La Notte Del Giudizio: Election Year – Terzo Capitolo Sulla Purificazione Dell’America Nel Segno Dello Sfogo

Era l’estate del 2013 quando arrivò in sala La notte del giudizio (in origine The Purge). Si tratta del primo tassello della cosiddetta “saga dello Sfogo”, serie di film scritta e diretta da James DeMonaco, con Blumhouse e Michael Bay in sede di produzione e che, a distanza di cinque anni, resta una delle operazioni più acute e sottovalutate del cinema commerciale contemporaneo.

Per capirlo fino in fondo, però, dobbiamo soffermarci su alcune piccole premesse, a cominciare dall’idea di base.

In un ipotetico futuro di rinascita e progresso per gli Stati Uniti d’America, la nazione dei Nuovi Padri Fondatori ha esponenzialmente ridotto gli episodi di criminalità, cancellato la disoccupazione e abbassato il livello di sovrappopolazione grazie all’entrata in vigore del diritto allo sfogo. Una notte all’anno, per dodici ore, ai cittadini è concesso liberarsi da ogni sentimento di negatività agendo e praticando la violenza come preferisce e senza conseguenze. Proprio nella catarsi dell’omicidio e delle aggressioni individuali o di gruppo, lo Sfogo ha garantito questo incredibile stato di benessere e stabilità economica per la società civile a discapito dei più deboli, impossibilitati a difendersi e a sopravvivere alla notte. Proprio qui sta il punto deflagrante di The Purge: una distopia angosciante e tagliente dove il concetto di purificazione dall’odio è posto nel segno di un controllo “civilizzato” della violenza e consente l’eliminazione di ogni rispetto o forma di vivere civile per garantire il progresso personale (prima ancora che sociale) altrimenti impossibile; come dire: per ottenere il bene superiore è necessario accettare il male, invece di negarlo, un’azione epurativa per la rinascita finale nel sangue e nel sacrificio del prossimo.

Sfogo01
Still dal film “The Purge: Election Year”

Questa saga ideata dal regista-sceneggiatore DeMonaco è, inoltre, divenuta una macchina da incassi quasi infallibile. Capace di mantenersi compatta e lucida nella scrittura, pur zoppicando di tanto in tanto, ma perfettamente in grado di mantenersi coraggiosa nelle scelte su cui è stata impostata ed equilibrata nel rispetto tra le menti creative interessate. A differenza di altre saghe, The Purge è inoltre animata da un vera audacia recettiva oltre che discorsiva. Non si affida ad un protagonista forte e onnipresente a cui il pubblico può affezionarsi. Il cast viene rivoluzionato ad ogni film (con un paio di rare eccezioni) mentre il contesto sociale descritto (chi si trova coinvolto e, suo malgrado, cerca di sopravvivere o chi ne approfitta per ragioni personali, etc.) è il riflesso dell’agire dei diversi gruppi antropologici che compongono il quadro generale: ricchi rampolli della upper-class; le minoranze black e ispaniche; le gang criminali; i militari e i liberi cittadini; il ceto capitalista e quello sottoproletario. 

L’approccio essenziale nei confronti dello storytelling mantiene un livello di tensione che si fa sempre in salita. L’attenzione al dettaglio è parimenti evidente (nell’evoluzione dei costumi e delle maschere indossate dai vari purgers) e la riproposizione di certi modelli di genere appare rigenerante nella gestione delle scene. Il primo, The Purge, è un home invasion con dichiarata ispirazione a Straw Dogs e The Strangers. Il secondo Anarchy trae la propria forza propulsiva e visionaria dal western metropolitano stile anni ’80 (in particolare Warriors). Election year, uscito nel 2016, dice la sua mantenendosi fedele alla linea tracciata dal predecessore (continuando a guardare all’action e agli ovvi riferimenti di John Carpenter e Walter Hill) e si carica di ulteriori metafore (le derive totalitariste e la lotta di classe, in cui torna il motivo dei ricchi che divengono tali sulle spalle dei più poveri) e di accostamenti alla politica americana (quando negli Usa c’era ancora la corsa alla presidenza tra Hilary Clinton e Donald Trump) senza rinunciare ad un pungente sguardo satirico.

Più di ogni altra cosa, quest’ultimo capitolo non smette di cogliere quelle tensioni irrisolte e intestine nella realtà sociale americana (e forse non solo lì), ad analizzarle, filtrarle e trasfigurarle nel proprio tessuto narrativo, portando a compimento una critica puntuale e ferocissima sulle contraddizioni dell’attuale stato sociale e politico (in particolare, riguardo alla libera proliferazione delle armi). Discorsi e considerazioni che in Election Year si fanno ancor più manifesti e stranianti.

Sfogo02
Still dal film “The Purge: Election Year”

Come suggerisce il titolo, siamo in piena campagna elettorale, a due giorni dalla fatale notte. Charlie Roan si candida contro il regime ultraconservatore dei Nuovi Padri Fondatori; è la voce idealista e intrepida del popolo in rivolta e la speranza concreta delle minoranze e dei liberi cittadini che chiedono la cancellazione del diritto allo sfogo. Il governo, vedendo minacciati i risultati ottenuti con lo Sfogo e i vantaggi economici da esso derivati, cambia le regole. L’immunità solitamente concessa ai cittadini di livello 10 è revocata, creando così il presupposto ottimale per poter eliminare la Roar. Toccherà a Leo Barnes (nuovamente interpretato da Frank Grillo, già presente in Anarchy) proteggerla e farle superare viva le elezioni, in veste di capo della sorveglianza e convinto sostenitore della donna, aiutato da un gruppo di cittadini unitisi alla causa e alla rivolta verso il sistema.

Nonostante Election Year si affidi maggiormente alla battuta ironica e nel complesso scenda un gradino sotto rispetto ad Anarchy, intrattiene dall’inizio alla fine e conferma tutta la buona volontà, il cuore e l’intelligenza (vedere l’ultimissima scena, tutt’altro che conciliatoria) della creatura firmata DeMonaco, lasciandoci ancora una volta addosso un salutare sentimento di disagio e un paio di ottime intuizioni nel continuum della saga. Oltre al genere di situazioni a cui siamo stati abituati dai precedenti (fughe rocambolesche, sparatorie, guerriglia urbana e macabre esecuzioni), in più, vediamo le effigi di Lincoln e Washington imbrattate di sangue e luci al neon; ascoltiamo le interviste ai turisti dell’omicidio, giunti dal Vecchio Continente per godere dello Sfogo come fosse una moda yankee; partecipiamo alle messe in cui religione e capitalismo sono tutt’uno; scorgiamo un gruppo di ragazzine in abiti rosa e armate fino ai denti, accompagnate da Party in the U.S.A. di Miley Cyrus, mentre assaltano un mini-market.

Sfogo03
Still dal film “The Purge: Election Year”

Per tutte queste ragioni, Election Year è la degna conclusione di una saga sempre più sfrontata e acida nell’espressione, che attesta la rinnovata salute creativa del settore produttivo indipendente d’oltreoceano (pensate che la Blumhouse è la stessa casa di produzione di Scappa – Get Out). Consiglio dunque a chi non l’ha ancora fatto di recuperarla il più presto possibile, anche per non restare indietro visti i nuovi progetti sviluppati attorno a questa forte e solidissima proprietà intellettuale: quest’estate è già uscito The First Purge, sorta di prequel che racconterà i retroscena del primissimo Sfogo cittadino, mentre a novembre arriverà una serie tv.

Laura Sciarretta

© Riproduzione riservata