Pennywise dal 1990 al 2018 – il corpo del personaggio che cambia il corpo del film

Dall’inizio della sua storia, il cinema è l’arte che più subisce evoluzioni, a seconda della soggettività del regista o sceneggiatore o produttore che vi si approcciano. A differenza del romanzo, altra forma, come il cinema, che ha un corpo di segni fortemente codificato, che è stato rivoluzionato infinite volte nei contenuti e recentemente nella struttura (il romanzo del Novecento resta il più sperimentale), il cinema supera qualsiasi altra forma d’arte per la versatilità degli elementi che ne formano il corpo.

 

Come la musica, che con sole sette note e il genio di chi la pratica può comporre infinite melodie, il cinema con un codificato campione di inquadrature e campi e il genio di chi li pensa può creare infinite declinazioni, le prime delle quali sono i generi cinematografici. Ogni genere ha un suo corpo ben definito, composto di storie, inquadrature e atmosfera, ma non per questo ognuno alla fine porta a compimento sempre lo stesso film. Perché? Perché non solo le storie sono declinabili in infinite sottocategorie, ma ogni volta che si sceglie un campo piuttosto che un altro si fa un film diverso. Ogni regista della storia del cinema ha lottato per uscire dal corpo codificato del genere, ibridandone uno con l’altro o dichiarandolo esplicitamente per poi eroderlo dall’interno seguendo il proprio stile di racconto.

 

Ogni regista opera sul corpo filmico a seconda della propria intuizione. Alcuni generi sono più malleabili e permettono di sperimentare, altri meno. Uno dei generi più rigidi è l’horror, rimasto quasi invariato nella sua struttura dalla fondazione ai suoi esempi più recenti. Se non giocano coi tre atti dell’horror, con cosa possono sperimentare i registi e scrittori che si approcciano ad esso? Da sempre col cuore del film, con la storia, che da allusiva e spaventosa per creare e pungolare le paure, ultimamente si sta spostando più sul “salto sulla sedia” o jump scare.

Corpo 1
Still dalla serie “It” (1990″

 

Un esempio di questa duplicità di intenti si trova nella coppia padre/figlio composta dai due adattamenti per la televisione e per il cinema del romanzo “IT” di Stephen King. La prima, diretta da Tommy Lee Wallace, andata in onda nel 1990, il secondo diretto da Andy Muschietti e uscito in sala nel 2017.

 

Se Tommy Lee Wallace si basava molto sull’ambiguità storica della figura del pagliaccio, il film del 2017 non ne ha bisogno. Il pagliaccio storicamente è una figura nata per il circo e per far ridere; nella sua evoluzione è diventato poi una figura tragicomica con luci e ombre, per poi assumere anche connotati orrorifici e di follia (come le varie trasposizioni del Joker).

 

Nel ‘90 nella miniserie l’ambiguità del pagliaccio è proprio questa: se da un lato appare normale, il classico clown divertente, dall’altro lato il fatto che si manifesti in un tombino e cerchi con le lusinghe di attirarci dentro dei bambini, gli aggiunge tratti inquietanti e lo costruisce come una presenza fortemente ambigua, che continuerà a giocare su questa ambiguità nelle sue apparizioni successive (esemplare il caso di lui che saluta con un palloncino in mano i protagonisti che tornano richiamati dal suo ritorno).

corpo 2
Still dalla serie “It” (1990)

 

Nel 2017, dopo che studi sulle fobie hanno dato un nome alla paura dei clown e tutti conoscono It, il regista della nuova trasposizione cosa può fare per rinnovare e rendere attuale qualcosa di un po’ datato come l’aspetto di un clown? Sceglie di giocare col corpo del cinema, nello specifico col corpo del genere horror, partendo dal rinnovamento del corpo del pagliaccio.

