“Annihilation” – La Concretezza E Lo Squilibrio

Annihilation, uno dei film più controversi della prima parte del 2018 è anche, forse, uno dei più incompresi dal suo pubblico e allora, forse, l’intento che queste poche righe si prefiggono, prima ancora di dare un giudizio alla pellicola, è quello di fare ordine nella mole di informazioni su cui il film si regge e che comunica allo spettatore per arrivare fino al valore oggettivo del prodotto e per offrire, così, a chi guarda e a chi, in questo caso, legge, una panoramica chiara di ciò con cui si sta confrontando.

Si parte, in realtà, da un punto fermo e cioè dal riconoscere quanto la trilogia letteraria di Jeff Vandermeer (di cui Annhilation è il primo capitolo) custodisca la sua bellezza e il suo fascino intrinseco proprio nell’essere un prodotto semplicemente troppo concettuale per essere portato su schermo senza traumi, senza azioni che ne neghino la natura intrinseca o che finiscano per fraintendere l’anima profonda del suo progetto. La Trilogia Dell’Area X si situa al punto d’incontro tra un’atmosfera volutamente eterea, richiami alle filosofie new-age e profondissime radici nelle nuove tendenze Weird della fantascienza contemporanea, quell’approccio che punta a porre chi legge a contatto con un’atmosfera inquietante e, prima di ogni altra cosa, con una realtà in cui il seme del perturbante ha ormai preso il pieno possesso di ciò che l’uomo vede, di ciò con cui l’uomo interagisce, una realtà, un contesto, in cui non solo nulla è ciò che sembra ma tutto ciò che si vede appare sfalsato, deviato, rispetto all’idea che di quel qualcosa possiede l’osservatore.

Partendo da questo asserto che è impossibile sfuggire, Garland sceglie di lavorare su tutto ciò che il libro (per scelta) non può avere, tentando di mantenere, al contempo, il contatto con quell’atmosfera rarefatta di mistero, ansia, devianza che è poi il nucleo della fonte originaria. Le componenti del team di ricerca, nel libro volutamente ridotte ad una sorta di nome in codice, acquistano dunque concretezza, ora hanno un passato, ora hanno delle interazioni pregresse che si ripercuoteranno sui loro comportamenti all’interno dell’Area X, insomma, in una parola, ora i personaggi hanno una caratterizzazione concreta ed efficace a sostenerli. Lo stesso discorso può essere fatto per la cornice narrativa e per il puro storytelling che caratterizza la pellicola. Se nel romanzo entrambi gli elementi sono appena accennati qui il continuo focus sul contesto, sul dettaglio, sulla costruzione dell’intreccio plasma la materia arrivando letteralmente a spostare le atmosfere del film da quelli della fantascienza psicologica a quelli del thriller a tinte horror.

Annihilation 1
Still dal film “Annihilation”

Annihilation è dunque un solidissimo fanta-thriller che utilizza benissimo le peculiarità del medium in cui si inscrive in termini di adattamento e che, soprattutto, riesce a mantenere una solidissima presa con quell’atmosfera claustrofobica, distorta, ansiogena che è poi il portato più interessante del libro e che costituisce la radice di tutti i momenti più ispirati della pellicola senza tralasciare, in rapporto a ciò, la cura del visivo posta in campo da Garland durante il puro processo di world building. La ricerca continua di una concretezza che possa sostenere la pellicola, tra l’altro, porta il tessuto tematico del film ad amplificarsi e a precisarsi in maniera estremamente interessante.

Annihilation, spogliato di tutti gli elementi horror e sci-fi che lo caratterizzano è, di fatto, la sintesi di quarant’anni di studi sulla figura femminile al cinema, una pellicola che, in ogni sua piega, approfondisce, anche solo brevemente, un aspetto diverso della donna una volta che essa viene processata dal medium cinematografico: si passa da una riflessione sulla sua pura immagine e sulle trasformazioni a cui essa è soggetta, alle possibilità di scelta ed autodeterminazione, dal paradigma voyeuristico alle sfaccettature del corpo femminile.

Annihilation sembrerebbe dunque essere il degno adattamento di un romanzo ispiratissimo, il problema è che, a volte, la regia per perdere il controllo e, soprattutto in quei momenti in cui la rispondenza agli avvenimenti e alle temperie del romanzo deve essere obbligatoria le sequenze più visionarie della pellicola sono goffe, poco ispirate e non fanno altro che appesantire la pellicola, facendo percepire a chi guarda lo strappo, evidentissimo, tra la sicurezza della concretezza che regna durante tutto il film e il dubbio che regna durante questi momenti più inafferrabili.

Questo fastidioso scollamento non arreca eccessivi danni, tuttavia, ad un film tutto sommato riuscito proveniente da una delle firme più in auge del cinema di genere contemporaneo.

 

Alessio Baronci

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