Jackie Brown: l’anima (lirica) di un cinefilo pulp

«La sola cosa che devi fare quando sei in un tale casino è cercare di essere razionale». Sintesi perfetta (dalla bocca della diretta interessata, non a caso), e perfettamente “tarantiniana”, del complicato intrigo criminale in cui deve destreggiarsi la hostess Jackie Brown (Pam Grier): tra il trafficante d’armi dal grilletto facile Ordell (Samuel L. Jackson), per il quale Jackie fa da corriera del denaro sporco tra Messico e Los Angeles, una coppia di agenti dell’antifrode che sperano di usare lei per prendere in trappola lo stesso Ordell, e il bizzarro, serafico venditore di cauzioni Max (Robert Forster), attratto dalla donna come dal miraggio di una vita meno grigia. E Jackie Brown (1997), terzo lungometraggio di Quentin Tarantino, ha effettivamente il suo centro attrattivo, da ogni punto di vista, nella protagonista femminile: sin dal titolo, solo una delle variazioni che il regista-sceneggiatore si concede nell’adattare il romanzo noir di Elmore Leonard Rum Punch.

Un film da vedere (e rivedere) per chiunque voglia conoscere a fondo il regista di Pulp Fiction: ma soprattutto per chi sia incappato nel luogo comune secondo cui lo specifico del cinema di Tarantino risiederebbe solo, o soprattutto, nelle esplosioni di violenza provocatoriamente e post-modernamente ludiche, tanto esplicite quanto ironicamente raffreddate. La prima cosa che colpisce di Jackie Brown, infatti, rapportandolo alla filmografia precedente (e successiva) del regista, è proprio la sobrietà nella rappresentazione della violenza: una sobrietà così ostentata (i relativamente pochi delitti avvengono tutti fuori campo, o comunque in qualche modo “occultati”) da risultare paradossalmente provocatoria quanto le eruzioni di sangue, cervella e altre parti anatomiche visti altrove. Un’operazione analoga, e analogamente brillante, a quella che farà di lì a poco Lynch con la sua Straight Story, dove l’estrema linearità si rivela l’altra faccia, opposta ma complementare, della consueta narrazione oniricamente scardinata. In entrambi i casi l’esperimento ha costituito un’ottima dimostrazione di come la poetica di alcuni grandi cineasti contemporanei vada al di là di certi stilemi abituali delle loro opere, stilemi che troppo facilmente e superficialmente vengono trasformarti dall’esterno in etichette (quando non in anatemi).

Jackie Brown, infatti, pur essendo l’unico film di Tarantino tratto da un romanzo e l’unico (finora) così parco di brutalità, si rivela ad ogni sequenza un film coerentemente, profondamente, radicalmente “tarantiniano”. Vi ritroviamo ogni ingrediente, ogni passione, ogni feticcio del regista-cinefilo, tanto nelle soluzioni stilistiche quanto nei materiali portati in scena: lo spettatore viaggia attraverso lunghi dialoghi ironicamente sulfurei, sbalzi di tono fra dramma e farsa, personaggi grottescamente stralunati (su tutti, il depresso-rintronato ex rapinatore della guest-star Robert De Niro), giochi con i piani temporali (qui pochi, ma efficaci), inquadrature dal bagagliaio di una macchina, piedi femminili in primissimo piano, e soprattutto un fluire impetuoso di rimandi alla cultura pregressa non solo cinematografica: su quest’ultimo fronte i principali nuclei irradianti sono i film della cosiddetta Blaxploitation (il cinema di serie B anni ’70 con protagonisti afroamericani, di cui proprio Pam Grier fu una delle star) e una serie di brani musicali vintage reimpiantati nel nuovo contesto, talvolta a contrassegnare dall’interno momenti topici della vicenda (come già, ad esempio, nelle Iene).

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Still dal film “Jackie Brown”

