Daredevil (2003): processo a un “brutto anatroccolo” dei cinecomics

Chissà se nel 2003 qualcuno aveva già previsto come sarebbe andata. Oggi, nel 2018, col pubblico in attesa della terza stagione di Marvel’s Daredevil, la serie Netflix giustamente acclamata come una delle più felici trasposizioni filmiche dei supereroi a fumetti, possiamo divertirci a fare un piccolo viaggio nel tempo. E a riaprire un processo. Torniamo indietro a quindici anni fa, quando nelle sale uscì il Daredevil di Mark Steven Johnson, forse il primo vero “brutto anatroccolo” della primavera dei cinecomics, esplosa con titoli come il primo X-Men (2000) di Singer o il primo Spider-Man (2002) di Raimi. Il lungometraggio sul supereroe cieco di Hell’s Kitchen, invece, si rivelò un mezzo (se non totale) passo falso, tra incassi inferiori alle aspettative e giudizi prevalentemente negativi della critica. Oggi, con in bocca il sapore finora ottimo della serie tv, forse possiamo guardare a quel film con un distacco e una consapevolezza maggiore: senza negarne i molti problemi, ma al tempo stesso riconoscendogli qualche punto a favore che magari all’epoca, nell’amaro della delusione di molti, non erano stati pienamente valorizzati.

La cosa che prima di tutte stupisce di quel film, mettendolo a confronto con la futura serie, è come tra i due prodotti la maggior parte degli ingredienti di partenza siano gli stessi. Anche il Daredevil del 2003, infatti, puntava a narrare l’ascesa del personaggio, dalle origini allo scontro con la nemesi per eccellenza (il boss criminale Wilson Fisk), come un cupo noir-thriller urbano. Anche il film, per questa specifica chiave di lettura del supereroe, si rifaceva alla grande interpretazione narrativa (e grafica) che sulle pagine a fumetti ne diede Frank Miller a partire dagli anni ’80. Anche il film giocava a costruire il protagonista e il mondo intorno a lui mettendo in risalto i numerosi contrasti che lo caratterizzano: al tempo stesso avvocato idealista e vigilante brutale, privo della vista ma eccezionalmente potenziato negli altri sensi, cattolico e giustiziere mascherato da diavolo. Anche il film non faceva nessuno sconto alla tragicità insita nella mitologia del personaggio, portando addirittura sullo schermo, tra le altre cose, quella celeberrima, cruda, straziante vignetta dell’albo a fumetti n. 181 (L’Ultima Mano, testi e disegni di Miller): dove veniva sancita, con forza raramente eguagliata nell’immaginario di carta e inchiostro, la fine di ogni innocenza per il mondo degli eroi dei comics, la loro fallibilità e immersione nelle leggi spietate di generi ben altrimenti crudeli, in questo caso un noir intinto nel sangue del teatro classico greco.

 

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Still dal film “Daredevil”

Tutto questo c’è, nel Daredevil del 2003, e può senz’altro valere, per lo meno, come patente di buone intenzioni. Ma allora cosa non ha funzionato, esattamente? Sarebbe molto facile rispondere che la carta vincente giocata dalla trasposizione Marvel-Netflix, e inevitabilmente assente nel film, è quella della serialità: la possibilità di costruire trame complesse, psicologie credibili e approfondite, contrasti maturi e sfaccettati, atmosfere riconoscibili e suggestive, attraverso i tempi lunghi di una narrazione per capitoli-episodi. Quello che accade ed è sempre accaduto, a ben pensarci, proprio negli stessi fumetti, che hanno costruito gli intrecci e le mitologie dei loro eroi in decenni di albi-episodi al ritmo (come minimo) di uno al mese. Non ci è voluto molto, negli ultimi anni, a capire che il modo migliore per trasporre filmicamente questi personaggi e queste storie, restituendone il respiro e valorizzandone le sfaccettature, è quello di puntare sulla serializzazione: e per una forma di serializzazione, non a caso, hanno optato i Marvel Studios al cinema (con la trama orizzontale che dal 2008 lega i film), i loro concorrenti più o meno in affanno (a cominciare dalla Dc-Warner), e naturalmente la Marvel Television per tutti i recenti prodotti tv.

Il Daredevil di Johnson, invece, figlio di una fase dove ancora la scommessa sulla serializzazione dei cinecomics era relativamente lontana, perde punti anzitutto nel tentativo di comprimere entro le canoniche due ore (ancora meno nel montaggio passato nelle sale) personaggi, trame e poetica costruiti in decine di anni e centinaia di albi dai fumetti:  un materiale la cui trasposizione, come poi si è visto, avrebbe necessitato (almeno) delle 12 puntate-ore della prima stagione della serie, tanto per intrigare i nuovi potenziali adepti quanto per soddisfare i fan del fumetto. Ci vogliono tempo e cura dei dettagli, infatti, per trasmettere ad appassionati e novizi l’idea che Matt Murdock non sia uno dei tanti giustizieri della notte a buon mercato che popolano il cinema d’azione americano. O per restituire la sinistra grandezza (in tutti i sensi) di un antagonista come Wilson Fisk, elevandone la caratterizzazione  a qualcosa d’altro e di più di uno spietato boss più forzuto della media. E via così.

