quello straordinario via libera all’immaginazione che è il prefisso “fanta”. E, appunto in questo, un film come quello di Wise ha spianato la strada a tanta fantascienza filmica che ne ha proseguito e sviluppato la lezione, non solo nella tensione etica ma anche e soprattutto in un’orchestrazione drammatica e scenica di un certo tipo: tale cioè da mettere al centro dello show la riflessione, le interazioni tra punti di vista, gli spunti tematici originali e, naturalmente, anche le trovate e le innovazioni visive, finalizzate però ad arricchire lo spessore del racconto e non semplicemente a drogarne la tensione spettacolare.

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Still dal film “Ultimatum Alla Terra”

Saranno i presupposti di alcuni degli episodi più belli di The Twilight Zone e delle più felici edizioni di Star Trek, ad esempio (e non a caso proprio Wise dirigerà il primo lungometraggio dedicato all’Enterprise, nel 1979). Una fantascienza tutt’altro che “buonista”, perché il suo appello all’umanità passa proprio attraverso un confronto serrato con la parte più minacciosamente e stupidamente folle di quest’ultima. E, anche in questo, il film di Wise aveva indicato efficacemente la strada, evitando di idealizzare non solo la società umana (satireggiata a 360 gradi, dalla politica ai media al singolo che pensa solo al proprio proverbiale orticello) ma gli stessi extraterrestri: anche il dialogante Klaatu, infatti, ha il suo contraltare (visivo e tematico) nella fissità inquietante (ma sempre e solo “difensiva”, d’altronde) del robot-golem-ciclope Gort.

Una fantascienza che, mai come oggi, dovrebbe essere vista e rivista, non solo per l’attualità (tristemente indubbia) del suo messaggio: ma soprattutto perché, col suo privilegiare la ricchezza contenutistica rispetto alla tecnica, offre un modello ancora valido di praticare la fantascienza (e non solo quella) al cinema e in tv. Un modello che a ben vedere oggi non è attuato così spesso, e il remake del 2008 ce lo dimostra: un film dove nella perizia dell’aggiornamento tematico e visivo si perde paradossalmente proprio quella centralità dell’umano e della comunicazione che erano la vera essenza, anche e soprattutto espressiva, dell’originale. Il Klaatu di Keanu Reeves è più simile al torvo e laconico angelo di un violento dio apocalittico che al riflessivo diplomatico, aperto fino all’ultimo al confronto e alla (ri)scoperta, che avevamo conosciuto decenni prima. E, tra una catastrofe e l’altra, il nuovo script riduce all’osso proprio i momenti di dialogo, di valorizzazione della parola come fondamentale strumento di interazione tra diversi che era invece il cuore pulsante del primo film. E risultano infatti sacrificati dalle sequenze di azione e dai reiterati colpi di scena e inseguimenti sia l’evoluzione del rapporto di Klaatu con il bambino, sia il suo confronto con lo scienziato: dove l’angoscia di interrompere la distruzione (ormai già avviata) prevale proprio su quella “curiosità”, su quel gusto della conoscenza reciproca che rendeva (e rende) più viva la sequenza (e il film) originale.

Conviene davvero, allora, gustarsi di nuovo (o per la prima volta) quel vecchio lungometraggio che tanto ha dato e continua a dare a molta della miglior fantascienza audiovisiva. E possiamo accettarne anche le numerose ingenuità che, col nostro occhio smaliziato di spettatori del nuovo millennio, inevitabilmente cogliamo: ingenuità visive (a chi farebbe più paura quel Grot?), tematiche (la mitizzazione della figura di Lincoln, solo per fare un esempio), drammaturgiche (l’intera dinamica della fuga-corsa contro il tempo finale). Ingenuità che perdoniamo tutte con un sorriso, quello stesso sorriso mite e consapevole dell’originale Klaatu, per lasciarci invece stimolare (anche noi, una volta di più) da quella sana curiosità che certamente può e deve estendersi anche a quei particolari “diversi” che sono i film del passato: i quali, appunto, sono anch’essi, rispetto a noi, visitatori da altri mondi con cui dialogare, e da cui imparare qualcosa per il presente e per il futuro.

Emanuele Bucci

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