Ant-Man And The Wasp – Recensione

Potremmo considerare Ant-Man And The Wasp un ulteriore tassello nel percorso di “depotenziamento e rilettura critica” dell’eroe e del suo pubblico attuato dalla Marvel nel recentissimo passato e che con Infinity War ha raggiunto un primo step di maturazione.

La novità, si potrebbe dire, è che in questo caso la riflessione non è più rivolta (solo) al puro storytelling ma all’intero meccanismo produttivo che sottende il MCU. Ant Man and The Wasp, sebbene narrativamente si sviluppi in contemporanea ad Infinity War e serva a lavorare su uno degli elementi narrativi volutamente lasciati da parte nel film dei fratelli Russo, è di fatto il primo film a uscire dopo il Kolossal di Aprile. Ci si potrebbe aspettare, dunque, una progetto che, se proprio non punti a riprendere le fila di una narrazione lasciata in sospeso almeno risulti un prodotto coinvolgente, capace di catturare l’attenzione dello spettatore, di trasportare nuovamente chi guarda all’interno di quella dimensione narrativa, meglio ancora, capace di non far perdere a chi guarda il contatto con essa, e tuttavia, l’elemento più spiazzante in questo senso è che il film di Peyton Reed non è nulla di tutto questo.

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Still dal film “Ant-Man And The Wasp”

Piuttosto che l’inizio di una nuova stagione o il secondo epilogo (almeno sul piano emotivo) dell’ultimo episodio (si comprenderà a questo punto, dopo tante parole spese, perché si adoperi in questa sede il linguaggio della narrazione televisiva per parlare del MCU), Ant-Man and The Wasp è né più, né meno, che un episodio filler, in cui per “filler”, si intende, sempre all’interno di quel microcosmo che è la narrazione televisiva, un episodio riempitivo, in cui la narrazione verticale non va avanti e il sistema della storyline fondamentalmente viene posto in pausa e viene lasciato respirare per lasciare decantare, nella psiche dello spettatore, i prevedibili scossoni che sono appena avvenuti sulla linea narrativa (o che presumibilmente avverranno di lì a poco).

Creatura tutto sommato strana, sospetta, l’episodio “filler”, non è mai eccessivamente amato dagli appassionati, che lo reputano un incidente all’interno della continuity, una pausa inutile, uno spreco di tempo, questo perché molto spesso al filler, produttivamente, si dedicano una concentrazione e una cura nettamente inferiore rispetto a quelli riservati agli episodi “maggiori”, quasi come se anche gli stessi showrunner volessero liberarsi in fretta di questo fardello.  È fastidiosamente delicato gestire un episodio filler, renderlo in sostanza tale solo per gli appassionati che ne riconoscono subito la grana ma in realtà dotandolo di una dignità tale da non farlo sfigurare al confronto degli altri episodi della continuity.

Ant – Man and The Wasp è un ottimo saggio produttivo in questo senso.

In quello che è a tutti gli effetti il ritorno all’ordine della Marvel dopo il caos di Infinity War si ritorna in primo luogo ad una lunghezza “tradizionale” del progetto filmico (un’ora e cinquanta a differenza delle due ore e mezza quasi tre degli ultimi prodotti Marvel), ma soprattutto si torna ad una scansione “classica” dell’intreccio: tre atti con tre apici ben delineati e conchiusi all’interno del sistema. Anche il sistema dei personaggi (già relativamente contenuto in partenza), sembra muoversi all’interno di confini volutamente più delineati e gestibili rispetto a quanto visto nel recente passato: le parti in gioco si prendono il loro tempo per svilupparsi, l’atmosfera è volutamente più leggera, la sequenza delle azioni è (almeno superficialmente, come si vedrà), volutamente prevedibile, la struttura è puntellata da battute che allentano la tensione.

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Still dal film “Ant-Man And The Wasp”

Al di là di questo puro elemento strutturale che distanzia Ant Man and The Wasp dai prodotti che l’hanno preceduto ciò che più risalta di tutto il progetto è tuttavia quanto la Marvel sappia sfruttare un momento di pausa e transizione nella narrazione.

Avendo dalla loro la possibilità di distendere il racconto anche solo per un film e soprattutto prendendo coscienza di quanto, di fatto, ci si stia occupando di un personaggio minore del draft, i componenti del team creativo alle spalle del film di Reed utilizzano Ant-Man and The Wasp come laboratorio in cui svolgere degli esperimenti in fatto di caratterizzazione o di focus sulla struttura del film che sarebbe di fatto troppo rischioso condurre in progetti relativi alla linea narrativa maggiore.

Il risultato finale, forse inaspettatamente, funziona benissimo: Ant Man and The Wasp è uno dei pochi film Marvel che, pur dando il giusto spazio all’elemento supereroistico, preferisce concentrarsi nella caratterizzazione e nel delineamento degli equilibri delle controparti umane degli eroi, offrendo allo spettatore uno straordinario saggio di cinema del quotidiano negli splendidi duetti tra Scott Lang e la figlia e Hank Pym e Hope Van Dyne. Al contempo, particolarmente interessante in questo senso, è quanto il film di Reed non abbia di fatto paura di sporcarsi le mani divertendosi a giocare con la bussola morale e le aspettative di chi guarda come mai prima d’ora in un film di questo peso.

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Still dal film “Ant-Man And The Wasp”

Ant-Man and The Wasp, come ha detto qualcuno, è un piccolo (ma bellissimo) film dedicato ad un piccolo eroe, ma, molto più semplicemente, è un validissimo momento didattico per comprendere come gestire e come organizzare un’obbligatoria parentesi di pausa in un’ampia narrazione, evitando i tempi morti e soprattutto fuggendo ogni tentativo di semplificazione o trappola legata alla superficialità.

Alessio Baronci

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