Big Little Lies – Narrazioni Antiborghesi Da Salotto

Si potrebbe partire tracciando una linea che da Big Little Lies parte, va indietro nel tempo e finisce per ricongiungersi a Desperate Housewives costeggiando, tuttavia, decenni di narrazione cinematografica e televisiva dedicata a distruggere, a criticare, a confutare il mito della perfezione della famiglia borghese. Big Little Lies, il progetto con cui Jean Marc Valèe è tornato dietro la macchina da presa dopo Dallas Buyers Club si nutre, ovviamente, di spunti molteplici provenienti da quella tradizione comune a cui si è accennato (e non solo di quelli, come si vedrà) ma può essere tranquillamente avvicinata alla serie di Marc Cherry un po’ perché condivide con essa alcuni spunti della storyline (la piccola comunità che condivide segreti indicibili, un omicidio che dà il via alla narrazione, il gruppo di casalinghe che rimane coinvolto più o meno profondamente dall’avvenimento, il degrado e le storture di quel contesto all’apparenza perfetto che vengono alla luce con lo schiudersi della narrazione), un po’ perché, considerando (a grandi linee), Desperate Housewives come una pietra miliare della narrazione antiborghese televisiva contemporanea, ecco che Big Little Lies sembra quasi volerne non solo riprenderne le premesse ma continuarne il discorso di base.

L’elemento più interessante, tuttavia, risiede proprio nel modo in cui la serie di Valèe e David E. Kelley, intende perseguire il suo obiettivo.

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Still da “Big Little Lies”

Potremmo partire da un elemento distanziante, dall’unica caratteristica che (al di là degli anni di distanza tra i due progetti in termini di valori produttivi e puro approccio creativo) traccia un solco effettivamente netto tra Desperate Housewives e Big Little Lies: il tono della narrazione. Se Desperate Housewives è puntellato da quello humour nero che a intervalli regolari finiva per alleggerire la narrazione fatta di colpi di scena, morti improvvise, suicidi, ricatti, oltreché da un’impostazione generale che prendeva spunto un po’ dalla farsa, un po’ dal melò, l’aria che si respira in Big Little Lies è di gran lunga più pesante. La sensazione è che la diegesi punti fondamentalmente a rendere manifesto, soprattutto sul versante percettivo, lasciandolo percepire direttamente a chi guarda, quel disagio, quel pericolo latente, quel senso di minaccia che soffoca la vita quotidiana delle protagoniste. Le inquadrature sono spesso strette e poco ariose, la fotografia è eterea, volutamente caricata, artefatta, quasi a voler rimarcare l’intrinseca “falsità” del contesto che viene portato in scena, il montaggio torna quasi alle sue origini e sembra inseguire quell’intellettualizzazione a cui ha sempre puntato Eisensteijn. Spesso due filoni di immagini si alternano di fronte allo spettatore. Il primo è regolare, è il racconto, la narrazione della storyline o di un suo particolare ad opera di una delle protagoniste (una cena in famiglia, un sogno, un pomeriggio con i figli e via dicendo); il racconto è soggettivo, orientato, quieto, legato ad una forma mentis borghese e alla conservazione dello status; al di sotto di esso, quasi sottopelle, scorre invece il filone di immagini legato alla verità dei fatti, caratterizzato da un montaggio nervoso, sincopato, spesso senza audio, elemento che dona aggressività al susseguirsi delle immagini. È una sorta di rappresentazione visiva dell’inconscio del personaggio che in quel momento sta parlando o sta agendo sulla scena, un flusso di immagini che tematizza ciò che è realmente successo magari durante la cena che ella sta raccontando, il motivo della sua guida agitata, l’origine di quel disordine in salotto che ora sta riordinando o il vero motivo per cui sta piangendo. Il montaggio dunque, al di là del carattere grintoso e spiazzante nei confronti dello spettatore finisce per porsi al servizio di quella verità dei fatti che sembra voler esplodere al di sopra dell’ipocrisia dell’affresco borghese costantemente reiterato (ogni volta un po’ più indebolito) dalla serie di Valée. Discorso a parte (ma affine a quanto stiamo dicendo) deve essere compiuto parlando dei caratteri della drammaturgia sonora della serie. Big Little Lies (cosa più unica che rara), adotta un suono prevalentemente diegetico. La musica, nella maggior parte dei casi, proviene da altoparlanti casalinghi a cui è collegato un Ipod in riproduzione, da cuffiette di Mp3, da autoradio. Da un certo punto di vista anche quest’eventualità contribuisce ad aumentare l’entropia, il disordine, il disagio che caratterizza l’esperienza di visione dello spettatore. Il suono non ha più la stabilità e la pulizia di una traccia audio extradiegetica aggiunta al montaggio in postproduzione, è sghembo, distorto, spesso ovattato, più o meno frammentario a seconda del punto di vista e d’ascolto della sequenza.

Still da “Big Little Lies”

La diegesi sembra divertirsi a sottomettere in molti modi diversi lo spettatore ma lo stesso intento sembra muovere anche l’approccio creativo alla storyline. La narrazione finisce per spezzettarsi nelle decine di voci delle mamme interrogate dalla polizia per ricostruire le circostanze dell’omicidio, la verità si annacqua, la soggettività del personaggio parlante finisce per piegare l’oggettività del racconto, torti, invidie, rancori sopiti riemergono e dipingono la realtà non come è ma esattamente come la mamma, la casalinga di turno vuole. La narrazione finisce dunque per sfilacciarsi, per distorcersi, per piegarsi ma forse ancora più interessante in questo senso è il rapporto che la storyline intrattiene con il testo di partenza, il romanzo di Liane Moriarty. Ogni minimo spiraglio di luce presente nel libro viene eliminato a vantaggio di uno storytelling a tinte scure che non solo amplifica l’impatto delle sequenze più disturbanti del romanzo ma arriva ad aggiungere segmenti narrativi che sviluppano e arricchiscono la critica all’ipocrisia borghese già ben radicata nel testo di partenza, spingendosi fino ad ammantare di negatività anche l’unico personaggio anche solo leggermente più luminoso degli altri. Big Little Lies ingabbia lo spettatore, lo imprigiona, lo scuote e lo fa confrontare con un contesto in cui la negatività, l’assenza di speranza, la fanno da padrone, in cui l’elemento perturbante, l’incertezza, sono le uniche strutture di significato valide per approcciarsi ad esso, prova ne è quel finale assolutamente positivo almeno fino a quando non ti rendi conto che una persona è stata uccisa nel modo più freddo, improvviso, indolore possibile da un assassino insospettabile.

Sia ben chiaro, il discorso compiuto da Vallèe e Kelley non è propriamente nuovo e originale, lo spingere oltre i propri limiti la narrazione antiborghese e allo stesso tempo la tempra dello spettatore che si confronta con tale narrazione (trasmettendogli il disagio di quei valori distorti portati in scena, facendogli capire che in fondo LUI non è poi troppo diverso da LORO) è una pratica estremamente consolidata e senz’altro sviluppata con maestria da intellettuali come Haneke e Ostlund ma l’unicità di Big Little Lies in questo senso, al di là della cura estrema del versante tecnico e della coerenza e solidità con cui porta avanti le sue argomentazioni, risiede nel fatto che Vallèe e Kelley portano, dopo un tempo lunghissimo, la “minaccia” della critica borghese direttamente nei salotti degli spettatori, nella loro safe zone, pronti a colpirli dove fa più male, nell’ultimo posto dove si aspettavano di poter essere attaccati.

Alessio Baronci

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