Shotgun Stories E La Nascita Della Nuova Autorialità Americana

Quando il patriarca di una famiglia muore, a volte, le conseguenze possono essere incalcolabili, nel caso portato in scena da Shotgun Stories, la morte del padre fa scattare una faida tra i tre figli avuti con la prima moglie e i quattro avuti dalla seconda. Due nuclei famigliari che a ben guardare sono più simili a tribù rivali provenienti da un passato mitico e selvaggio tanto netti sono i caratteri che li definiscono, tanto differenti sono i valori che li muovono. I primi tre figli sono stati abbandonati a loro stessi dal padre come se non fossero mai esistiti, dopo un’infanzia passata a subire la violenza e gli eccessi del capofamiglia; gli altri quattro sono invece figli nati e cresciuti dall’uomo dopo una sorta di personale crisi mistica, che lo ha riportato a tornare sulla retta via, ad avvicinarsi alla chiesa e al vangelo e a bollare il passato come un gigantesco errore, sono uomini, in sostanza, che considerano il loro padre un uomo puro, affettuoso, colui che ha dato loro tutto ciò che possiedono. Queste due realtà, entrambe, a loro modo, assurdamente corrette e spietate, finiranno per cozzare durante il funerale del patriarca, quando i figli di primo letto usciranno allo scoperto e porteranno alla luce quella che per loro è la vera natura del padre.

Il profondo fascino dell’esordio di Jeff Nichols è paradossalmente ben lontano dalle radici western su cui si organizza e dalla supposta violenza che dovrebbe esplodere a ogni inquadratura come si confà ad una pellicola che tratti di una faida famigliare.

Nichols, inaspettatamente, insegue la strada concettuale e trasforma Shotgun Stories in uno studio per ambiente. Il vero protagonista del film è in effetti quel Profondo Sud Americano che fa da teatro alla vicenda, sono le sue atmosfere, i suoi rumori, i suoi odori, i suoi valori antropologici, i sentimenti e le idee che stimola nella psiche di coloro che ci entrano in contatto. La violenza insensata, la crudeltà, la crudezza, la cattiveria, lo spirito di sopravvivenza, vengono solo in un secondo momento.

Shotgun 1
Still dal film “Shotgun Stories”

Nichols sembra essere molto più interessato ad analizzare, a sezionare, lo spazio in cui la storia di Shotgun Stories ha luogo. Lo fa organizzando un film prevalentemente in esterni e riprendendo questi esterni quasi sempre in campi lunghi e lunghissimi, di praterie, di strade, di corsi principali di città. La gran parte delle inquadrature sono dedicate a spazi immensi e vuoti, su cui si stagliano i personaggi (anche loro, a loro modo, isolati e distanti anche nelle scene di gruppo), una scelta visiva che sembra voler portare lo spazio a schiudere di fronte allo spettatore quei tratti essenziali che, almeno secondo la lettura di Nichols, sembrano essere le fondamenta che governano la vita quotidiana di chi quello stesso spazio lo vive: degrado, solitudine, generale indifferenza, povertà, mancanza di prospettive per il futuro.

In questo senso, Jeff Nichols, anche solo istintivamente, sembra muoversi nel solco di Zolà e della tragedia greca.

Da un lato porta avanti una lettura che vede nell’ambiente il primo motore per la formazione culturale e antropologica dell’uomo e dei suoi rapporti con la società esattamente come fa Zolà con il suo ciclo dei Rougon-Marquard, dall’altro sviluppa sulla scena proprio dei personaggi che sono un parto di quello stesso ambiente.

Lo spettatore dunque si confronterà con entità mosse da un certo manicheismo, caratterizzate da un senso dell’onore e della famiglia molto sviluppato, da una marcata istintività e da una straordinaria facilità a ricorrere alla violenza, tutti tratti che sembrano essere il prodotto dell’ambiente in cui sono cresciuti, a ben guardare gli unici caratteri utili a sopravvivere in un contesto selvaggio come il profondo sud americano ritratto dalla pellicola.

E allora ecco che il sistema del film comincia a organizzarsi attorno alle strutture della tragedia classica proprio perché ci troviamo di fronte all’insieme di elementi creativi più consono a rendere sulla scena la lettura di Nichols. I personaggi sembrano organizzarsi attorno a due tribù rivali, su di loro si riverberano i peccati del padre (un po’ come accade con la saga di Edipo), al centro della vicenda c’è una sorta di peccato iubris che rimbalza di gruppo tribale in gruppo tribale e tutta la storyline è avvolta da un’atmosfera eterea, quasi indefinita. Elemento da non tralasciare in questo senso, tra l’altro, è il modo in cui viene gestita la violenza nel film: l’esplosione rabbiosa e tragica è quasi sempre suggerita, lasciata fuori scena, tra l’altro colta in apocope da un passaggio a nero, da un lato quasi a voler rimarcare il debito inconscio che il film ha nei confronti della tragedia classica e del suo rifiuto del sangue, della contaminazione sulla scena, dall’altro ponendo in luce quanto il centro del film, nuovamente, non sia nell’atto violento in sé ma nell’ambiente in cui quell’atto a luogo. Curioso notare proprio in rapporto a ciò, quanto tutta la vicenda, meglio, tutto il suo nucleo, finisce per ripiegarsi su sé stesso e per perdere completamente di significato, risolvendosi in una tregua che nasconde un fuoco di paglia. Forse l’unica conclusione valida per una storia che ha luogo in uno spazio letteralmente indifferente alle vicende degli uomini che lo abitano.

Shotgun Stories è dunque un ottimo prodotto che racconta una storia già conosciuta da una prospettiva inedita ma è soprattutto un ottimo modo per confrontarsi con uno dei prologhi più riusciti di questa nuova leva autoriale del cinema americano di inizio anni ’00.

Alessio Baronci

© Riproduzione Riservata