The Equalizer 2 – Senza Perdono O Dell’Insicurezza Autodistruttiva

The Equalizer 2 – Senza Perdono costituisce, a ben guardare, un ulteriore, efficace, tassello per portare avanti la nostra estemporanea riflessione sulle derive e il futuro del genere action nel cinema contemporaneo, dopo essere partiti, ormai un anno fa, con l’ultimo Fast And Furious e essere arrivati, recentemente, ad uno dei risultati estremi di questa corrente, quel Mission Impossible Fallout di Christopher McQuarrie che è al contempo esempio perfetto di come deve essere girato un blockbuster d’azione al cinema e altrettanto perfetta cartina tornasole per comprendere i limiti del genere.

Se possibile, l’ultima creatura di Fuqua, ci permette non solo di tornare su questi stessi temi ma di ampliare ulteriormente gli estremi del ragionamento.

The Equalizer 2 – Senza Perdono sembra essere dunque una pellicola che, letteralmente, finisce per strutturarsi su un’immotivata paura nei confronti di una possibile inconsistenza della materia del racconto che potrebbe assalirla nel momento in cui si desse troppa importanza alle dinamiche puramente action che di fatto la nutrono, un’insicurezza, un sentimento di inadeguatezza che, come vedremo, finisce per far compiere delle scelte insensate al team creativo, portando il film se non all’autodistruzione quantomeno ad una resa molto più timida, tiepida, rispetto a quanto sarebbe stato necessario.

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Still dal film “The Equalizer 2 – Senza Perdono”

Partiamo col dire che The Equalizer 2 si inserisce in modo proficuo nel solco già tracciato dal suo predecessore. Il vero e proprio franchise creato da Antoine Fuqua è un tributo neanche troppo velato ma al contempo sincero e dotato di un’anima a quell’action anni ’80 e ’90 che ci ha fatto compagnia durante l’infanzia di molti di noi (dopotutto la serie tv di cui il film si pone come remake è proprio un residuo di quella narrativa televisiva muscolare e per certi versi rassicurante di quegli anni). L’elemento più interessante, in questo senso, è che, al di là della natura cauta, insita, forse, nel gesto di Fuqua (che non fa altro che muoversi su lidi conosciuti e amati da chi guarda), l’operazione generale, ideologica e stilistica, che sta alle spalle della saga di The Equalizer, funziona a meraviglia.

Il mix di sicurezza, ironia e calma glaciale attraverso cui Denzel Washington sceglie di caratterizzare il suo agente segreto con un oscuro passato che decide di riequilibrare la bilancia della giustizia per purificarsi dai crimini commessi durante la sua carriera nella C.I.A. (praticamente un clichè che cammina) è straordinariamente efficace e lo stesso attore è letteralmente creta nelle mani della regia e del team di scrittura, tale è la duttilità con cui Washington riesce a portare a termine la mole di scene dinamiche individuali che lo vedono, nella maggior parte dei casi, fronteggiare a mani nude scagnozzi del villain di turno in coreografie che, se da un lato puntano a quella stessa ricerca della spettacolarità tipica del cinema anni ’80 si contraddistinguono per un estremo realismo e per una marcata rispondenza con le reali tecniche per il combattimento ravvicinato in uso nell’esercito americano.

Partendo da tali premesse The Equalizer 2 – Senza Perdono è letteralmente un “more of the same” del primo capitolo in termini narrativi ma, soprattutto, in termini registici. Fuqua, nuovamente, non vuole rischiare, potrebbe pensare qualcuno ma al contempo, con buona probabilità, egli non sta facendo altro che applicare il modello creativo/produttivo tipico dell’action anni ’80 (che appunto vedeva il secondo capitolo di una saga come ad un continuo alzare l’asticella rispetto alle premesse del primo episodio) al suo stesso film.

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Still dal film “The Equalizer 2 – Senza Perdono”

La strategia, prevedibilmente, funziona. Almeno in superficie. L’interpretazione di Denzel Washington connota il protagonista di interessanti sfumature poco sfruttate o addirittura del tutto assenti nel primo capitolo, la formula base delle sequenze action viene in molti casi spinta al limite con classe e abilità giocando, soprattutto sulle aspettative degli spettatori e su quanto da essi appreso, riguardo al modus operandi di McCall, dal film precedente.

Un’interessante discorso in parallelo può essere fatto, poi, sulla regia e sul suo rapporto con il tessuto del film. Fuqua, in effetti, non si accontenta di portare in scena al meglio le sequenze action del film, vera e propria spina dorsale della pellicola ma sembra voler precisare e approfondire ulteriormente un discorso che era già in nuce nel primo capitolo.

