Animal Kingdom : L’Esordio di David Michod Tra Tragedia Famigliare E Anticinema

L’Animal Kingdom, il regno animale che dà il titolo all’esordio di David Michod è il correlativo oggettivo con cui il registra descrive, in modo diretto e con un’asciuttezza rara, i rapporti e le dinamiche di potere che si instaurano all’interno di una famiglia di rapinatori di Melbourne e che sembrano dominare quel sottobosco criminale limbico in cui il bene e il male, le guardie e i ladri finiscono per combattersi, sperando, senza certezza, di raggiungere un momento di quiete più che l’effettiva risoluzione di un conflitto.

Michod confeziona un noir urbano oscuro e senza speranza, che trae la sua forza e la sua unicità dal coraggio che mostra nel rapportarsi al racconto e soprattutto nel modo in cui il racconto diventa lettura ideologica del reale e la lettura del reale entra in contatto con la storyline e si concretizza in idee della messa in scena.

Il mondo in cui Michod inserisce il suo racconto appare come una rovinosa realtà di frontiera nutrita dalla paranoia e dal nichilismo più estremo. Nella Melbourne messa a ferro e fuoco dai Cody e dai membri della squadra antirapina non esiste il dolore della perdita (e molto dice in questo senso la scena iniziale del film), piuttosto il dolore viene concepito come detonatore attraverso il quale attivare un violento meccanismo ritorsivo; non esiste l’affetto famigliare o l’effettiva sicurezza del nido domestico, sostituiti da una paranoia costante e da uno strano senso di appartenenza simile a quello che lega i membri di un clan, meritocratica, non legata necessariamente a vincoli di sangue ma che anzi deve essere costantemente confermata da atti, gesti e pensieri a vantaggio del clan stesso e a causa della quale un outsider come Josh, l’inconsapevole protagonista di questa tragedia famigliare non potrà mai sentirsi completamente al sicuro con i suoi zii e sua nonna.

Michod 1
Still dal film “Animal Kingdom”

La realtà portata in scena da Michod è soprattutto un contesto profondamente anticinematografico. Nel suo noir il regista rifugge costantemente le convenzioni sceniche tipiche del genere. Gioca con l’empatia che caratterizza il rapporto tra spettatore e personaggi in gioco, fa pendere chi guarda dapprima verso Joshua, poi verso i suoi zii, subito dopo verso la polizia e durante l’epilogo aggredisce lo spettatore con la straordinaria amarezza che segue il tradimento di un aspettativa legata a un racconto. Si ribaltano, soprattutto, in Animal Kingdom, le fondamenta stesse del genere poliziesco e noir a cui sceglie di ricondursi: i poliziotti incaricati di dare la caccia ai criminali sono, se possibile, ancora più spietati delle loro prede e si lasciano andare con facilità a esecuzioni sommarie, piazzamento di prove compromettenti, provocazioni di varia natura. È esattamente ciò che accade in The Shield, potrebbe dire qualcuno e avrebbe anche ragione, ma solo in parte, perché nel mondo di Michod è la vera e propria disperazione e la mancanza di prospettive (anche in rapporto ad un’indagine giunta ad un punto morto), a muovere le azioni delle parti in gioco, in The Shield tutto si gioca invece sull’avidità, poi, solo poi, arriva l’istinto di autoconservazione che muove anche i membri della famiglia Cody.  In ultimo, come non notare quanto proprio alcune scelte della messa in scena pongano l’accento sull’elemento anticinematografico insito nella pellicola di Michod, a cui vengono costantemente negati elementi quali il pathos, la dinamicità dell’azione, la costruzione dell’evento omicida (ogni volta, questo, risolto in apocope) che sono i fondamenti del thriller.

Ci troviamo di fronte ad un film coraggioso nella forma e nel contesto sociale che decide di portare in scena, un’opera che, a maggior ragione che si tratta di un esordio, stupisce per la lucidità mostrata da David Michod nel portarla in scena e, soprattutto, nell’argomentare i nuclei tematici principali della pellicola, una pellicola che, purtroppo, è passata eccessivamente sotto silenzio del grande pubblico e che, a quasi dieci dall’uscita, merita di essere riscoperta.

Alessio Baronci

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