Ma tutto questo, a ben pensarci, non costituisce di per sé l’essenza della poetica che possiamo leggere nel cinema di Tarantino (o per lo meno nel Tarantino più “ispirato”): sono, quelli che abbiamo citato, ulteriori ingredienti e stilemi tipici, giochi e giocattoli molto amati dal regista al pari degli eccessi splatter, e che però, proprio come questi ultimi, non sono né necessari né sufficienti a caratterizzare e garantire il fascino delle opere tarantiniane più felici, come appunto Jackie Brown. Qual è il segreto, allora? Qual è lo specifico più profondo della poetica di Tarantino che lo eleva al di sopra dei molti imitatori (in tutto o in parte) del suo stile, e che rende i suoi prodotti meglio riusciti qualcosa di più della somma dei suoi riconoscibilissimi ingredienti? Potremmo definire questo specifico col termine “anima”. Anima intesa come principio vitale irripetibile e giustificante, linfa sotterranea che muove e organizza la pluralità eterogenea di materiali in una forma autonoma. “Anima” come quella che, forse, è contenuta nell’enigmatica valigetta di Pulp Fiction, e che potremmo interpretare anche come l’autoironica, dissacrante allegoria di un percorso artistico-narrativo che, dietro l’accumularsi e l’incastrarsi di provocazioni e ammiccamenti, ha un cuore poetico che irrora le componenti più disparate.

Questa linfa primaria e profonda del miglior cinema di Tarantino, non è tuttavia da ricercarsi in qualsivoglia valore esterno al testo, non deriva da una verità soggettiva od oggettiva da trasmettere, da un qualche stabile e riconoscibile valore etico, politico, filosofico. L’unico valore che i film di Tarantino conoscono è il cinema stesso, l’eterno ritorno dei suoi materiali (compresi quelli esterni al film ma che dal film possono essere incorporati, come appunto le canzoni o i libri), e soprattutto la sua capacità di assemblare quei materiali in storie che attraversino i sensi e si staglino nella memoria del pubblico. Non perché dalle storie debba emergere qualche insegnamento: raccontare storie (che a loro volta rimandano ad altre storie) è solamente un gioco, ma se lo fai divertendoti davvero è il gioco più bello e liberatorio di questo mondo. E la condizione per giocare a questi livelli di disinteressata purezza è principalmente una: l’amore per il mondo e i personaggi che si sta (ri)costruendo. Il cineasta-eterno fanciullo tratta i suoi personaggi come i giocattoli di un’infanzia mai conclusa: può anche farli scannare a vicenda o lanciarli in lunghe conversazioni intrise di turpiloquio, ma comunque li ama come un bambino ama i suoi pupazzi preferiti.

Per questo i migliori personaggi e le migliori storie di Tarantino non sono mai meri ammassi di citazioni, sangue e altre manie, ma assurgono a soggetti-oggetti che si animano e si imprimono nell’immaginazione non solo del regista, ma degli stessi spettatori. Jackie Brown è un esempio emblematico, massimamente rivelativo di tutto questo: per lei Tarantino mette eccezionalmente in sordina uno dei suoi epocali marchi di fabbrica, la violenza pulp, e costruisce il coinvolgimento emotivo del film prima di tutto sulla sofferta, contrastata vitalità della protagonista. A partire dalla prima sequenza che, lungi dall’essere solo un omaggio all’incipit de Il Laureato sulle note di Across 110th Street, costituisce il primo atto d’amore del regista verso la stessa Jackie: presentata e seguita nella sua piccola ricorrente battaglia quotidiana, quella per non perdere il lavoro, un’eventualità che a lei, donna nera non più giovanissima, preoccupa anche più delle minacce dei trafficanti d’armi e dei poliziotti alle costole.

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Still dal film “Jackie Brown”

Lo sguardo di Tarantino segue Jackie con l’afflato di chi ama davvero un personaggio e l’attrice che lo interpreta, ne coglie e valorizza, tra primi piani e movimenti di macchina, le tante sfumature degli altrettanti livelli su cui si gioca la sua partita di doppi e tripli giochi, e non dimentica il piano più delicato, quello della partita con se stessa: il contrasto tra la pervicace forza di Jackie nel sopravvivere e ribaltare in proprio favore i pericoli di un mondo ostile, e la solitudine che di quella forza sembra essere l’amaro, beffardo contraltare. L’anima del cinema di Tarantino, allora, si conferma anima paradossalmente “lirica”: il vero senso del gioco da cui tutto parte e a cui tutto circolarmente torna (mai così letteralmente come in questo caso) sono i sentimenti dei personaggi e quelli dell’autore-regista verso di loro, esaltati nella girandola anarcoide e insieme rigorosa di toni, generi, temi, linguaggi. Una tensione lirica che, stavolta più che mai, si mette a nudo, rivelando nel suo repertorio, e attraverso il volto della sua protagonista, anche le sfumature di una struggente malinconia. E, sulle note di questa malinconia, Jackie fa guadagnare al gioco semiserio e raffinatissimo di Tarantino un altro meritato posto nel nostro immaginario.

Emanuele Bucci

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