Pieles – L’Inno Alla Bellezza Universale E Il Corpo Percepito

Forse nessun’altra cinematografia mondiale ha saputo parlare con maggiore varietà e profondità del corpo e delle relazioni che intercorrono tra corpo umano e mezzo cinematografico di quella spagnola.

Il cinema surrealista inizia nel momento in cui si sceglie di mettere in scena un violento taglio operato su un occhio umano e proprio il surrealismo utilizzerà per primo un focus sul corpo letto attraverso un prisma che ne mette in risalto la sua natura di entità puramente sessuale e impiegherà dunque il corpo come strumento per scardinare le certezze della morale borghese.

Un corpo che inizia a “parlare” potremmo dire, a essere esplorato, dunque, al di là del suo semplice significato materiale, ad essere indagato attraverso la sua simbologia e che, soprattutto, viene posto come base per approfondire la base tematica e i sottotesti delle pellicole di cui è mano a mano posto al centro. Tra i tantissimi esempi, un bel percorso che tiene sempre ben presente il corpo umano come vettore di significati è quello che compie Jesus Franco attraverso il suo cinema, con il corpo umano che diventa vero e proprio elemento centrale nell’evoluzione poetica del regista spagnolo oltreché della sua maturazione artistica e stilistica.

Esemplificando, il cinema di Franco passa da una fase in cui il corpo viene utilizzato come cartina tornasole per sviluppare una narrazione a metà tra l’horrorifico e il grottesco (e dunque ecco che il corpo viene percorso da tagli, torturato da lame, squartato, maltrattato in mille modi diversi dalla diegesi), ad una fase quasi simbolista, sicuramente concettuale, che potremmo far culminare con Un Caldo Corpo Di Femmina del 1974, e che vede nel corpo umano un catalizzatore di erotismo luminoso, romantico delicato, quasi esoterico in alcuni tratti. Il cambiamento di registro si riflette ovviamente anche sul tono e sul puro genere delle singole pellicole che da Horror virano sempre di più verso l’erotico sofisticato.

Con l’andare avanti degli anni il rapporto tra il cinema spagnolo d’autore e il corpo si approfondisce sempre di più. Passando per l’erotismo quasi kitsch di Juan José Bigas Luna si arriva alle sperimentazioni di Alex De La Iglesia (in cui il corpo è quello deforme e in cerca di un posto all’interno della società contemporanea nell’allegoria sci-fi di Accion Mutante ma è anche quello pulp, passionale, postmoderno, quasi tarantiniano di Balada Triste De Trompeta), passando, ovviamente, per l’Alejandro Amenabar di quel Mare Dentro che è di fatto uno studio intimo sulla libertà e la scelta individuale attraverso il corpo immobile del paraplegico protagonista. Quasi a connettere le esperienze di questi due artisti c’è la presenza di un terzo cineasta, Pedro Almodòvar, che ha instaurato con la rappresentazione del corpo e della figura umana al cinema un rapporto del tutto particolare.

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Still dal film “Pieles”

Anche per Almodovar, un po’ come per il cinema di Franco, la riflessione sul corpo e sulla figura umana passa attraverso diversi stadi: dal corpo come arma d’attacco contro la morale borghese che si muove su un tessuto fatto di kitsch, ingenuità voluta e “brutto che fa il giro e diventa bello” alla stregua di quanto accadeva con il surrealismo (pensiamo a Pepi, Luci e Bom e le altre ragazze del mucchio), al corpo attraverso la cui morte, deflagrazione, è possibile contrastare le storture del mondo, il decadimento, la vecchiaia, la bruttezza (Matador), dal corpo letto attraverso la lente del possesso e del controllo (Lègami) fino a prodotti che pongono in luce le nevrosi per la ricerca della perfezione, della bellezza estetica, di cui proprio il corpo umano è rappresentante massimo (La Pelle Che Abito).

