The Descent – Discesa nelle tenebre : Recensione

Siamo ai primi del 2000 e l’horror sta attraversando una fase che potremo definire di transizione. Tra la crisi di idee e la caduta dei miti, il genere è rimasto quasi “orfano” dei suoi esponenti più innovativi (soprattutto se poniamo lo sguardo su specifiche produzioni ) e in tutto ciò assistiamo a operazioni il più delle volte sterili, svogliate o semplicemente poco centrate. Negli Usa, ad esempio, il comune denominatore sembra essere la riproposizione di icone e mode anni ’80 attraverso parodie e remake che solo nelle intenzioni riescono a dare qualcosina di più (come dimostrano i casi di Non aprite quella porta o Friday 13, ma anche l’appropriazione di pellicole orientali come la trilogia Ringu). Per fortuna, c’è all’orizzonte la presenza di nuove leve, nuove voci, qualcuna più indipendente e sperimentale (James Gunn e la Troma productions, o al Rob Zombie de La casa dei mille corpi) e qualcun’altra che è riuscita a farsi largo dando il via a popolarissimi franchise (su tutti James Wan con Saw e Insidious), autori che sembrano finalmente incrinare questo fastidioso blocco di idee o che, ripartendo dall’horror, si sono confrontati con altri generi, riuscendo a costruire una loro personalissima poetica (pensiamo al caso Del Toro).

Tra questi nomi, realtà e identità culturali diversificate del cosiddetto”anno zero”, c’è anche un certo Neil Marshall.

Chi è Neil Marshall? Vi basta sapere che fa parte di una promettente ondata “indie” del cinema inglese nata proprio sul finire degli anni ’90 e che vanta esponenti del calibro di Christopher Smith, Michael J Bassett e Edgar Wright. Il nostro uomo è un tipo che non nega determinate influenze (Carpenter, il primo Argento e Miller, ma in generale il cinema anni ’80) filtrate con un occhio più smaliziato ma non meno efficace di altri; uno che si diverte a recuperare gli stilemi “classici” alternando svariati registi (lo humor nero, l’action e il gore) e adoperando un linguaggio dinamico e asciutto, a cui non manca l’audacia nel saper rivitalizzare la materia di riferimento, con effetti e scelte visive icastiche e precise. Non a caso, i titoli fin qui realizzati sono difficili da catalogare in schemi fissi (pensiamo solo alle atmosfere apocalittiche di Doomsday o all’epica desaturata di Centurion). Ha persino saputo mantenere una certa qual firma solida e riconoscibile quando ha avuto l’occasione di lavorare con il serial tv odierno in celebri episodi di Hannibal, Black sails e soprattutto Game of Thrones.

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Still dal film “The Descent”

Dopo essersi fatto notare con l’apprezzabile Dog Soldier, in cui abbracciava in pieno il survival movie, l’horror gotico, il gore più estremo e una ironia fortemente sardonica, con The Descent (di cui è anche sceneggiatore) ha voluto fare il salto di qualità e lanciarsi definitivamente nel mercato audiovisivo. Dopo un’ottima accoglienza ricevuta al Festival di Venezia, dove fu presentato fuori concorso, divenne chiaro a tutti che Marshall era uno da tenere d’occhio. Pur trattandosi di un prodotto dal taglio più classico, The Descent è pregno dello stile del regista: nel montaggio accelerato e convulso, nella scene di violente e  crudissime, nel linguaggio evocativo, nelle atmosfere pesanti e claustrofobiche, nel citazionismo (mai invadente) o nella semplice gestione del set (con basso budget).

La storia vede sei amiche appassionate di speleologia (e in generale di sport estremi) trascorrere un esaltante weekend in una grotta sotterranea tra le montagne. L’occasione sembra ideale per ritrovarsi e rinsaldare il rapporto di un tempo. Juno (una delle “veterane”del gruppo) ha infatti organizzato la spedizione soprattutto per aiutare Sarah a riprendersi dalla tragedia che l’ha colpita un anno prima (un incidente d’auto in cui ha perso marito e figlia di dieci anni) facendola uscire dallo stato di isolamento in cui si è rinchiusa da allora. Una frana accidentale però le intrappola sotto terra. Non potendo contare su un aiuto dall’esterno, l’unico modo di salvarsi è superare diverse insidie e trovare una via d’uscita alternativa tra gli infiniti cunicoli della grotta. Le ragazze però non immaginano che in quell’oscurità vive una colonia di mostruose creature cannibali perfettamente adattate all’ambiente e pronte alla caccia.

