Ave, Cesare! Decostruire (e omaggiare) i sogni

eHollywood, 1951. Eddie Mannix (Josh Brolin) è un produttore della Capitol Pictures, ma soprattutto è un fixer: come tale, la sua principale missione è star dietro alle schegge impazzite note come divi del cinema, per evitare che i loro comportamenti fuori dal set creino cattiva pubblicità o comunque danneggino le produzioni dello studio. E i guai da sbrogliare, certamente, non mancano. Tra questi, il misterioso rapimento della star Baird Whitlock (George Clooney), protagonista, in veste di tribuno romano, di un peplum cristologico, titolo di punta e in corso di lavorazione della Capitol.

Un film, questo Ave, Cesare! (2016) omonimo dell’immaginario kolossal di cui in parte narra, che non rientra certamente tra le opere più memorabili dei fratelli Joel e Ethan Coen. Non aiuta l’argomento decisamente inflazionato (la satira di Hollywood), e già affrontato in modo ben più originale e incisivo dagli stessi autori-registi nel grottesco, sulfureo Barton Fink (1991). Ma soprattutto, ciò che manca qui è una storia che si imprima oltre l’ironia e il gusto dei singoli brani. In Ave, Cesare! nessuno dei quadretti giustapposti tra cui rimbalza la vicenda di Mannix riesce ad imporsi come trama forte e aggregante per le altre stazioni narrative: il risultato è un film che a tratti rallenta e si sfilaccia, con episodi risolti sbrigativamente e sottotrame che convergono in modo fin troppo meccanico ed estemporaneo nell’economia narrativa del film.

Al netto di tali limiti, Ave, Cesare! resta comunque un prodotto godibile, leggero ma intelligente, una commedia sul cinema che, nel rievocare i western, i musical e i peplum di quegli anni, li decostruisce entrando nei generi-giocattoli mentre sono in lavorazione, quando la fabbrica non li ha ancora chiusi nella sua aurea e classica pulizia. Un omaggio-parodia dove le trovate degne di nota, che ci ricordano l’acume cinico e corrosivo dei due autori-registi, non mancano. Tra queste, l’inquadratura sul girato della commedia romantica supervisionato da Mannix, con annesso macabro incidente che turba (per lui e per noi) la visione; o ancora, l’accesa quanto esilarante disputa teologica tra i rappresentanti di quattro diverse confessioni (ebraica, cattolica, ortodossa e protestante) che Mannix riunisce per approvare preventivamente lo script della pellicola cristologica.

Cesare 1
Still dal film “Ave Cesare”

 

E il maggior elemento di interesse del film è proprio il protagonista (realmente esistito) interpretato da Brolin: factotum di un mondo che crea mondi, stakanovista lucidatore di finzioni che certo non danno nessun fastidio (anzi, sono indirettamente funzionali) al capitalismo perbenista e paranoico dell’America di allora. Tuttavia, egli risponde a uno dei più innocenti e naturali bisogni delle persone, quello di sognare; e confezionare sogni non è certo il lavoro più sporco che il sistema può chiederti di svolgere: specialmente se l’alternativa ha le sembianze di un viscido rappresentante della Lockheed Corporation, che tenta Mannix con vantaggiose offerte di lavoro e, per dargli un’idea del tavolo su cui andrebbe a giocare, gli mostra in foto una bomba H sganciata dai loro aerei nei test di quegli anni.

Anche Mannix, perciò, si rivela un altro di quegli antieroi tipicamente “coeniani”, posti di fronte a scelte morali in un mondo dove sembrano regnare unicamente l’assurdo e la contraddizione. In questa scelta da compiere, e nella dialettica che si porta dietro, pare riassumersi lo sguardo non banale, ironicamente ambiguo dei due fratelli cineasti sulla Hollywood di sessant’anni fa: una fabbrica di opere spesso esageratamente retoriche, comicamente enfatiche, standardizzate e conformiste negli stili e nei contenuti proposti, sempre a distanza di sicurezza dalla vita vera di pubblico e realizzatori. Ma ciò che questa fabbrica produce è comunque cinema: un imperfetto e perfettibile sogno in cui trovare qualche ora di conforto dai funghi atomici della realtà.

Emanuele Bucci

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