Watchmen: Scommettere sugli antieroi

Chi ha ucciso l’ex vigilante mascherato noto come “il Comico”? È la domanda da cui prendono le mosse sia il celeberrimo graphic novel Watchmen (1986-87, testi di Alan Moore e disegni di Dave Gibbons) sia l’adattamento cinematografico diretto da Zack Snyder nel 2009. Ed entrambi si snodano mostrandoci un ipotetico 1985 dove un incidente nucleare ha trasformato il fisico americano Jon Osterman nel primo vero superuomo (anzi, semidio) del pianeta: tale da garantire agli Stati Uniti la vittoria in Vietnam ma anche da portare la tensione con l’Unione Sovietica ai massimi storici. Popolano l’affresco una variegata galassia di vigilanti in costume, ben poco “super” e ancora meno “eroici”: nichilisti sociopatici, sicari governativi e criminali di guerra, oppure donne e uomini fin troppo comuni, soverchiati e paralizzati dai propri disagi affettivi, esistenziali, sessuali. Insomma, i supereroi come probabilmente sarebbero e agirebbero davvero nel nostro mondo, con i suoi parametri assai meno limpidi e ingenui che nei classici albi di carta e inchiostro.

Il film di Snyder non mise e non mette tuttora d’accordo né i fan del fumetto né i profani, e forse inevitabilmente. Non tanto e non solo per i contenuti, quanto per l’oggettiva difficoltà di tradurre nel format cinematografico un romanzo a fumetti di centinaia di tavole divise in dodici capitoli: dove il fascino e la forza del racconto risiedono essenzialmente nella capacità di costruire un mondo verosimile e minuziosamente articolato in cui immergersi progressivamente, vignetta dopo vignetta. Più ancora che nella decostruzione del supereroe o nell’intreccio tra noir e apologo fantapolitico, la grandezza del graphic novel sta proprio nella narrazione ampia e dilatata fatta di simmetrie e particolari, dove tutto, e soprattutto i dettagli apparentemente di secondo piano, contribuisce a restituire l’effetto di realtà e la pluralità di chiavi di lettura dell’ucronia rappresentata.

Probabilmente una sfida del genere poteva essere vinta in pieno solo da una miniserie tv o da quel film di otto ore che ipotizzava Terry Gilliam. Snyder invece, nel raccogliere la scommessa, opta per far incontrare le esigenze del blockbuster con una sostanziale, legittima fedeltà al materiale di partenza, e il risultato non può che tradire i limiti intrinseci dell’operazione: le digressioni tra passato e presente, sottratte al respiro della narrazione per capitoli e compresse in un montaggio di due ore e quaranta, a tratti appesantiscono il film anziché potenziarne l’impatto. Allo stesso modo la densità tematica del fumetto (che spazia dalla percezione del tempo al confine tra bene e male alla satira della società statunitense), rinchiusa nei tempi ristretti del film, ha trasmesso fatalmente a molti un’impressione di sovrabbondanza e cerebralità esagerata, piuttosto che di ricchezza e profondità. Si aggiungano i limiti specifici dell’approccio di Snyder, che carica fin troppo i momenti splatter e quelli erotici, laddove i fumettisti sapevano provocare tanto più efficacemente giocando sull’equilibrio tra mostrato e celato nei passaggi più espliciti della narrazione.

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Still dal film “Watchmen”

Un esperimento fallito e da buttare via, dunque, questo Watchmen del 2009? Niente affatto, perché, al netto delle sue imperfezioni, resta un tentativo coraggioso di trasporre su un mezzo diverso (molto più di quanto spesso si pensi) una delle opere letterarie più complesse e importanti dell’ultimo scorcio del Novecento. Un tentativo che resta a tutt’oggi, comunque la si veda, una delle rappresentazioni più audaci mai proposte del supereroe al cinema. Un tentativo che, per giunta, nei suoi momenti più felici riesce ad offrire delle sequenze memorabili, dove l’incontro tra i linguaggi funziona al massimo grado: su tutte, il potentissimo incipit, dalla prima inquadratura ai titoli di testa sulle note di The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan: la riscrittura corrosiva della storia e della cultura pop recente, il ribaltamento del mito supereroistico, la costruzione nei minimi dettagli di un universo alternativo, da fumetto in movimento reso brutto sporco e cattivo come la realtà, sono già perfettamente sintetizzati in quei primi dieci minuti. E, se non tutti i protagonisti in carne e ossa reggono il confronto con le controparti disegnate, la performance di Jackie Earle Haley nella parte e nella maschera di Rorschach vince sulle semplificazioni imposte dallo script alla caratterizzazione del personaggio, regalandoci uno dei più riusciti antieroi dei cinecomics. Un film che merita comunque di essere visto, perciò, e una delle più radicali alternative al supereroe “per famiglie” di prodotti odierni che rassicurano di più e rischiano (molto) meno.

Emanuele Bucci

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