Una tavolozza di riflessioni così variegata, ricca di sfumature, tuttavia, non risulta essere, curiosamente, l’elemento più interessante di questa deriva del cinema di Almodòvar. Molto più funzionale al discorso che qui stiamo tentando di organizzare, infatti, risulta annotare quanto il cinema (e la poetica) del regista spagnolo sia, in un certo qual modo, composito. Il rapporto tra il cinema e le varie declinazioni del corpo, infatti, non si sviluppa, in Almodovar, solo attraverso i suoi film, i suoi progetti, ma, anche e soprattutto, attraverso delle vere e proprie esperienze satellite, dei progetti che Almodovar produce (o a volte scrive) solamente ma su cui la sua influenza è talmente forte, per certi versi riconoscibile, che sarebbe folle non considerarli tasselli del suo percorso artistico e poetico, sebbene figli di padre diverso.  Non solo, il rapporto tra corpo e Settima Arte in Almodovar sembra essere così pervasivo all’interno dell’inconscio collettivo che alimenta il cinema spagnolo contemporaneo che la sua estetica, il suo approccio alla scena e a quel nodo tematico fondamentale che è il corpo sembra emergere per osmosi anche nei lavori di quei cineasti che (almeno in apparenza), sembrano intrattenere con il suo cinema un rapporto quasi marginale.

Nel 2015 Alex De La Iglesia, quasi a voler restituire quella fortuna sperimentata nel momento in cui Almodovar ha prodotto i suoi primi lavori, incrocia la strada con il giovane Eduardo Casanova e decide di produrre il suo primo lungometraggio, Pieles, una pellicola che, pur figlia di Casanova, per un gioco di conseguenze straordinario finisce per cubare in sé elementi provenienti da più fonti, da più influenze differenti, anche apparentemente lontane dallo stile del suo regista. C’è, come si vedrà, John Waters, c’è il cinema di De La Iglesia ma c’è, soprattutto, persistente, piacevolmente ferma, come uno spirito guardiano, la presenza di quel corpo “parlante” che domina nel cinema di Almodovar (che De La Iglesia lo ha di fatto formato), sebbene declinato attraverso la visione di Casanova.

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Still dal film “Pieles”

Come accade spesso in questi casi, Pieles, altro non è che uno sviluppo di una precedente idea del regista, già concretizzata in uno dei suoi primi cortometraggi, Eat My Shit, progetto che già poneva un importante focus sul corpo e sul convivere con una malformazione.

In Pieles più storie tutte incentrate sulla deformità si intrecciano in maniera fluida a voler creare un affresco multiforme e sfaccettato che definisca e approcci in maniera critica proprio quel corpo deforme che sembra essere una fondamentale chiave di volte nella poetica di questo primo periodo artistico di Casanova. Una ragazza, con l’ano al posto della bocca (già protagonista di Eat My Shit) è costretta a confrontarsi con la sua deformità in una società in cui imperversa il culto dell’immagine posticcia da social network e con il conseguente bullismo nei confronti di chi non si adegua ad uno standard estetico comune; una prostituta priva di occhi fin dalla nascita svolge la sua professione assecondando una sorta di personale “demone della bellezza”: se cioè non poggia sui suoi occhi due diamanti a cui è legatissima va in crisi di panico e non riesce a fare l’amore; una donna affetta da mento asburgico rimane delusa quando scopre che il suo compagno sta con lei solo perché l’uomo sembra attratto da donne affette da deformità di varia natura. Per punirlo, ella lo tradirà con un uomo con il corpo bruciato; una donna affetta da nanismo vorrebbe un figlio ma sembra essere condannata dal caso e dalle occorrenze degli eventi a passare gran parte della sua vita nel costume di un personaggio protagonista di una trasmissione per bambini di grande popolarità; un ragazzo non riesce ad accettare le proprie gambe e prova, attraverso infiniti tentativi, ad amputarsele così da poter diventare una sirena, identità da cui si sente pienamente rappresentato.

Già da questa brevissima sinossi, si percepisce, forse, il perché l’esordio del giovane Casanova sia dominato dallo spettro del cinema di Almodovar.

Pieles letteralmente gronda, da ogni suo poro, di una serie di dettagli mutuati felicemente da certo cinema di Almodovar e riprocessati criticamente dallo stile peculiare di Casanova: l’azione si sviluppa sulle stesse fondamenta melò del cinema del maestro spagnolo, i personaggi presentano la stessa vena borderline degli iconici protagonisti dell’approccio di Almodovar e nelle vene del progetto di Casanova scorre limpido e potente quel fascino per il kitsch che fin dagli albori del suo cinema risulta essere una delle cifre stilistiche principali del maestro spagnolo.