Da buon autore, in ossequio alla sua natura di regista che riflette sullo stesso mezzo attraverso cui egli fa arte, per Fuqua The Equalizer 2 diventa in sostanza il terreno su cui portare avanti una riflessione sul ruolo della regia nell’action contemporaneo, una riflessione che si concretizza, nel suo caso, nel rendere il film, attraverso il suo occhio, una summa, un’antologia di alcune delle tappe fondamentali del genere action (potremmo dire “d’autore”): e allora, se è lo stile peculiare di Fuqua a reggere le redini della pellicola, è straordinario notare come questo stesso stile acquisisca duttilità nel momento in cui incamera elementi provenienti dal cinema di Olivier Megaton, di Luc Besson, di Louis Leterrier, di Guy Ritchie a seconda che si debba portare in scena un inseguimento, una sparatoria, un furioso combattimento a mani nude, un dialogo in cui la tensione è palpabile.

The Equalizer 2 è insomma un tributo a certo cinema del passato dotato però di una profonda (e interessante) vena autoriale che ne denota la profondità, ma allora perché non funziona fino in fondo?

Il punto è che, probabilmente, Fuqua non considera abbastanza importante la lettura prettamente stilistica in cui avvolge la sua pellicola, crede, piuttosto, che The Equalizer 2 non abbia una sua propria dignità di action postmoderno tutta basata sulla sinergia tra la sua regia e la resa su schermo di Denzel Washington. Lui e il suo team, con buona probabilità, vengono presi dal panico e pensano di salvare il salvabile cercando allo stesso tempo di dotare il film di quella profondità a cui puntano lavorando sullo script e di non tradirne l’anima di prodotto profondamente “anni ‘80” che lo contraddistingue.

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Still dal film “The Equalizer 2 – Senza Perdono”

Il risultato è dunque un film che, se analizzato sul versante del puro script, diventa un patchwork di input confuso e titubante. Almeno tre subplot vengono aperte nel tentativo di dare profondità ad una caratterizzazione (quella di McCall) che però non ha bisogno di essere approfondita più di quanto già non lo sia attraverso i gesti e i silenzi di McCall stesso, con il risultato che da un lato l’azione viene diluita sensibilmente (il film inizia a entrare nel vivo solo alla sua metà, forse un po’ troppo in là per un film action di questa caratura), dall’altro queste stesse sottotrame vengono chiuse in fretta e furia negli ultimi cinque o dieci minuti di film e rendendo di fatto inutili tutte quelle parentesi in cui McCall non ha fatto altro che parlare con i suoi interlocutori per un tempo che è sembrato infinito al fine di sviscerare completamente le storylines di cui sono protagonisti.

Molto più del trattamento riservato al protagonista, tuttavia, ciò che fa ben comprendere la paura e l’inadeguatezza percepita da Fuqua e dai suoi in rapporto alla presunta superficialità del loro prodotto è il modo in cui viene gestito il villain di questo sequel.

La caratterizzazione di Dave York è letteralmente una mina vagante per il film e si muove su una linea quasi schizofrenica. È uno spettro del passato di McCall, un suo vecchio compagno di squadra che, insieme ai restanti membri del team una volta comandato dal protagonista si è riciclato killer a pagamento. È un personaggio, dunque, potenzialmente profondo e che meriterebbe di essere circostanziato ulteriormente ma la cui caratterizzazione non può andare fino in fondo perché altrimenti tradirebbe lo spirito di quel “testo di partenza” che è poi tutto il crogiuolo dell’action anni ’80, fatto di eroi senza nome, istinti basici, sensazioni elementari, semplicità narrativa e di caratterizzazione. E dunque se la parabola di Dave York parte benissimo, tanto che le sue motivazioni sono addirittura lasciate al leggero velo di un McGuffin, poi finisce per sfracellarsi nel momento in cui si intraprende la strada fruttuosa del suo passato comune con McCall, una parentesi probabilmente costruita su violenza, torti, ritorsioni, promesse di vendetta, insomma un’ottima occasione per approfondire la portata di entrambi i personaggi, peccato che la pista venga presto abbandonata, lasciando fastidiosamente monco il background di York proprio perché poco rispondente agli standard del genere di riferimento.

The Equalizer 2 è l’ennesima prova che dimostra quando Antoine Fuqua sia un regista dotato di un talento straordinario che però sembra perdersi nel momento in cui inizia a segmentare il suo film all’interno del mercato e a lavorare, conseguentemente sulle sue componenti essenziali in rapporto al contesto socio-culturale in cui la pellicola si inserisce. Lo si era compreso con The Magnificent Seven, lo si è confermato con il seguito del suo franchise ad oggi più prestigioso, un film che si pone agli antipodi di Fallout proprio perché non necessariamente ancorato ad uno script che ne approfondisca i tratti essenziali (proprio a causa di questa sua radice anni ’80 che lo caratterizza) appesantito da uno script confuso e che porta la diegesi ad allontanarsi dal centro dell’azione, l’unica cosa veramente importante in un progetto del genere.

Alessio Baronci

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