Alaska – Il Romanzo Di Formazione Fuori Tempo Massimo

Alaska, di Claudio Cupellini, è un film fuori dal tempo ma nel modo sbagliato. La “colpa” di Alaska non è tanto in ciò che dice ma nel modo in cui sceglie di sviluppare le sue argomentazioni.

Alaska vuole essere, a ben guardare un film-saggio sulle ambizioni, sull’avidità, sui rischi del “cambiare stato” (come direbbe Verga) oltreché sui percorsi incredibili che a volte compie l’amore. Di fronte a noi c’è dunque un film dall’anima sfaccettata e densissima, in cui ricorrono temi già presenti e sfruttati all’inverosimile nella cinematografia del passato e del presente ma che può, in fondo, avere moltissimo da dire se approcciato in modo pregno e originale, che sia in termini stilistici o di puro storytelling.

Come si diceva, purtroppo, il film di Cupellini non brilla né nel primo, né nel secondo ambito (occorrenza ancora più stupefacente se si pensa che Cupellini è uno dei registi di punta di Gomorra, un progetto che certo non si fa problemi a “parlare”, attraverso la sua regia e se ci si rende conto che Alaska è la prima esperienza del regista dopo il tour de force svolto sul set della prima stagione della serie).

Se allo spettatore medio Alaska appare come un’appassionante storia d’amore e passione tra due persone letteralmente fuori dal mondo, due outsider della società che proprio attraverso la loro unione sembrano riuscire a creare un microcosmo sentimentale indipendente e (almeno apparentemente) puro se posto al confronto con le storture e le ambiguità del cosiddetto Mondo Reale, una situazione ben diversa si pone di fonte allo spettatore anche solo leggermente più “avvertito”, consapevole di ciò che sta guardando.

Alaska 1
Still dal film “Alaska”

Potremmo definire Alaska, a ben guardare, un film che finge di essere d’autore nascondendo come può la sua natura di progetto a suo modo superficiale e che punta a far leva alla “pancia”, più che alla “testa” di chi guarda.

Alaska si muove con i tempi e nei binari del più classico dei romanzi d’appendice di stampo ottocentesco. Al centro del film c’è una coppia di innamorati che vede la loro relazione messa costantemente alla prova da agenti interni ed esterni. Prima di poter coronare il loro amore dovranno contrastare incidenti, imprevisti, disgrazie di varia natura, femme fatale tentatrici, la brutalità di uomini che vogliono approfittarsi della giovane donna, alcune tragiche scelte, tradimenti e chi più ne ha più ne metta, il tutto fino ad un epilogo che, nella sua indubbia originalità, mostra forse con ancor più evidenza la discendenza del progetto di Cupellini da quella radice ottocentesca a cui finora si è accennato.

L’inizio e la fine di Alaska è tutta qui. Sia chiaro, l’errore principale del film non è tanto il desiderio di riattivare delle forme di scrittura, di storytelling, in fondo vecchie di duecento anni e ormai desuete, l’errore principale consiste nel voler organizzare un film attorno a tali forme senza che tali forme siano mediate da uno spirito critico che le attualizzi pienamente al contesto produttivo e sociale in cui vengono inserite. Cupellini si limita quindi a prendere i fondamenti del romanzo d’appendice e a inserirli, fatti e finiti, nel continuum della narrazione e lo strappo, la sensazione di “fuori posto”, il lieve imbarazzo e disagio, banale a dirsi, si percepiscono con una chiarezza disarmante.

Alaska 2
Still dal film “Alaska”

Sul piano del puro storytelling avvenimenti di rilievo e impatto sempre maggiore sulla trama si affastellano gli uni sugli altri senza soluzione di continuità (in ossequio a quella tradizione del romanzo d’appendice che vuole il lettore costantemente avvinto da una narrazione che non lascia tregua), perdendo di vista la coesione narrativa ed impedendo alla storia di distendersi per permettere a chi guarda di empatizzare davvero con i protagonisti; sulla stessa linea si muove l’organizzazione dei colpi di scena e dei turning point della narrazione. La diegesi sembra affannarsi nel tentativo di riempire la storyline del più alto numero di colpi di scena possibile, ognuno creato ad arte per stupire, commuovere, scuotere lo spettatore. Il punto, tuttavia, è che da un lato questi turning point sono fastidiosamente prevedibili, dall’altro nessuno sembra aver previsto quanto quest’inflazione di colpi di scena di fatto renda difficilmente credibile la narrazione, con lo spettatore che dapprima sembra commuoversi per i modi in cui il destino mette alla prova i due amanti, ma subito dopo accoglie ogni nuovo problema nella loro storia con quel sorriso accondiscendente che si fa a quell’interlocutore che pensa di raccontarci la storia più appassionante mai raccontata. I protagonisti, agli occhi dello spettatore, passano dunque dall’essere ultimi paladini del vero amore contro le brutture della società all’essere due delle persone effettivamente più sfortunate del globo terracqueo, in grado di reagire, quando va bene, solo alzando le mani, sfasciando gli arredi della scena o urlando come neanche in un film di Muccino d’annata.

Alaska 3
Still dal film “Alaska”

Alaska è quindi un rigore a porta vuota sbagliato, non fosse altro perché avendo per le mani un talento come Elio Germano (Cupellini ha più volte detto che il ruolo di Fausto è stato scritto appositamente per lui) e un occhio pulito e un senso della ripresa come quello del regista sembra incredibile che il progetto sia di fatto naufragato in maniera così goffa e integrale, riducendosi di fatto ad un film superfluo, fuori dal tempo, buono solo per una visione passeggera che di fatto non lascia nulla allo spettatore.

Alessio Baronci

© Riproduzione Riservata