Identità: quando il gioco di prestigio è riuscito in parte

Identità è stato uno dei thriller più fortunati del lontano 2003, ma rivisto oggi com sarà? Un bluff o, come ha detto qualcuno, un perfetto esempio di come lavorare sulla tensione e sul genere thriller?

La trama (anzi le trame) di Identità

La notte prima dell’esecuzione, Malcolm Rivers, criminale psicopatico accusato di una serie di omicidi (le cui vittime erano tutti ospiti di motel) viene portato d’urgenza davanti al giudice che ne ha sentenziato la condanna a morte. Quest’ultimo è infatti costretto a rivedere il suo caso in seguito all’accettazione di nuove prove proposte dall’avvocato difensore. Durante l’udienza straordinaria sarà decisiva la testimonianza dello psichiatra che ha seguito Malcom per conto della difesa, che afferma di poterne dimostrare l’assoluta infermità mentale e dunque salvarlo dalla pena capitale.

A questa linea narrativa segue parallelamente la vicenda di dieci sconosciuti costretti a pernottare in un motel sperduto, dopo che un violento temporale ha reso inagibili le strade. Tra di loro si nasconde un misterioso e feroce assassino che inizia a ucciderli uno per uno, lasciando sui corpi di ciascuna vittima la chiave di una stanza con numero. Le chiavi vengono rinvenute in ordine decrescente come se il killer seguisse un implacabile conto alla rovescia che decimerà tutti gli altri personaggi. L’unico modo per sopravvivere alla notte è scoprire chi tra loro è il colpevole.

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Still dal film “Identità”

L’ispirazione e il gioco in Identità

Come è facile intuire, l’ispirazione viene direttamente da Dieci piccoli indiani, classico letterario firmato Agatha Christie e già riadattato infinite volte per cinema e tv. Fortunatamente non ci troviamo di fronte all’ennesimo remake televisivo con ambientazione contemporanea, anzi proprio la consapevolezza di lavorare su uno schema abusassimo e (stra)noto sembra aver portato le menti creative di Identità a non replicarne pedissequamente il soggetto, ma a trascenderlo, ristrutturarlo per intesserci sopra una narrazione più amplia e dunque più rischiosa. In Identità la formula tipica del thriller (in questo caso “tanti personaggi in un luogo isolato con killer”) incontra una curiosa combinazione di diversi generi creando così un complesso meccanismo che rompe continuamente la linearità cronologica svelando di volta in volta qualcosa di più sui personaggi e sui loro scheletri nell’armadio.

Il regista James Mangold, da buon regista, si muove con molta scioltezza e dona al film quell’atmosfera claustrofobica e straniante che non può mancare in un thriller da camera, dimostrando ancora una volta di sapersi adattare nell’utilizzo e nella combinazione di generi differenti (se andate a guardare la sua carriera troverete film che vanno dal western al dramma, dalla commedia romantica al biopic), curando alla perfezione ogni aspetto della messa in scena e del ritmo.

Lo script di Michael Cooney procede alternando bene i diversi livelli di narrazione e concede allo spettatore gli indizi al momento opportuno (alcuni più evidenti, altri sottotraccia), se sarà in grado di coglierli, unendo i puntini come in un piacevole rompicapo. Le false piste e i colpi di scena riescono a sviare spesso le supposizioni poste in un primo momento per poi a farle crollare quasi immediatamente, cosicché l’inganno è servito nella migliore tradizione del genere mentre i diversi stereotipi proposti assumono un significato coerente e preciso (che preferisco non svelare) e vengono anch’essi costantemente ribaltati e smontati nei loro aspetti significanti. Alcuni elementi nella trama di Identità non suonano troppo originali e appare quanto mai evidente l’influenza di un classico come Psyco di Alfred Hitchcock. Ciò che però sorprende è proprio nel quesito di fondo che il film mette in evidenza legando la sorte dei personaggi al verdetto dell’udienza: come può essere giudicato un mostro? si è altrettanto colpevoli delle nostre azioni se la mente è dissociata dal corpo?

Identità è dunque un piccolo gioco di prestigio da guardare con piacere, orchestrato ottimamente attorno al susseguirsi dei colpi di scena. Forse proprio questo è insieme il suo punto di forza e il suo limite maggiore.

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Still dal film “Identità”

Se ci dovessimo soffermare sul lavoro di Mangold e Cooney, non c’è alcun dubbio che l’ingranaggio sia ben oliato, intrigante e talvolta ardito quando lo script rischia di eccedere il limite della verosimiglianza. Ma Identità è anche un film che si esaurisce tutto nel suo effetto sorpresa, che non va oltre la superficie e non propone nessuna riflessione o discorso teoricamente rilevante rispetto ad altri film di genere se non quanto già detto sopra.

Resta apprezzabile il finale che nonostante qualche redenzione non teme (per una volta) di essere negativo e beffardo; un cast privo di divi ma ricco di ottimi attori come il Ray Liotta di Goodfellas, Alferd Molina (l’indimenticabile Dottor Octopus dello Spiderman targato Sam Raimi), un convincente John Cusack e un bravissimo Pruitt Taylor Vince a conferma di quanto Mangold sia un regista molto bravo a lavorare con il materiale umano a sua disposizione e con l’empatia.

Rivisto oggi, Identità resta un film apprezzabile, onesto, intrigante, scritto bene, che si lascia vedere, ma quando il mago ha rivelato le sue carte, difficilmente si resta colpiti come la prima volta.

Laura Sciarretta

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