Hereditary E I Due Usi Del Coltello

Bisogna essere ottimisti, ma al contempo anche freddi e dannatamente calmi. Hereditary, l’esordio horror di Ari Aster è assurto in brevissimo tempo allo status di cult. Alcuni lo considerano l’horror dell’anno, molti credono di confrontarsi con uno dei più riusciti prodotti del cinema di genere degli ultimi venticinque anni, tutti, senza alcuna esclusione, lo considerano un nuovo esponente di quel rinascimento della narrativa cinematografica a tema horror di cui già fanno parte progetti come The Witch di Robert Eggers e It Follows di David Robert Mitchell. E allora questo, più che un articolo di opinione, sarà una sorta di analisi/processo al progetto di Aster, al fine di comprendere davvero, sezionandolo nelle sue componenti e analizzandolo a mente fredda se i titoli di cui viene fregiato sono meritati o se ci troviamo di fronte ad un fuoco di paglia.

Perché è necessario, perché è Estate e la (opinabile) monotonia di uscite nelle sale quasi invita a lanciarsi in proclama salvifici nei confronti di quel prodotto che magari sulla superficie appare più originale, fresco, di altri, ma che in realtà nasconde una natura ben più debole in profondità, perché lo spettatore ha bisogno, a volte, di essere guidato nelle sue scelte ed è necessario che comprenda che il sensazionalismo non fa mai bene a niente e a nessuno, soprattutto quado si applica ad un oggetto artistico/spettacolare.

Bisogna dunque procedere per gradi e interrogare il progetto con cui ci stiamo confrontando al fine di prendere contatto con la sua sostanza profonda.

Pensandolo all’interno del suo genere di appartenenza, analizzando le sue interazioni con le coordinate che lo strutturano, l’impatto con il progetto di Aster è senz’altro positivo. Il regista, intelligentemente (e forse facendo anche tesoro della lezione di coloro che l’hanno preceduto), lavora sottovoce, per sottrazione e sublimazione della materia del racconto.

Il motivo ricorrente del jump scare è quasi assente e quando è presente viene letteralmente scarnificato, lasciando che lo spettatore si confronti con l’orrore senza la preparazione (meglio ancora, la mediazione) di una sequenza cuscinetto che punti ad aumentare la tensione e la suspense. Profondamente originale è poi la natura delle sequenze più smaccatamente horror del film (la sequenza della possessione, l’omicidio della bambina, la morte della madre, tra le altre).

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Still dal film “Hereditary”

Hereditary è un film in cui la forma ha lo stesso peso del contenuto e in questo caso la forma raggiunge il suo massimo grado di sviluppo nel momento in cui si incarica di portare in scena proprio queste scene così centrali. Aster lavora sulla composizione dell’immagine, sui rapporti tra i volumi, sulle simmetrie, sulla pulizia di ciò che lo spettatore vede, l’immagine teorizzata dal regista è ordinata, statica, volutamente quantificabile, controllabile. È in quest’atmosfera, in questo sistema, che finisce per irrompere la violenza e l’orrore delle sequenze di gore, rappresentate, il più delle volte, quasi a voler sviluppare un parallelo con le miniature a cui si dedica la protagonista, come delle strutture di significato chiuse in sé stesse, dotate di un loro ordine, di un loro nucleo, di proporzioni incontrovertibili, di misure verificabili.

Aster lavora sull’irruzione del paranormale e delle sue conseguenze dirette, della paura, della violenza, nel quotidiano e in questo senso le sequenze maggiormente legate alla sfera horror si pongono nella struttura del film alla stregua di squarci di non senso, di soprannaturale, all’interno del tessuto reale, aperture che, tuttavia, conservano in loro una sorta di elemento limbico, che le fa appartenere da un lato alla concretezza del reale, dall’altro ad una pura dimensione sublimata, lontana da quella in cui siamo immersi e con cui il male interagisce.

La composizione della scena punta proprio a porre in parentesi, a sottolineare, questa presenza/assenza, vicinanza/lontananza dell’elemento soprannaturale dalla scena. E allora ecco che le sequenze horror di Hereditary assumono i tratti di un sogno lucido: la violenza esplode inaspettata, i tempi si dilatano a dismisura, il soggetto si staglia sullo sfondo quasi si trattasse di un bassorilievo, aumentando di fatto la distanza dalla concretezza del reale.