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Still dal film “The Descent”

Partendo da premesse non molto dissimili dal precedente Dog Soldier (in cui un gruppo di militari si trovava assediato da un branco di giganteschi licantropi) Marshall si affida anche questa volta ad una solidità tecnica e ad una fluidità narrativa granitiche senza perdersi in inutili cadute di tono o vicoli ciechi di scrittura. In questo senso la messa in scena appare persino più sofisticata e angosciante del predecessore sia nei momenti più claustrofobici e survival che in quelli più legati alla psiche e alle dinamiche dei personaggi.

Questo equilibrio tra forma e contenuto permette di caratterizzare il buio non solo come un elemento di terrore da utilizzare ad hoc, ma come il contesto drammaturgico ideale per far agire le protagoniste e seguirle nella loro discesa verso gli inferi prima fisica e poi psicologica. Un impianto strutturale in grado di costruire una riflessione quantomai pessimistica sui sentimenti oscuri che si agitano nell’essere umano. Più precisamente il regista rende l’oscurità metafora sublime di un ritorno allo stato primordiale: è lo “spazio” inaccessibile per antonomasia alla vista umana, in cui ci si può solo perdere o procedere con limitati sostegni (vedasi l’utilizzo di luci naturali, torce, batteria al neon e una telecamera a infrarossi per muoversi) ma in cui si deve imparare a sopravvivere. Proprio questo stato di appannamento visivo e razionale spinge le donne ad agire seguendo i loro più bassi istinti, lasciando che l’egoismo, la paranoia e la violenza trionfino mentre l’unione di gruppo si scioglie svelando verità nascoste e inaccettabili tradimenti. La questione di base non è se basta replicare sterilmente una formula già vista, puntare sull’effetto truculento o su un paio jump scare, no (e Marshall lo sa bene) ma colpire lo spettatore facendone deflagrare le aspettative, minacciare la sua comfort zone e toccarlo attraverso situazioni sempre più scomode.

In particolare è nell’arco evolutivo di Sarah che Marshall porta a compimento la sintesi di tutto il suo discorso, raccontando una drammatica elaborazione del lutto e regalandoci una delle eroine horror più complesse e credibili che si siano mai viste nel genere. È una madre che ha perso tutto, tormentata dal trauma e che vuole solo riavere sua figlia. In una scena strabiliante e da incubo sarà costretta ad affrontare la parte più mostruosa e inconscia di sé: in una pozza di sangue lotta e ha la meglio su una creatura che in fondo è una sorta di suo doppelgänger materno e vendicativo. Da questo momento Sarah rinasce a nuova vita ed è finalmente libera dalle proprie paure e da ogni spiraglio di razionalità. Diviene essa stessa una creatura ancestrale e si perde dentro il buio che la circonda e che è dolorosamente celato anche nella sua anima, cosa che sottolinea ancor di più lo sguardo nichilista di Marshall.

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Stll dal film “The Descent”

The Descent, in sostanza, non teme di prendere di petto le nostre paure più ancestrali e anzi organizza le scene più angoscianti attorno alla claustrofobia dell’ambiente (ricostruito sul set presso i Pinewood Studios), al buio e alla difficoltà di muoversi (come detto sopra), al senso di attesa e di minaccia dell’incipit e solo in un secondo momento alle creature e alla loro resa scenica (gestita in modo non dissimile dallo Xenomorfo del primo Alien) quasi a voler suggerire un’impostazione il più possibile realistica e concreta, mostrando i muscoli come l’horror moderno sembrava non riuscire più a fare. Alternando sapientemente il dinamismo e la fisicità (le fughe nei cunicoli, gli attacchi di panico, l’aggressione delle creature, il gioco al massacro) alla staticità di alcune pause, essenziali per approfondire le psicologie dei personaggi, Marshall è riuscito dunque a garantire la solidità e la maestria del suo tocco senza perdere di vista l’attenzione dello spettatore e il lato più umano della storia. Il risultato finale è un prodotto efficace, chiaro negli intenti, spietato nella trama e inquietante nell’atmosfera. Un film di genere dal sapore vecchio stile eppure freschissimo che dimostra quanto l’horror può (e deve) ancora dire la sua se hai personalità, fegato e una visione chiara (adeguata ai tempi e consapevole nell’idea di base), quella di chi il cinema lo conosce per davvero.

Questo The Descent è un consiglio vivissimo e spassionato. Vi spaventerà e vi farà riscoprire un regista un po’ sottovalutato ma di cui presto risentiremo parlare, dal momento che proprio lui sta lavorando all’attesissimo reboot del fumetto Hellboy, che speriamo che possa diventare il suo rilancio artistico definitivo.

Buona visione!

Laura Sciarretta

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