Beasts Of No Nation – Il Cinema E Lo Sguardo Sull’Infanzia Di Cary Fukunaga

Come è già capitato, come probabilmente continuerà a capitare in futuro, le polemiche legate alla distribuzione e al processo produttivo di un film, ma anche, più semplicemente, la sua sovrastruttura, impediscono, allo spettatore medio, di coglierne la profondità, i caratteri essenziali, il modo in cui entra in contatto con la poetica autoriale del regista. Il progetto in questione è Beasts Of No Nation, presentato in Italia alla Festa Del Cinema di Roma 2015 e primissimo film ad essere stato prodotto e distribuito da Netflix in streaming sulla piattaforma e in poche sale selezionate in America.

Fu la pellicola che, di fatto, fece toccare con mano al pubblico, allo spettatore, un modo rivoluzionario di intendere la produzione e la distribuzione cinematografica e fu, di fatto, il ritorno al lungometraggio di Cary Joji Fukunaga dopo Jane Eyre del 2011 e, soprattutto, dopo quella prima stagione di True Detective che lo consacrò come una delle nuove voci nel panorama autoriale americano.

Tra la questione Netflix e il desiderio di glorificare gratuitamente Fukunaga, Beasts Of No Nation è stato dunque sommerso, più o meno letteralmente, di vero e proprio “rumore bianco”, di interferenze, caos, giudizi non ragionati, che gli hanno impedito di entrare in contatto in maniera proficua con il pubblico. Questo breve pezzo serve dunque per ristabilire l’equilibrio in un certo senso, per entrare davvero nel tessuto del film di Fukunaga, così da comprendere una volta per tutte la portata della pellicola ed il modo in cui l’opera finisce per situarsi all’interno della poetica del suo autore.

Posto al punto d’incontro tra il racconto di formazione e il film bellico, il sistema di Beasts Of No Nation si gioca tutto su Agu che a neanche quattordici anni perde il padre, il fratello maggiore e gran parte della famiglia, spazzata via dalla guerra civile che scoppia nel piccolo paese africano in cui vive e che si vede costretto a diventare adulto praticamente contro la propria volontà, ricostruendo una parvenza di rapporto con quella figura paterna appena perduta attraverso la vicinanza con il carismatico Comandante, leader della frangia di guerriglieri ribelli che lo addestrerà alla battaglia, lo farà diventare un bambino soldato e lo plagerà forse irrimediabilmente.

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Still dal film “Beasts Of No Nation”

Beasts Of No Nation finisce per lasciarti qualcosa a fine visione solo se sai esattamente dove guardare.

Chi cerca nel film di Fukunaga un progetto di denuncia destinato a tutto quel Primo Mondo che finisce per guardare dall’altra parte nel momento in cui si affronta la questione africana (qui oggettivata nel macro-problema dei bambini soldato), troverà in Beasts Of No Nation un progetto che finisce per non prendere una posizione effettivamente originale sull’argomento e che, anzi, nulla aggiunge né toglie a quanto già detto in merito al dibattito in oggetto. Stesso destino incontrerà chi cerca nel progetto di Fukunaga un modo innovativo il tema dell’infanzia violata o dell’attività plagiatoria messa in atto dall’adulto nei confronti del bambino, esattamente come accade nelle interazioni tra il Comandante e Agu.

Il discorso di Fukunaga è, piuttosto, tutto spostato sulla pura forma cinematografica, qui quasi spinta ai suoi limiti per tematizzare quello che per il regista è il vero nucleo del film, rappresentato dalla volontà di comprendere i moti profondi dell’animo di un ragazzino posto di fronte alla tragedia della guerra e alla manipolazione psicologica.

Non solo il punto di vista dello spettatore è quello di Agu ma tutta la focalizzazione, tutto ciò che viene mostrato allo spettatore dalla diegesi, è spostata su di lui e dunque ciò che il pubblico esperisce non è la realtà ma è la realtà filtrata, inconsciamente, dal suo sguardo. Il tessuto del film è volutamente labile. Mancano delle coordinate spaziali che ci aiutino ad orientarci nel mondo della storia, e le informazioni che il film ci fornisce per ricostruire il background politico che preclude alla guerra civile sono minime, esattamente come accadrebbe se l’intera dimensione narrativa fosse una diretta rappresentazione di ciò che percepisce un bambino letteralmente buttato in questo mondo fatto di violenza e soprusi, in cui tutto si riduce ad un incomprensibile caos di difficile elaborazione.

Ancora più interessante è il modo in cui la forma entra in contatto con la pura narrazione e si muova nel solco di quella figurazione totalmente soggettiva di Agu che qui stiamo provando ad esplicitare.

Beasts Of No Nation è un film fatto di pieni ma anche di tanti vuoti. Le ellissi si susseguono senza soluzione di continuità. Lo storytelling si concentra su Agu e sulle sue reazioni al contatto con il campo di battaglia, spesso la diegesi sceglie di tralasciare, volutamente, di raccontare il modo attraverso cui si è giunti a quel teatro di guerra, quali sono, nello specifico le mosse successive alla vittoria, altrettanto di frequente, tutta la battaglia si concentra su una singola sequenza, tutta osservata, ovviamente, dal punto di vista del protagonista, decidendo dunque di soprassedere su gran parte delle storie secondarie che possono intrecciarsi sul campo.

Questa labilità, questa leggerezza di fondo, questo vuoto, ha dunque bisogno di un “pieno”, di un sostegno che la regga e che, soprattutto, ne potenzi l’impatto sullo spettatore. Fukunaga, in questo senso, chiama in aiuto da un lato la pura tecnica, dall’altro quell’archivio in costante aggiornamento che è la tradizione cinematografica. Quasi come se fossero partorite dalla fantasia, dall’inconscio di un ragazzino che finora ha visto la guerra solo in tv, le sequenze di guerra sono, in questo senso, dunque, le più artefatte del film. Da un lato carrelli, piani sequenza, vere e proprie parentesi lisergiche, rendono le sequenze di guerra forse le più sperimentali e ardite della pellicola; dall’altro Fukunaga, lo si diceva, si affida al passato, alla tradizione e dunque non ha paura di lasciar sostenere il suo film da riferimenti più o meno velati al cinema di guerra del passato più o meno recente, da Apocalypse Now a Va E Vedi. È il cinema che, facendo capolino all’interno del sistema, aiuta il piccolo Agu (e noi con lui), attraverso la pura tecnica e il ricorso all’immagine, di fatto a processare un reale che sembra troppo da sopportare preso così com’è.

Dopo Sin Nombre e Jane Eyre Beasts Of No Nation è il terzo passo nella definizione di uno stile filmico di Fukunaga, che di fatto convince ancora una volta come autore che meglio altri ha saputo analizzare la dimensione dell’essere umano in crescita, in formazione, attraverso la cornice filmica.

Alessio Baronci

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