The Wolf of Wall Street: E Scorsese tornò all’Inferno

Il broker newyorchese Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) ha una villa, un jet privato, sei macchine, tre cavalli, due case da vacanza, uno yacht di cinquantadue metri e una vita dove l’eccesso è la norma: tra prostitute, alcol, gioco d’azzardo e droghe di ogni genere, assunte quotidianamente a diverse ore del giorno, come un rito irrinunciabile. Ma lo stupefacente che in assoluto Belfort predilige è il denaro, quel denaro che è sempre stato il suo unico obiettivo e valore, quel denaro che più guadagna e più ha bisogno di guadagnare, utilizzando le sue notevoli doti di persuasore per convincere persone sconosciute a comprare azioni, nel vortice imperscrutabile della speculazione finanziaria. Perché tutto, Jordan Belfort sembra esserne convinto, può essere venduto e comprato, specialmente nella «terra delle opportunità» nota come Stati Uniti d’America: a partire da una semplice e anonima penna per scrivere (il suo esempio preferito, quando vuole mostrare a qualcuno come si fa), fino agli esseri umani: soprattutto agli esseri umani.

The Wolf of Wall Street (2013), tratto dall’autobiografia omonima del vero Jordan Belfort, non è solo uno dei tanti film che raccontano, dal punto di vista della Hollywood contemporanea, l’anarchia del potere degli squali rampanti che nuotano intorno al più grande ed emblematico centro della finanza globale. Ciò che lo rende qualcosa di diverso e di molto più sconvolgente, è l’approccio del regista e co-produttore Martin Scorsese alla materia. Dopo la parentesi fiabesco-cinefila di Hugo Cabret (2011), infatti, il grande cineasta newyorchese trova nella parabola del “lupo” di Wall Street il traghetto ottimale per compiere un’altra, e una delle più radicali, discese agli Inferi tra le molte che ci ha offerto la sua filmografia. E, come nelle prove migliori del regista, la soluzione adottata per restituire ai “comuni mortali” l’affresco di un ambiente infernale (e dei demoni che lo popolano) è quella di immergervisi senza compromessi: sporcandosi e sporcandoci fino in fondo, aderendo alla materia in modo che questa ci piova addosso e ci avvolga tanto più acida e soffocante.

In questo particolare caso, Scorsese si cala nel contesto che racconta e ne restituisce spirito e umori attraverso un’irregolarità barocca sul piano stilistico e una mescolanza altrettanto spregiudicata di generi e toni sul piano narrativo. Come il suo protagonista ignora e sbeffeggia deliberatamente ogni limite (anche fisico) e codice morale, così il regista nel mostrarcelo infrange ogni equilibrio e ogni confine visivo e tematico: ci fa rimbalzare tra accelerazioni convulse e pause al ralenti, piani rigorosamente composti e deformazioni espressionistiche della visuale, sequenze da commedia e sfumature noir, momenti di farsa e di tragedia, o ancora più frequentemente urticanti ibridi tra le due. Altrettanto incurante di ogni limite di sicurezza è la straordinaria performance di Di Caprio, che impegna ogni fibra del suo corpo (letteralmente) a restituire l’oscillazione continua del protagonista tra auto-degradazione animale (dalle scimmiesche danze di guerra agli strisciamenti da pupazzo-insetto in overdose) e slanci opposti di negativa sublimità, di titanismo carismatico da Lucifero moderno.

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Still dal film “The Wolf Of Wall Street”

Domina dall’inizio alla fine un’ironia acre e straniante (complice anche la voce over di Belfort, che si racconta e racconta la realtà intorno a lui come già per altri protagonisti di Scorsese): non per alleggerire il viaggio della sua programmatica sgradevolezza ma, al contrario, per vanificare ancora di più ogni nostro possibile conato di partecipazione per i personaggi e per il mondo grottesco che depredano e consumano ossessivamente. Malgrado quel mondo, paradossalmente, sia anche il nostro. Se infatti, come insiste a più riprese Belfort e non solo lui, il microcosmo di Wall Street è “a parte”, non vuole seguire e soprattutto può permettersi di non seguire i criteri del mondo “normale”, è anche vero che quel mondo cosiddetto normale si mantiene ben legato alla bolla-cancro (economica e morale) degli speculatori senza scrupoli: anzi, ne dipende e ne è attratto come un’anima dalla parte più oscuramente famelica di sé.

Non a caso, la radicalità di questo affresco sta anche (e forse soprattutto) nel mostrarci l’Inferno del mondo “altro” della grande finanza e del suo (es)temporaneo Cristo alla rovescia (e di paradossalmente, parodicamente “cristologico” la parabola di Belfort ha moltissimo), senza però far emergere mai alcun contraltare positivo: dall’altra parte, infatti, non sembra esserci alcun mondo sano, pulito e ordinato, né in altre classi sociali (tutti, in fondo, sognano di arricchirsi), né nelle istituzioni (troppo marginale, e in fondo mero “ruolo” interno allo stesso sistema che permette ai Belfort di prosperare, l’agente FBI Denham/Kyle Chandler), né nelle passate generazioni (poco più che un altro valletto compiaciuto e compiacente il collerico papà Belfort interpretato da Rob Reiner), né tanto meno nell’altra metà del cielo (la sexy moglie di Belfort, Naomi aka Margot Robbie, è a modo suo un altro campionario di egoismi e avidità). Jordan Belfort, e gli apostoli rampanti e ingordi ispirati e istruiti da lui, sono allora lo specchio deformante di un’intera comunità, la nostra, malata di cupidigia e (tossico)dipendente dal possesso.

Ed è proprio in questa radicalità bruciante che il poema infernale si conferma all’altezza dei massimi capolavori di Scorsese, nonché la perfetta attualizzazione delle grandi questioni che da sempre attraversano il suo cinema, dal confronto-scontro del singolo con l’ambiente esterno, al mistero del Male che pervade l’individuo e la società. In questo The Wolf of Wall Street, forse più che in tutte le altre prove offerteci dal regista nell’ultima decade, l’Inferno è al tempo stesso inquietantemente estraneo e simile a (una parte di) noi, allucinato e realistico, metafisico e storicamente determinato nei più crudi dettagli. È un campionario di contrasti incendiari che colpisce e fa male agli occhi, alla testa, allo stomaco: un viaggio all’Inferno che deve essere percorso e ripercorso, ogni volta fino in fondo.

Emanuele Bucci

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