Money Monster: l’etica serrata di un thriller da (ri)scoprire

Se pensate che la televisione odierna (statunitense, ma non solo) sia infestata da cinismo, volgarità e cattiva informazione, guardate il programma condotto da Lee Gates (George Clooney) e ve ne convincerete ancora di più. Nel sistema globale delle transazioni economiche virtuali sempre più rapide e meno controllabili, Gates si trova perfettamente inserito col suo ruolo a metà tra showman e consulente finanziario: dove, tra un doppio senso greve e un balletto trash con cilindro dorato e medaglione a forma di dollaro, l’istrionico presentatore dispensa agli ascoltatori consigli su come e dove investire denaro. E se qualche ingenuo, traviato dalla parlantina di Gates, finisce col dilapidare i propri risparmi nel torrente impetuoso della borsa, beh, che ci volete fare, fa tutto parte del gioco; e dello spettacolo, che deve pur sempre continuare. A meno che uno di quei poveri diavoli rovinati da un suggerimento sbagliato non decida di irrompere in diretta armato di pistola e prendere in ostaggio l’intero studio televisivo, e con un obiettivo nient’affatto scontato: obiettivo che, infatti, non è riavere indietro i soldi investiti, ma sapere «com’è andata davvero», come possono essersi volatilizzati 800 milioni di dollari per il difetto (apparente) di un algoritmo. Lo spettacolo continua, perciò, ma a regole e copione leggermente variato: la posta in gioco ora è la messa a nudo di un intero sistema economico, con le sue manovre interne (di non facile ricostruzione per gli stessi addetti ai lavori) e soprattutto con i giganteschi punti interrogativi morali che lo caratterizzano.

Passato senza grande clamore, si direbbe, questo Money Monster (2016) diretto da Jodie Foster al suo quarto lungometraggio dietro la macchina da presa. Forse perché il thriller “etico” (se così possiamo definirlo), in perfetto equilibrio tra congegno da intrattenimento e riflessione sulle contraddizioni del sistema politico-economico-sociale in cui viviamo, è un sotto-genere definito e consolidato di Hollywood, con tutti i vantaggi, ma anche i limiti, che ciò comporta. Da un lato, infatti, prodotti del genere permettono alla denuncia (lodevole e necessaria) di raggiungere potenzialmente un pubblico vasto servendosi di un codice collaudato ad alto tasso di coinvolgimento emotivo. E dall’altro, tuttavia, il rischio è che, paradossalmente, proprio questa impeccabile adesione a una categoria di opere che annovera già tanti esemplari analoghi e spesso egregi (almeno dagli ormai classici film di Sidney Lumet in poi) finisca depotenziata (e rapidamente dimenticata) in quanto ennesimo reperto, tra i tanti, del sottogenere di riferimento. Rischio comune, del resto, ad ogni prodotto che si proponga di essere impegnato nei contenuti ma poco innovativo nella forma, e che perciò, per adottare una lingua di più immediata e vasta comprensione, finisce col non far udire in modo sufficientemente incisivo la propria specifica voce.

Un rischio di cui probabilmente questo film subisce, in parte, le conseguenze. Ma che non cancella la validità e la professionalità di un’operazione che applica coerentemente alla propria stessa costruzione drammatica e spettacolare le istanze etiche professate. E, in questo, il merito va sia allo script a sei mani (Alan DiFiore, Jim Kouf, Jamie Linden) sia alla regista, la quale si dimostra ancora una volta artista eclettica e attentissima a valorizzare, pur entro la salda struttura del genere (pre)scelto, una narrazione sfaccettata e plurale: dove il gioco a montaggio alternato dei diversi scenari che compongono la vicenda non è mai mero espediente per drogare la suspense del racconto, ma occasione di approfondimento delle situazioni e dei punti di vista (con reciproche interazioni e rispettive evoluzioni) chiamati in causa.

La Foster riesce così a portare avanti una narrazione serrata e, al contempo, autenticamente “democratica” nel suo evitare appiattimenti e accentramenti eccessivi su un singolo risvolto della vicenda, su un singolo personaggio e su una singola star: e, in questo e per questo, la regista si conferma anche ottima direttrice di attori, che qui funzionano davvero come in un concerto gli strumenti giusti fatti vibrare al momento giusto. Non per nulla, Money Monster è anche un felice team-up tra personalità hollywoodiane di riconosciuta passione civile, come lo stesso Clooney (co-produttore insieme all’abituale partner di fatiche “impegnate” Grant Heslov) o una Julia Roberts che, nel ruolo della regista dello show (e vera “mediatrice” nell’intricata e tesa vicenda) dà vita a un personaggio che non sfigura accanto alla sua Erin Brokovich o alla protagonista de Il Rapporto Pelican.

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Still dal film “Money Monster”

Ma la vera prova di intelligenza e maturità del film sta nel suo mettere costantemente a confronto il discorso sul sistema economico-sociale (e sulla correttezza dell’informazione che se ne dà) con una riflessione più generale sui media contemporanei: riflessione che scorre attraverso le inquadrature sulle masse intorpidite o morbosamente (fino all’isteria) quanto vanamente curiose di fronte al dramma che si consuma, così come in certe corrispondenti svolte non banali della sceneggiatura (Gates/Clooney che si appella al suo pubblico perché lo salvi attraverso una speculazione “etica”). Ne emerge uno scenario dove la stessa tv (per non parlare del cinema) si confessa in affanno, anche nel suo volersi evolvere da arma di distrazione di massa a strumento di inchiesta e scuotimento delle coscienze. Non solo perché nel caos frastornante degli stimoli telematici odierni diventa fin troppo facile diffondere mezze verità e mezze bugie parimenti fuorvianti, ma soprattutto perché il pubblico, ormai, pare assistere a qualunque tragedia mediaticamente filtrata (dalle più tristemente ordinarie alle più insolite) con la medesima superficialità.

È nei riferimenti a questo ulteriore aspetto del problema che si annida la componente più graffiante della critica all’impero bifronte dell’etere (impero finanziario e informativo-mediatico) portata avanti nel film. Un film che, perciò, merita davvero di essere riscoperto, preservandolo al (o recuperandolo dal) mega-archivio degli spettacoli hollywoodiani eticamente illuminati: perché se denunciare, (in)formare, muovere alla riflessione è la cosa migliore che può fare chi opera nei e per i media, il minimo che possiamo fare noi in quanto pubblico è non ignorare la denuncia.

Emanuele Bucci

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