Slenderman – Le Metamorfosi Della Paura

A ben guardare, Slenderman ha tutte le caratteristiche di un’occasione mancata, ucciso com’è da un’ambizione positiva che finisce, tuttavia, per cozzare da un lato con la mancanza di coraggio, dall’altro con il troppo facile adagiarsi sulle spalle di una tradizione sfibrata dal troppo uso.

L’obiettivo di Sylvian White è, senza mezzi termini, quella di creare il Blair Witch Project degli anni ’10; il concept della storia ha in sé quel germe di viralità che solo le leggende metropolitane nate su internet possono avere, lo stesso germe che possedeva Blair Witch (prima in potenza, poi in atto) e il modo in cui la materia del racconto finisce per essere strutturata sembra voler sfruttare quel fascino per la suggestione e per le atmosfere disturbanti che solo le creepypasta, le storie dell’orrore che popolano i forum su internet, nuovi falò attorno al quale gli utenti si divertono a spaventarsi a vicenda, hanno. E in effetti, ciò che risalta più positivamente all’occhio del film di White è il suo tentativo (almeno apparente, come si vedrà) di distaccarsi da tutto ciò che si intende per “horror contemporaneo”.

Slenderman non cerca il jump-scare a tutti i costi o quell’eccesso che di solito piace al pubblico medio di film del genere, Slenderman preferisce, piuttosto, lavorare sulle atmosfere, sul disagio palpabile che finisce per impregnare la scena e che, a ben guardare, ricalca quel sentimento che consegue la concretizzazione di un incubo, di una paura, che fino ad un momento prima si credeva fissata nell’irrealtà, nella caducità di ciò che è internet, un disagio che, tra l’altro, con intelligenza, finisce per doppiare e amplificare quello (solo accennato, tuttavia presente), tipico di quell’adolescenza tutta americana vissuta dalle tre protagoniste e fatta di lunghi silenzi, incomunicabilità, giudizi taglienti, insicurezza nei confronti del mondo che li circonda.

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Still dal film “Slenderman”

Slenderman decide, astutamente, ma con non poca visione, di declinare l’horror attraverso la strada poco battuta dell’horror psicologico e la scoperta più interessante è che White e il suo team sembrano non solo partire con il piede giusto ma anche affrontare la gran parte del percorso in maniera pulita e relativamente rigorosa, non soltanto (come si è visto) donando una straordinaria concretezza alla tematica horror della pellicola ma anche mettendo alla prova le aspettative del pubblico di teenager con un finale inaspettatamente cupo, nichilista e sporcando il rigore della forma cinematografica contemporanea con suggestioni provenienti da oscuri e distorti recessi del surrealismo e della pittura metafisica.

Il punto, tuttavia, è che alla fine Slenderman ha il fiato corto. White comprende improvvisamente, in sostanza, che il suo film non può tenere per troppo tempo i ritmi e le scelte stilistiche del thriller psicologico perché al suo pubblico ideale piace l’horror più spinto caratterizzato da atmosfere violente, molto meno dilatate di quanto egli voglia. Man mano che scorre il minutaggio dunque Slenderman finisce per cedere il fianco e per trasformarsi in un horror adolescenziale contemporaneo senza averne volutamente i mezzi e la voglia, ed è qui che tutto finisce in tracollo.

In primo luogo, a soffrire è proprio la scrittura: la mitologia che dovrebbe sottendere al mostro Slenderman pecca di banalità e, soprattutto, dota di concretezza un mostro che in realtà (lo si capisce solo troppo tardi) funziona proprio per il suo essere sempre a cavallo tra esistenza e inesistenza, tra mito e realtà. A funzionare è insomma soprattutto la leggenda di Slenderman e i sentimenti che essa suscita in chi l’ascolta o in chi si sottopone al rituale di evocazione, più che il mostro in sé.

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Still dal film “Slenderman”

A margine, ma al contempo a monte di tutti i problemi del film c’è poi un errore fondamentale, posto direttamente al punto d’intersezione tra script e meccanismo produttivo.

Il mito di Slenderman, meglio, tutto ciò che è nato dalla leggenda metropolitana di Slenderman, dai racconti collaterali ai videogiochi a tema horror, non funziona più. Da ormai sei o sette anni. Cercare di sfruttare ora una leggenda metropolitana vecchia di anni, addirittura, probabilmente, ignorata anche dal tuo target medio, significa non solo compiere un’errata lettura del tuo bersaglio ma anche creare un prodotto che finisce per non instaurare un proficuo rapporto di empatia tra chi guarda la scena e chi agisce all’interno di quella stessa sequenza, che finisce per esperire avvenimenti, fatti, orrori, con cui neanche alla lontana si può identificare (il che è tutto dire se al centro del tuo film c’è quella che viene presentato come il racconto horror più letto degli anni ’00).

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Still dal film Slenderman

Slenderman arranca dunque quando si tratta di stringere il discorso per portare in scena l’elemento horror. Vive con imbarazzo (e ne ha il pieno diritto, il film non nasce con tali intenti), questi momenti e l’impreparazione di regia e reparti creativi è talmente palpabile che da un certo momento in poi il film finisce per annacquarsi tanto si lascia andare a liberi prelievi (neanche troppo nascosti) da tutto ciò che ha costituito l’immaginario horror degli ultimi trent’anni: dall’Ospedale Maledetto, all’Esorcista, da It a certi J-Horror dei primi anni ’00.

Slenderman è dunque un film che dispiace bocciare. Ci troviamo di fronte ad una pellicola da un potenziale enorme, più per l’abilità del suo team creativo che per il concept alla sua base, che finisce per deporre le armi e diventare uno sghembo esponente dell’horror contemporaneo per la troppa paura di precludersi ad una folta nicchia del suo pubblico e di piacere solo a una nicchi di spettatori. Davvero un peccato, la sola speranza è che qualcun altro prenda il testimone da White ed affronti un concept horror con la forza e la chiarezza argomentativa che avrebbe dovuto avere il suo film.

Alessio Baronci

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