 

Se l’IT del ‘90 aveva un costume tradizionale (maschera bianca, parrucca rossa, tuta intera molto larga e colorata, scarpe grandi e naso rosso), il Pennywise interpretato da Bill Skarsgard (Hemlock Grove) rinnova il look, rendendo più semplice il costume (il vestito diventa più minimal, quasi interamente bianco e aderente per far risaltare di più la figura e le enormi scarpe, rendendolo più massiccio e imponente, soprattutto per avere a che fare con dei bambini) ma allo stesso tempo più elaborato il make-up (non si ha più l’impressione che l’essere clown sia solo una maschera, ma che sia proprio realmente così: i capelli non sembrano più una parrucca, gli occhi sono più grandi e gialli, che con l’assenza di naso rosso sembrano aumentare ulteriormente di grandezza, enormi dentini sporgenti che fanno preannunciare la presenza nascosta di qualcosa in più). Con questo nuovo aspetto, aiutato dalla fotografia che ritaglia quegli inquietanti occhi gialli nella luce che entra dalla bocca del tombino, e la conoscenza che tutti ormai hanno di questo personaggio, non c’è più motivo di giocare con l’ambiguità.

 

Il pubblico conosce la malvagità di Pennywise prima di entrare in sala, perciò manifestarla dal primo momento e sottolinearla nel primo incontro col piccolo Georgie è una scelta molto precisa, che fa passare il pubblico dal pensare “chissà se Georgie si farà convincere” al pensare “per favore va’ via da quel tombino”, finché succede l’imprevisto. Mentre lo spettatore, non ancora avvezzo alla nuova evoluzione che il film prenderà, essendo solo all’inizio della pellicola, non si aspetta che gli sia mostrata la violenza dell’uccisione di Georgie (come succedeva nella miniserie) il bambino perde un braccio e viene trascinato via, in una scena che unisce all’horror caratteristiche dello splatter. Dopo ciò, al pubblico non resta che aspettarsi di tutto, nonostante poi il film risulti un horror che, proprio in virtù di questo suo inizio d’impatto, si dichiara un horror di stampo contemporaneo, meno suggestivo e più attento alla sorpresa e al gioco di prestigio del “guarda a sinistra mentre appaio a destra”.

corpo 3
Still da “It” (2017)

 

Cambiare il corpo e con esso il ruolo di un personaggio è una scelta che influenza anche i segni di cui è composto il corpo filmico. L’impatto che ha ogni cosa che vediamo in un film è fondamentale, soprattutto se si tratta del corpo del protagonista/antagonista. Perché IT in questo caso è sì l’antagonista dichiarato dei piccoli protagonisti, ma allo stesso tempo la sua presenza malvagia si allarga su ogni scena del film, e dove non vediamo direttamente lui, vediamo comunque le sue appendici sotto forma di quadri che prendono vita o di corpi decapitati che camminano. In questo senso IT può essere considerato il protagonista, rendendo quasi difficile da definire e certamente sottile la linea che fa di lui l’antagonista e dei piccoli che lo combattono i protagonisti. Il regista è così riuscito, cambiando corpo a Pennywise e di conseguenza al film, a rendere il cattivo della storia più affascinante dei protagonisti, che restano tali solo perché dopotutto siamo in un film horror e il bene deve vincere.

Corpo 4
Still da “It” (2017)

 

Il film ha una struttura, un corpo fatto di segni, che possono all’occorrenza essere più o meno forti, più o meno palesi o più o meno riconoscibili. All’interno dei generi, questi segni sono rigidamente fissi, ma nonostante questo ancora ci lasciano aperte delle finestre per restare sorpresi, soprattutto se chi li interpreta li conosce e riesce a padroneggiarli al meglio. L’IT di Andrés Muschietti riesce in parte in questo, perché se l’inizio ha quel qualcosa di molto sorprendente, il film poi rientra nei canoni dell’horror contemporaneo, per cui si sente l’intuizione di qualcosa che purtroppo non è stata seguita fino alla fine, ma che tuttavia rende il film godibile e lascia aperte le porte al secondo capitolo.

Sabrina Podda

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