Signs: il miracolo non riuscito di un regista dal sesto senso

Secondo Graham Hess (Mel Gibson), coltivatore di mais ed ex pastore protestante in una contea della Pennsylvania, ci sono due tipi di persone: quelle che interpretano gli eventi della loro vita come «miracoli», ovvero «segni» dell’esistenza di un piano superiore e benigno per noi; e quelle che invece credono di essere sole in balia di un mero susseguirsi di casualità, senza alcun disegno provvidenziale per le loro esistenze. Graham sembra ormai più vicino alla seconda categoria di individui, almeno da quando un incidente gli ha strappato brutalmente la moglie lasciandolo solo con il fratello minore Merrill (Joaquin Phoenix) ad occuparsi dei due figli piccoli Morgan e Bo. Ma proprio una serie di “segni” sono destinati a sconvolgere la vita e le certezze di Graham, della sua famiglia e del mondo: a partire da una serie di enigmatiche figure tracciate sul campo dell’uomo e su molti altri in giro per il pianeta. E altri segni seguono, a sempre maggiore conferma dell’ipotesi che non ci si trovi di fronte a coincidenze, e nemmeno a un elaborato scherzo collettivo, ma al contatto sempre più ravvicinato con intelligenze extraterrestri. Con un altro dilemma che sorge spontaneo: che intenzioni hanno i visitatori?

Un cineasta originale ma discontinuo come pochi, M. Night Shyamalan, regista, sceneggiatore e produttore di Signs (2002), sempre autore (più raramente co-autore) delle storie che dirige per lo schermo fin da giovanissimo. Un percorso che, nelle sue fasi e opere più felici, ha mostrato un approccio narrativo e registico personale ed efficace al macro-genere del fantastico: inteso quest’ultimo nella sua accezione più ampia, come l’insieme di tutte le narrazioni che giochino sulla messa in crisi di ciò che per abitudini, norme e convinzioni consolidate siamo soliti definire “reale”. La filmografia di Shyamalan si delinea proprio come una continua variazione sul tema dello sconfinamento tra possibile e impossibile, ordinario e straordinario, casuale e miracoloso: uno sconfinamento che ha adottato strutture e temi dell’horror, del thriller, della fiaba e persino del racconto di supereroi. Il miglior Shyamalan ha saputo rendere riconoscibile e incisivo questo discorso attraverso uno stile che esalta, con gli strumenti offerti dal cinema, il momento della sospensione tra il regno delle certezze e quello dei dubbi, tra il noto e le mille sfumature dell’ignoto: nelle inquadrature che lasciano scorgere, suggeriscono, alludono (spesso attraverso i suoni) senza mai mostrare davvero (o mostrare troppo); nel ritmo dilatato dove il vero centro sono le attese più degli eventi a cui approdano; nel montaggio che gioca, da fondamentale alleato dello script, a depistare e ingannare, a insinuare false certezze o a distogliere temporaneamente l’attenzione da verità più profonde.

Peccato però che il regista-sceneggiatore non abbia sempre mandato a segno i suoi colpi nei regni del bizzarro, dello spaventoso e del meraviglioso. A volte si è perso a raccontare storie poco convincenti, sovraccariche di spunti, registri e ambizioni male assortiti (Lady in the Water) o ha sfornato prodotti convenzionali dove rimane poco o nulla della sua firma (After Earth). In tale prospettiva, Signs rappresenta un capitolo imperfetto quanto interessante per chi voglia farsi un’idea dei potenziali pregi e debolezze di questo regista: tanto più perché ci troviamo ancora all’interno della fase più fortunata della sua produzione, quella iniziata con Il Sesto Senso (1999), proseguita con Unbreakable (2000) e destinata a raggiungere il suo apice con The Village (2004). Tra queste opere, Signs ci sembra un mezzo passo falso, quasi il “segno” (giustappunto) non di un “miracolo” che si ripete ma di alcuni futuri intoppi in cui cadrà il talentuoso regista. Più che un film davvero mal riuscito, potremmo definire Signs un film dal grande potenziale parzialmente sprecato.

Apparentemente siamo di fronte a una digressione fantascientifica rispetto all’esplorazione del soprannaturale al centro dei precedenti film di Shyamalan. In realtà non c’è alcuna digressione: gli alieni sono un pretesto per parlare non di altri mondi, civiltà e galassie, ma (ancora una volta) di un altro piano della nostra esistenza, oltre le logiche mondo fisico come lo conosciamo. La vera posta in gioco per il religioso in crisi Graham, e per il film, è se esista o meno una qualche entità superiore che abbia preordinato gli accadimenti delle nostre vite, anche i più drammatici, entro un disegno fondamentalmente (e paradossalmente) positivo. Allo stesso modo, gli alieni assurgono a spettri-proiezioni di ogni pericolo esterno (vero o solo temuto, personale o impersonale) che incombe tanto sul singolo quanto sulla comunità di appartenenza. E da questo punto di vista il film rimanda, inevitabilmente, anche alla crisi dell’America post-11 settembre, alla sua ritrovata ossessione per il nemico esterno che minaccia tanto i confini materiali quanto quelli ideologico-culturali: al punto da rievocare, non a caso, proprio quella fantascienza Anni ’50 che parlando di invasioni aliene alludeva alla paura per il “mostro” sovietico e per la guerra nucleare («È come nella Guerra dei Mondi», dice a un certo punto Merrill commentando i notiziari alla tv).

