Land of Mine: il confine minato dell’umano

In Danimarca, nel maggio 1945, l’occupazione nazista è appena finita, ma ha lasciato più di due milioni di mine antiuomo seppellite venti centimetri sotto la sabbia della costa. Abbastanza per trasformare quella striscia di terra polverosa affacciata sul mare in un limbo dove la guerra, di fatto, non è ancora finita e la sua violenza può riesplodere, letteralmente, ad ogni passo. Per trovare e disinnescare le mine vengono utilizzati soldati tedeschi prigionieri di guerra: in fondo, come dice uno degli ufficiali danesi, si tratta essenzialmente di fargli «ripulire la loro merda». Ma la prospettiva si ribalta da subito: i prigionieri sotto il comando del sergente danese Rasmussen (Roland Mӧller) sono ragazzi di massimo vent’anni, hanno facce da bambini feriti e confusi, scaraventati anzitempo nel gioco sporco del loro Paese impazzito e della guerra che ha scatenato. Dall’altra parte, i carcerieri locali, militari e civili, uomini e donne, hanno profili e sguardi induriti dalle offese subite, pronti a sfogare la propria rabbia sui primi “crucchi” che gli capitino sottomano. Lo sminamento forzato si trasforma dunque nella sottile vendetta di un popolo contro alcuni figli del nemico, arbitrariamente scelti per espiare le colpe di un intero Paese, sottoposti pertanto a condizioni di lavoro disumane e alle crudeltà grandi e piccole delle vittime di ieri.

Land of Mine, scritto e diretto da Martin Zandvliet, ha ottenuto, tra le altre cose, un notevole apprezzamento al Festival di Toronto dove è stato presentato nel 2015, nonché la Nomination agli Oscar 2017 come miglior film straniero in rappresentanza della Danimarca. Un successo che non stupisce, perché il film riesce in un duplice (e doppiamente coraggioso) intento: da un lato, (ri)portare all’attenzione un capitolo particolarmente controverso del conflitto più tragicamente emblematico del Novecento; dall’altro, proiettare la ricostruzione storica in un discorso più ampio, di portata universale e in grado di parlare, oltre i confini e le vicende nazionali, di questioni che ci coinvolgono in ogni epoca e territorio. Zandvliet raggiunge questo obiettivo servendosi di una scrittura, drammatica e filmica, asciugata alle coordinate e agli archetipi essenziali: coordinate e archetipi che sono quelli del racconto di guerra, di ogni guerra, dove il confine violato non è mai solo quello dei rispettivi stati sovrani, ma quello dell’umanità stessa, negli orrori che ogni attore in campo ha visto, subito, perpetrato.

In questo squarcio-epilogo di guerra che il film rievoca, il confine dell’umano non è stato solamente violato, è stato (letteralmente e metaforicamente) minato: la Danimarca che ha appena riemerso la testa dal fiume infernale della guerra è ancora inquinata dal male che le è stato inflitto e da cui ha lottato per liberarsi. Le mine sotterrate non sono solamente quelle fisiche nascoste sotto la sabbia, ma anche quelle morali: cariche di odio che esplodono altrettanto inavvertite e brutali (gli accessi d’ira violenta dello stesso Rasmussen) o si mantengono latenti, covate freddamente sottopelle (il personaggio della fattoressa), dentro un’umanità e una terra rese gelidamente ostili.

Il confine minato diventa allora non solo materia storica, ma metafora pulsante di ogni difficile recupero dell’umanità dopo la crisi di un conflitto. Non ci sembra un caso che in questo film siano ridotte all’osso le informazioni sulla guerra in sé (ormai già consumata), così come quelle sui trascorsi, sulle colpe e sui meriti dei singoli personaggi di entrambe le nazioni. Non si sta celebrando il processo di un popolo (e degli individui che lo rappresentano) contro un altro, per lo meno non ancora. Ciò che conta davvero è la possibilità di ritrovare, o di non perdere del tutto, quello specifico di empatia, compassione e anche di senso della giustizia (di quella giustizia che non degenera mai in vendetta) che ci rende tutti o può farci tornare umani.

