Lost in Space – La paura dell’ignoto

Lost in Space – La serie fantascientifica e il remake negli anni ’90

Quanti di voi hanno sentito parlare di Lost in Space? Avete presente una serie tv dall’aspetto camp con bizzari costumi a forma di verdure, pupazzetti alieni e una famiglia di scienziati super geni, in missione per salvare la razza umana dall’estinzione, che per un incidente si perde nello spazio? Il motivo è presto detto: Lost in Space non è mai giunta sui nostri schermi e non è mai entrata nella nostra memoria collettiva, come accaduto ad esempio con Star Trek, Battlestar Galactica o Doctor Who.

Negli anni ’60 è stato il programma preferito di milioni di famiglie americane, ben prima che facesse capolino il successo di Star Trek, eppure l’esito non fu altrettanto fortunato, tanto che nel 1973 venne cancellata dopo tre stagioni. Nonostante il creatore Irvin Allen avesse parlato della possibilità di una quarta stagione, la cosa non divenne mai effettiva lasciando tutto in sospeso. Nel 1997 Hollywood provò a giocarsi la carta nostalgia al fine di attirare vecchi appassionati e nuovi fan con un lungometraggio diretto da Stephen Hopkins e scritto da Akiva Goldsman. Pensato come un prodotto a metà tra il film per famiglie e la fantascienza tipica del momento, questo remake lo si ricorda prevalentemente per gli effetti speciali alquanto posticci, una storia abbastanza ordinaria e un cast un po’ sprecato dove primeggiava un giogionesco Gary Oldman nel ruolo del villain.

Arriviamo al 2014 quando la Legendary Television annuncia lo sviluppo di un remake della serie affidato a Matt Sazama e Burk Sharpless, già sceneggiatori di opere action fumettose come Dracula Untold, Gods of Egypt e Power Rangers. La gestione passa nelle mani di Netflix, che annuncia il rilascio ufficiale per aprile 2018. La piattaforma streaming più famosa e discussa del momento ha accettato una sfida tutt’altro che semplice e il risultato risponde ad una chiara volontà: cambiare marcia rispetto al passato.

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Still da “Lost in Space”

Il nuovo concept di Lost in Space

Le premesse di questa versione 2.0. sono pressoché simili a quelle dell’originale: i Robinson vengono scelti come futuri coloni per viaggiare verso il sistema Alpha Centauri mentre la Terra sta morendo per un’imminente cataclisma. Un imprevisto fa uscire la Jupiter II fuori rotta e i cinque membri si ritrovano a vagare senza meta nello spazio. In questo reboot di dieci episodi precipitano su un pianeta sconosciuto e ricco di insidie, a cui dovranno imparare a sopravvivere insieme ad altri coloni. La trama orizzontale si arricchisce di mistero (sull’incidente che li ha condotti lì) quando entra in scena una creatura aliena imponente ed enigmatica a fungere da Mcguffin (il celebre robot originale ristrutturato nel design con cui il giovane Will stringerà un rapporto speciale) mentre i personaggi lottano per restare vivi e lasciare il pianeta prima possibile.

Attraverso una struttura narrativa per analessi e continui colpi di scena, che ricorda clamorosamente Lost, questa nuova serie costruisce il proprio sviluppo piano piano, svelando il passato dei personaggi e mostrandone le conseguenze sul presente. Il cambiamento optato da Sazama e Sharpless consiste principalmente in questo. Gli ideatori indirizzano l’idea di Allen verso una riconfigurazione che pone l’accento sui personaggi, sulle loro psicologie e sui rispettivi legami (il rapporto di coppia, l’amicizia tra specie e, ovviamente, la necessaria collaborazione della comunità) senza perdere di vista una trama appassionante, ricca di azione e articolata. Le figure classiche della serie tv anni ’60 vengono rese così a tutto tondo e attualizzate alle necessità del pubblico moderno (cresciuto appunto con la creatura di di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber); non c’è più la famiglia perfetta e patriarcale ma un gruppo disunito, alle prese con continui pericoli e dilemmi umanissimi. Sono persone normali che devono imparare ad affidarsi l’uno all’altro e a ritrovarsi.