Ed è nella rappresentazione della minaccia, del suo oscillare e sfumare continuamente tra i poli dell’ipotetico e del reale, del concreto e dell’astratto, del visibile e dell’invisibile, che Shyamalan dà (ancora una volta) il meglio di sé. Da un lato, il regista evita per quasi tutto il tempo di mostrare apertamente gli alieni, alimentando l’attesa e l’inquietudine tra sagome sbiadite in uno schermo o comparse di sfuggita tra i cespugli, giochi di luce e ombra, suoni indecifrabili captati a distanza e porte sbarrate da cui spuntano ombre e mani. Dall’altro, restituisce tanto più la presenza-minaccia alterando la percezione dei luoghi consueti e quotidiani. La casa, in particolare, con i suoi rumori, i suoi oggetti e i movimenti di macchina dentro e tra le stanze, diventa luogo (del) perturbante per eccellenza: campo di battaglia infestato dalle proprie paure ancestrali, spazio da difendere e da cui difendersi al contempo, in un crescendo claustrofobico che, oltre e più dei classici di invasione aliena, sembra tenere conto dei capolavori su apocalissi soprannaturali come Gli Uccelli di Hitchcock o La notte dei morti viventi di Romero.

Ciò che purtroppo manca a questo film è, essenzialmente, una storia che sia all’altezza tanto delle ambizioni allegoriche quanto della perizia nel rappresentare lo straniamento e la paranoia crescenti entro le pieghe del quotidiano. Allo sconfinamento tra ordinario e straordinario, tra noto e ignoto non corrisponde cioè un’adeguata problematicità sul piano dei temi messi in campo e del loro sviluppo: l’ambiguità tra presenza e assenza di un disegno divino, tra nemico reale o solo percepito, tra minaccia esterna e interna, non viene articolata ed espansa dalla narrazione, bensì progressivamente semplificata e risolta. Esattamente il contrario di quello che facevano e faranno i migliori film di Shyamalan, che accrescono e problematizzano, letteralmente fino all’ultimo, l’ambiguità e l’incertezza del confine tra i poli messi in campo (vita e morte nel Sesto Senso, Bene e Male in Unbreakable, protezione e prigionia in The Village).

Signs, invece, si muove sempre più marcatamente dalle parti delle certezze più scontate, degli stereotipi più ordinari che non vengono realmente destabilizzati dagli eventi straordinari, bensì, proprio in virtù di essi, ritrovati e rifondati. Certezze e stereotipi che coincidono, neanche a dirlo, con quelli dell’America perbenista, quell’America che, di fronte alle crisi, anziché mettere in discussione la propria identità e prospettiva, si rifugia nei valori tradizionali (la religione, la famiglia) e a questo fine appiattisce ogni confronto con l’altro a una lotta contro il nemico-invasore. Quella che, allora, poteva essere una bella occasione per scavare nelle contraddizioni di un Paese e di una cultura, si risolve in una piatta riaffermazione dei vecchi miti, insufficientemente corretta da spruzzate satiriche (il grottesco militare con cui parla Merrill), e aggravata invece da eccessi retorici e didascalici (la caratterizzazione “angelica” di Bo, gli aneddoti sulle nascite dei figli raccontati da Graham, la simbologia dell’acqua).

Il “miracolo” che poteva essere questo film, allora, cioè quello di una parabola davvero inquietante e intelligente quanto la sua messa in scena, di un racconto capace di destabilizzare tanti (pre)giudizi sulla e sulle realtà (come fanno i migliori racconti fantastici, non a caso), al dunque non si verifica. Ciò che resta è un film tecnicamente valido, con due protagonisti convincenti e una regia ingegnosa nel costruire la suspense, ma anche un’occasione sprecata, come altre prove del regista non all’altezza dei suoi migliori risultati. Un tentativo di aprirsi, attraverso il cinema, i suoi generi e il suo immaginario, a grandi e complesse domande, che a un certo punto rallenta, torna indietro e ripiega su se stesso: non tanto per paura di quelle domande, ma per il bisogno di darsi risposte fin troppo ovvie e rassicuranti.

Emanuele Bucci

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