Non per nulla in questo film gli “altri”, gli ostaggi nemici, gli sminatori, non sono quasi mai chiamati “nazisti”, bensì “tedeschi”. Il dato che si vuole mettere al centro non è quello delle (indiscutibili) colpe della Germania nazista e la necessità di fare giustizia, bensì, in senso più ampio, la possibilità stessa di tornare a dialogare con l’altro, con lo “straniero”, con l’abitante di una diversa nazione, anche (e tanto più) di quella che ci ha fatto del male. Una possibilità che sembra ancora molto lontana dal realizzarsi nella vicenda raccontata dal film: dove invece la parola “tedesco” viene usata dai personaggi danesi come sinonimo di minore dignità, di nemico straniero che ora merita di essere umiliato e annichilito, a prescindere dalle sue condizioni, dalla sua singolarità e responsabilità individuale.

Tutto, allora, da concreto e storicamente contestualizzato, diventa simbolico nel film di Zandvliet, tutto rimanda a quel discorso più ampio e universale, al difficile sminamento del confine tra umanità e disumanità dopo la tragedia di un (di ogni) conflitto: i giovanissimi soldati prigionieri rimandano a un’intera generazione (a ogni generazione) nata già perduta, e i cui rappresentanti, se anche sopravvivranno, dovranno convivere per sempre (anche) con l’eredità dei crimini della loro nazione; gli animaletti con cui giocano gli sminatori ragazzini riflettono la loro stessa condizione, scarafaggi o topolini in gabbia a cui solo i loro corrispettivi umani possono avere interesse a dare un nome, ovvero una dignità; Rasmussen, vero protagonista della storia, rappresenta il difficile, contraddittorio, oscillante percorso che attende un intero popolo offeso (ogni popolo offeso), la lotta per non farsi abbrutire ed essiccare del tutto dall’odio già ricevuto e rispedito al mittente. Una lotta da condurre anche e soprattutto in nome delle generazioni che verranno, incarnate qui dalla bambina danese che dialoga con il tedesco e gioca inconsapevole, con una bambola “ferita”, a pochi metri dalle mine.

Se si dovesse allora ricercare il principale limite del discorso di Zandvliet, lo si potrebbe trovare, paradossalmente, proprio nella sua, di per sé apprezzabile, tensione a ridurre gli elementi storico-drammatici della parabola all’essenza di archetipi: dove questa legittima tensione si fa eccessiva, il racconto (almeno sul piano della sceneggiatura) rischia di sfociare nello schematico, nel didascalico e nel prevedibile. Fin troppo netti e meccanici appaiono, ad esempio, alcuni cambi di atteggiamento di Rasmussen nei confronti dei suoi sottoposti-prigionieri. E la riduzione di alcuni personaggi secondari a poco più che semplici “ruoli” (il dispotico, spietato tenente Ebbe, ad esempio) portano il film più in direzione dei cliché del genere di riferimento (il cinema bellico) che dalla parte dell’apologo storico-morale di ampio respiro.

Dove invece l’approccio del regista-sceneggiatore non mostra mai segni di debolezza è invece sul piano del linguaggio filmico, che restituisce perfettamente la tensione etica innervante la vicenda, traducendola in tensione spettacolare mai fine a se stessa: attraverso una scrittura asciutta e rigorosa dove, ancora più delle esplosioni, colpiscono i silenzi assordati e sconvolti che alle esplosioni seguono, così come le inquadrature sull’angosciante rito dello sminamento: fatto invece ogni volta di piccoli suoni e particolari, ognuno dei quali può liberare un nuovo scoppio delle schegge di Inferno da spegnere. Immagini essenziali e martellanti come il tema musicale scabro e insistito, desolate come la terra e il mare fotografati in una luce perennemente fredda. Perché ogni parentesi di calore viola il regime di una guerra che non è ancora davvero finita: dove l’umanità non è stata ancora riabilitata e la sua negazione può deflagrare imprevista nei momenti di distensione e riavvicinamento, come il film ci dice, prima e meglio della stessa costruzione drammaturgica, con la potente inquadratura della passeggiata corale (troncata) in spiaggia. Il confine non è ancora completamente sminato, l’umanità non può ancora riaffacciarsi. E il potenziale metaforico di quella pagina di Storia, e di questo dramma che la rievoca, continua a urlare qualcosa anche oggi, ai “confini minati” dell’umanità contemporanea: qualcosa che, tanto più per questo, continua a riguardarci.

Emanuele Bucci

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