Al di là di questo, tuttavia, forse l’elemento all’interno della pellicola che meglio fa comprendere, di fatto, la vicinanza, la comunanza di intenti, tra la poetica definita di Almodovar e quella ancora da fare di Casanova, è quell’atmosfera di amarezza su cui, però, irrimediabilmente, finisce per trionfare la dolcezza, la luminosità, sebbene raggiunta dopo sofferenze a volte atroci, che permea ogni singolo tessuto di Pieles, quello stesso sapore agrodolce che torna sempre nel cinema dell’autore di Donne Sull’Orlo Di Una Crisi Di Nervi.

Pieles, come prevedibile, è un film che riflette sul rapporto che la società contemporanea intreccia continuamente con il concetto di bellezza, quello che sorprende, tuttavia, è quanto questa riflessione risulti stratificata, complessa, addirittura difficilmente percepibile dopo soltanto una prima visione.

Casanova sembra voler indagare il ruolo della bellezza sotto due differenti sfaccettature. In primo luogo, emerge prepotentemente all’interno del film il carattere relativistico della bellezza. Con uno spunto di luminoso ottimismo Casanova sembra voler affermare (meglio, rimarcare), il costante conflitto tra un’idea soggettiva di bellezza ed un’idea di bellezza comune, convenzionale, presente, spesso, nella percezione dell’altro, propendendo ovviamente sul predominio della prima sulla seconda. Se un soggetto è a suo agio con il proprio corpo, se un soggetto si percepisce “bello”, malgrado le menomazioni fisiche che lo caratterizzano, allora sarà bello, sarà portatore di un’idea estetica valida malgrado le convenzioni sociali dicano altro e bollino quel soggetto come freak, borderline, minorato e via dicendo. E dopotutto, sebbene tutto ciò sia paradossale, la galleria di personaggi che popolano Pieles è formata da personaggi che sono perfettamente a loro agio con il loro corpo e che finiscono per riflettere sulla loro dimensione estetica in maniera oggettiva solo perché l’altro, la società, porta loro a farlo in maniera più o meno diretta. Notevoli, tra l’altro, anche le eccezioni a questa non dichiarata regola dello storytelling: il disagio della giovane prostituta, certamente palpabile, non è legato alla sua menomazione quanto ad una sorta di ansia da possesso legata ai diamanti ma soprattutto connessa a doppio filo con un altro dei temi latenti della pellicola (su cui si tornerà a breve); al contempo, il ragazzo che non riesce ad accettare le proprie gambe vive un paradossale disagio inverso: unico “normale” (le virgolette sono d’obbligo) in un carosello di entità deformi, soffre proprio perché vorrebbe essere deforme quanto loro.

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Still dal film “Pieles”

Se il tessuto tematico del film di Casanova potesse essere reso attraverso una rappresentazione grafica, ecco che attorno al cerchio che rappresenta la riflessione sulla relatività della bellezza estetica si svilupperebbe dunque un altro cerchio concentrico al precedente, che finirebbe per raccogliere tutte le istanze relative a quella ricerca universale della bellezza che è poi l’altro tema portante della pellicola.

Casanova rivendica con passione il diritto di ciascuno di noi di ricercare la bellezza, ancor meglio, il diritto di ricercare ciò che per noi (in un’ottica ancora, sempre di più, squisitamente soggettiva) risulta essere il bello. E allora ecco che c’è chi cerca il bello nella sua accezione meramente materiale (l’uomo dal volto bruciato che desidera raggiungere una bellezza “canonica” attraverso un intervento di chirurgia estetica, la giovane prostituta legata spasmodicamente ai suoi diamanti, il giovane che vuole diventare una sirena), chi, al contempo, cerca un bello che con ancora più forza rima con una sorta di stabilità emotiva, con il raggiungimento, il compimento, di un obbiettivo atteso a lungo (la nana vuole avere un figlio, l’uomo attratto dalle donne deformi cerca l’amore, la donna dal mento asburgico ricerca una libertà troppo a lungo negatale).

Tra questi due estremi si muove il film e si strutturano le sue argomentazioni, che finiscono per coinvolgere la forma cinematografica e il puro storytelling.