Tuttavia, non basta e non sarebbe nemmeno giusto additare la mancanza di un respiro seriale come unica colpevole nel mezzo flop del 2003. Già, perché allora dovrebbero dirsi esperimenti falliti anche tutti gli adattamenti di quegli anni, quelli di Raimi, di Singer o di Nolan, che invece, ancora ben al di qua di una serializzazione oltre la collaudata struttura della trilogia, riuscirono a convincere buona parte della critica e del pubblico. Film che, anche rivisti oggi, mantengono una vitalità e un interesse che latita persino in tanti cinecomics “serializzati” odierni. Cosa manca allora a quel Daredevil rispetto a molti colleghi supereroi dei primi Duemila?

Manca, ci sembra, un approccio sufficientemente incisivo e armonizzante del regista alla materia. Il vero punto di forza dei più riusciti cinecomics di quella fase, infatti, non è tanto e solo l’aumento del budget e dei mezzi tecnologici a disposizione, o una maggiore fedeltà che in passato allo spirito dei fumetti: a fare davvero la differenza è l’apporto, a dirigere il tutto, di personalità artistiche tra le più valide a disposizione della Hollywood di allora (e di oggi), registi che hanno fatto incontrare la propria poetica con quella dei personaggi a fumetti, realizzando progetti che funzionassero prima di tutto dal punto di vista specificamente cinematografico. Così Singer si approccia agli X-Men con un profondo interesse per le dinamiche legate alla discriminazione delle minoranze, Raimi sposa i suoi umori (auto)ironici e causticamente orrorifici col più classico degli Spider-Man, Nolan prosegue col suo Batman l’indagine delle ossessioni umane attraverso il noir e (dal secondo capitolo) la scomposizione serrata del racconto attraverso il montaggio.

Johnson, invece, se pure magari vorrebbe, non riesce ad elevare poeticamente la materia che ha in mano al di sopra di un convenzionale prodotto di genere. Il suo approccio stilistico rimbalza tra prestiti da Il Corvo (troppi e fin troppo evidenti, dalla rappresentazione della metropoli notturna e infernale alle atmosfere gotiche, fino alla riproposizione dello scontro nella chiesa) e dai Batman pre-Nolan (con tanto di “prova costume” di schumacheriana memoria), “calchi” dalle vignette più celebri (come quello già citato) e una colonna sonora sovraccarica che, nel complesso, trasmette più il sapore di un action chiassoso che di un noir sui generis. A latitare nell’insieme, perciò, non è solo un respiro narrativo adeguato alla materia di partenza, ma anche e soprattutto un approccio stilistico sufficientemente maturo, riconoscibile e adeguato alla poetica del personaggio.

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Still dal film “Daredevil”

E tuttavia, una volta identificati i colpevoli, avremmo voglia (come premesso) di essere indulgenti, o per lo meno di non infierire. E si potrebbe allora recuperare questo film gustandolo appunto come un onesto prodotto di intrattenimento e apprezzandone gli aspetti positivi: tra questi, alcune singole sequenze che rielaborano efficacemente singoli brani del fumetto, come la morte “fuori campo” del padre di Matt o il divertente duello-corteggiamento con Elektra. Aggiungiamo poi un cast di interpreti che, ad eccezione di un Ben Affleck poco entusiasmante, non soltanto rende un ottimo servizio agli originali di carta, ma non sfigura (tenuto conto del minor tempo a disposizione) nemmeno accanto alla futura compagine di attori della serie: Jennifer Garner è anche più memorabile di Elodie Young nel ruolo di Elektra, restituendo (oltre i cliché dello script e della regia) un’antieroina di disperata forza che ruba già la scena al protagonista e che sarà premiata con il successivo spin-off del 2005. Ma sollevano il film anche le prove degli antagonisti: un Colin Farrell/Bullseye efficacemente sopra le righe, e soprattutto un Michael Clarke Duncan che dimostra eccezionale (e fatalmente sottovalutata dallo star-system) versatilità nella parte di un Fisk in perfetto equilibrio tra luciferina, ghignante eleganza ed esplosioni-implosioni di brutalità. Ma una nota di merito se la aggiudicano anche certi comprimari (il Ben Urich di Joe Pantoliano e il Foggy Nelson di Jon Favreau), fotografie talmente riuscite dei personaggi originali che la serie punterà su una ridefinizione dei rispettivi look, forse anche per non rischiare di perdere nel confronto.

E spezziamo una lancia anche a favore di alcune scelte di soundtrack, in una colonna sonora che, se nel complesso (come detto) finisce col sottolineare i limiti espressivi del regista, non manca comunque di regalarci qualche abbinamento azzeccato e addirittura emozionante tra musiche e sequenze: si pensi agli Evanescence, che lanciarono proprio con questo film due brani cult del loro album Fallen, ovvero My Immortal (che accompagna la sequenza del funerale) e Bring me to life (durante l’addestramento di Elektra). Insomma, possiamo essere giusti ma al contempo clementi con questo film, e magari rivederlo senza eccessive pretese, consapevoli dei suoi limiti ma riconoscendogli comunque il valore del tentativo e i diversi aspetti e momenti godibili. E ci invoglia tanto più ad essere clementi il fatto che, mai come nel caso del “diavolo custode”, il tempo sembra davvero aver reso giustizia a chi credeva nel grande potenziale di questo personaggio e del suo mondo.

Emanuele Bucci

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