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Still dal film “Hereditary”

Al di sopra di questa struttura formale, Aster si dedica a sviluppare una sistematica distruzione dell’istituzione borghese della famiglia, una distruzione che però, particolarmente interessante a notarsi, non sembra svolgersi attraverso un metodo scontato, sfruttando, magari, l’impatto delle scene più feroci e violente della pellicola, quanto attraverso un costante lavorio sulla dimensione psicologica organizzata attorno ai personaggi in gioco, soprattutto studiando le conseguenze del loro impatto con quel soprannaturale a cui si accennava poco sopra. Ari Aster riesce, in poche e semplici mosse, a far confrontare lo spettatore con un disagio continuo, urticante, vischioso, soprattutto realistico. Un disagio tangibile, che porta alla luce una famiglia in disfacimento e che si concretizza nelle urla ad un tempo rabbiose, ad un altro piene di terrore attraverso cui i suoi membri dialogano, nel pianto ininterrotto e disperato della madre alla scoperta del cadavere della figlia, all’apatia del figlio che quella bambina l’ha di fatto uccisa, seppur involontariamente, nelle esplosioni di violenza apparentemente insensate che puntellano la pellicola.

Hereditary risulta essere dunque, di fatto e felicemente, uno di quei film che lascia uno spiacevole sapore in bocca, soprattutto allo spettatore meno avvertito, che di fatto si confronta con una di quelle pellicole che, in un’epoca di bulimia di immagini, riesce a far emergere alcuni singoli elementi delle sue sequenze (quelle più violente, eccessive) nella psiche dei suoi spettatori anche a giorni di distanza dalla sua prima visione, un primato straordinario, posto in prospettiva.

C’è poco da girarci in torno. Hereditary è una pellicola riuscita ma merita di fatto il trionfo a cui sembra essere sottoposta in questi mesi? Purtroppo solo in parte.

Al di sotto della sua apparente perfezione, in effetti, il film di Aster impiega ben poco tempo a mostrare il fianco a tutti i suoi difetti ed imperfezioni.

Al netto di tutto l’impianto formale e stilistico che lo contraddistingue, Hereditary è in effetti, prima di qualsiasi altra cosa, l’ennesima storia di deflagrazione di un’istituzione borghese solo strutturata maggiormente attorno alla forma piuttosto che al contenuto, un po’ poco, forse, per permettere al film di risultare davvero originale o quantomeno memorabile agli occhi di chi questo tipo di cinema lo studia o comunque ci si confronta spesso, soprattutto se si pensa che alcuni motivi quali la setta satanica che di fatto si pone come eminenza grigia della famiglia stessa, la follia della matriarca e quella di una bambina sono topos già presenti e sviluppati appieno nel cinema di gente come Polanski Ti West, tanto per fare due esempi agli antipodi ma comunque efficaci.

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Still dal film “Hereditary”

Al di là di questo, Ari Aster sembra essere, a lungo andare, vittima del suo stesso stile ed impianto registico. Man mano che la pellicola si squaderna di fronte a noi, a ben guardare, è chiaro che l’impianto minimalista, sublimato che lo contraddistingue danneggia la storyline e l’intreccio, che finisce per risultare fumosa, arrivando a perdersi per strada alcuni dettagli che ne migliorerebbero la comprensione generale allo spettatore; al contempo, a volte, la squadra creativa sembra voler spingere un po’ troppo su quel senso di disagio dilagante a cui finora si è accennato, abbandonando il cast a sezioni di imbarazzante overacting e non rendendosi conto che alcune delle sequenze più eccessive sono portate avanti tanto a lungo dalla diegesi da risultare dapprima stucchevoli e subito dopo ridicole.

Hereditary è insomma un film riuscito ma solo a metà, la speranza, tuttavia, è che trovandoci di fronte ad un esordio, tutte le zone grigie notate al suo interno siano la conseguenza della foga e dell’inesperienza del suo regista, che con il tempo, di ciò siamo sicuri, potrà diventare uno dei grandi nomi del genere.

Alessio Baronci

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