Di rinforzare e di sviluppare quella che di fatto è una critica alle convenzioni estetiche contemporanee, si occupa il puro racconto, la diegesi. Parte, come si è detto, presentandoci personaggi che non sembrano vivere con particolare disagio la loro condizione di menomati ma, soprattutto, proprio in virtù di questo focus debole sulle deformazioni, finisce per concentrarsi su altro, su ciò che, in fondo, è realmente importante, sui comprimari che di volta in volta entrano in contatto con il corpo deformato.

Pieles diventa quindi, da una certa angolazione, un solido affresco del corpo percepito, che non perde un colpo nel portare alla luce la grettezza morale, l’impreparazione, la chiusura intellettuale di tutte le persone che mano a mano entrano in contatto con i protagonisti: si va dal dirigente della tv che non vuole acconsentire alle richieste della nana per paura di perdere quella che a tutti gli effetti è una sicura fonte di guadagno, alla coppia di genitori del ragazzo che non fanno altro che rinfacciarsi le colpe accusandosi a vicenda di non essere stati in grado di educare al meglio il loro figlio, si va dagli atti di puro bullismo a quelli di pura accusa e prevaricazione (Pieles è, in fondo, un film che vede le madri non come donne comprensive ma come entità incapaci di instaurare un dialogo proficuo con i loro figli). In questo senso, proprio lavorando sulla scrittura, il film di Casanova fa tuttavia un passo in più che non può essere ignorato proprio in rapporto al discorso della percezione della deformità. La palla passa, lentamente, infatti, allo spettatore, che viene messo in condizione, gradualmente, dopo lo shock iniziale, di sviluppare una tale empatia con le parti in gioco che la deformità non viene più percepita da lui come tale ma, al contrario, viene di fatto ignorata. A rimarcare, rinforzare, quest’idea che in fondo l’idea di diversità è insita nel nostro inconscio collettivo non per nostra volontà ed è talmente debole che basta un film ben scritto da scardinarla c’è tutto il finissimo lavoro della diegesi che merita un approfondimento. A tal punto infatti il focus sulla deformità è debole all’interno del film che la pellicola si diverte a giocare con le nostre aspettative e i singoli episodi sembrano costantemente voler raccontare altro, rispetto alla deformità, che viene lasciato di fatto volutamente in secondo piano.

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Still dal film “Pieles”

In Pieles infatti si incontrano la commedia romantica, il thriller, il racconto di formazione, l’indagine su una famiglia disfunzionale, il racconto di un riscatto sociale, l’analisi neo-femminista della rappresentazione e del ruolo della donna nella società, generi diversi, correnti diverse, narrazioni differenti che sono, a ben guardare, il centro della pellicola e che finiscono, felicemente per eclissare qualsiasi tipo di stranezza che coinvolga i singoli racconti o i loro protagonisti.

Allargando il discorso, indagando i modi in cui si strutturano le argomentazioni legate a quella riflessione sull’universalità della bellezza e sulla continua ricerca della stessa, ruolo predominante lo ricopre in questo senso proprio la forma cinematografica.

La regia di Pieles è in effetti profondamente estetizzante. Casanova cerca la simmetria, la bella scrittura scenica, la fotografia delicata (tutta giocata sulle tinte pastello), cerca, in sostanza, di creare un contenuto di straordinaria bellezza per le storie che racconta, quasi un correlativo oggettivo a rappresentare quella ricerca bellezza che, in fondo, contraddistingue in un modo o nell’altro le vite dei protagonisti. A fare da numi tutelari al lavoro di Casanova sembrano esserci artisti che lo hanno preceduto nelle stesse riflessioni e di cui lui non fa altro che ripercorrere, criticamente, i medesimi passi: da David Lachapelle ai maestri dell’arte concettuale, da Wes Anderson a Elliot Erwitt.

Pieles, in sostanza, sembra coagulare e rilanciare, in maniera intelligente e originale, le riflessioni sul corpo e l’estetica che da sempre accompagna il cinema Spagnolo, la speranza è che Eduardo Casanova prosegua la sua carriera con progetti altrettanto profondi e ricchi di sfumature.

Alessio Baronci

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