Nei flashback, ambientati sulla Terra, scopriamo un quadretto familiare tutt’altro che idilliaco: John e Maureen sono una coppia in crisi e sull’orlo del divorzio; lui soldato coraggioso ma padre e marito assente e lei affermata scienziata costretta a prendere le veci di capofamiglia. I figli, di cui solo due frutto del matrimonio, sono tre ragazzi costretti a crescere in fretta di fronte a eventi più grandi di loro: la maggiore Judy è una studiosa in medicina che si affida alla ragione; Penny è un’adolescente impacciata che nasconde le proprie incertezze dietro battute e atteggiamenti sarcastici; Will è un bambino geniale e sensibile ma impreparato a ciò che lo attende (rientrato nei limiti di idoneità della missione solo grazie all’intervento di Maureen) e le cui debolezze lo fanno sentire sempre fuori posto all’interno del gruppo. L’eroico pilota Don West, che nell’originale era incaricato di accompagnare i Robinson nello spazio, qui è una simpatica canaglia con una doppia vita da tecnico aerospaziale e contrabbandiere a tempo perso. Lo stesso villain acquisisce una caratterizzazione più interessante rispetto al passato. Non è più un sabotatore cialtronesco ma una donna in fuga dal passato, manipolatrice, sfuggente e scaltra che, sotto le mentite spoglie del Dottor Smith, vorrebbe rifarsi una vita sulle colonie con una nuova identità.

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Still da “Lost in Space”

Dal punto di vista tecnico (montaggio, scenografie e l’uso di effetti speciali) è sicuramente una delle cose migliori che Netflix potesse offrire, dimostrando come la piattaforma stia progressivamente distinguendo i propri prodotti seriali per mezzo di concept sempre più precisi e imponenti, nonostante il budget contenuto. Da citare poi il contributo di Neil Marshall, che figura anche come produttore esecutivo. Proprio lui dirige i primi due episodi impostando immediatamente lo stile visivo della serie e pone le direttive principali della stagione (scelta perfetta visto il motivo survival).

Lost in Space si muove chiaramente all’interno di traiettorie ampiamente rodate e note al pubblico (Lost è il modello più esplicito, senza contare qualche debito a Steven Spielberg) ma che, nel caso specifico, si dimostra frutto di una scelta creativa perfettamente funzionale. Sazama e Sharpless operano un autentico restyling visivo e narrativo su un concept oggettivamente datato e ingenuo per condurlo su un terreno più adulto, consapevole dei tempi e parzialmente cupo, senza tuttavia tradirne lo spirito originale, in quanto prodotto per famiglie. Anche per questo non sorprende la volontà di giocare facile sui buoni sentimenti, sull’unione familiare e sugli elementi cardini del racconto d’avventura tradizionale.

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Still da “Lost in Space”

Allo stesso tempo però Lost in Space resta eccessivamente bloccato sulle proprie coordinate e fa un po’ fatica a mantenere alta la qualità della scrittura a causa di certi difetti nell’impostazione. Ad esempio: il Dottor Smith assume ad un certo punto il ruolo di deus ex machina, manipola gli altri personaggi e li spinge a commettere azioni per vantaggio personale (apparendo fin troppo sciocchi) ma poi si comporta in modo schizofrenico, quasi dovesse rispondere alle necessità di una trama carica di eventi invece di seguire un percorso coerente, rischiando di rivelarsi come il più monodimensionale degli antagonisti.

Alcune situazioni ricche di pericoli, seppur coinvolgenti, non aggiungono molto all’evoluzione dei personaggi e servono solo a tener costante il ritmo anziché lavorare con la complessità delle psicologie, come invece accadeva nel precedente di JJ Abrams. La narrazione è stabile e appagante ma poco audace, con il risultato che ogni minaccia è risolta brillantemente, la salvezza giunge in extremis (persino dopo aver assistito ad una scelta sbagliata che sacrifica il bene maggiore per un singolo) e ad ogni fallimento c’è sempre un piano di riserva.

Conclusioni

Tirando le somme, Lost in Space targato Netflix è un onesto prodotto sci-fi che vuole intrattenere e ,con tutte le riserve del caso, si difende dalla concorrenza grazie ad un concept accattivante e ad un affidabile team creativo alle spalle.

Adesso non resta che attendere la seconda stagione (già confermata) per vedere come evolveranno le avventure dei Robinson, sperando magari di intravedere più voglia di osare, dopo un cliffanger finale carico di promesse e pericoli all’orizzonte

Laura Sciarretta

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