Unsane – Soderbergh Tra Sorveglianza Pervasiva E Punto Di Vista

L’idea che si sta facendo strada tra gli addetti ai lavori è che dietro al recente annuncio del suo ritiro ci sia in realtà la volontà, da parte di Steven Soderbergh, di allentare su di lui la pressione di critici, studiosi e festival vari per potersi dedicare in tranquillità a prodotti che avessero in nuce una natura di ricerca più marcata di altri suoi progetti.
Logan Lucky, di fatto un esempio di satira politica sporcata dagli stilemi dell’heist movie e applicata a quell’America rurale che ha sancito in massima parte la vittoria di Trump, è il progetto che ha fatto intuire questo nuovo corso della carriera di Soderbergh, adesso, con Unsane, le linee di studio del regista di Atlanta diventano sempre più evidenti.
Si parte con l’annotare un elemento forse ovvio per il cinema e lo stile di Steven Soderbergh ma non così evidente se, analizzando Unsane, ci si sofferma solo sul suo carattere più o meno sperimentale di pellicola girata interamente con l’ausilio di un Iphone 7.

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Still dal film “Unsane”

È straordinario notare infatti come, se da un lato la ripresa da cellulare è un elemento determinante e caratterizzante per il senso profondo del progetto, come si vedrà tra poco, al contempo quest’elemento tecnologico non è, paradossalmente, quello su cui si regge il film stesso che, di fatto, se si ignora la tecnica di realizzazione con cui è girato, si discosta ben poco, stilisticamente, dai precedenti di Soderbergh.

Piuttosto, prima di qualsiasi altra cosa, Unsane si pone come uno studio per attore e personaggio, un intimo duetto tra Steven Soderbergh e Claire Foy con al centro la tematizzazione degli elementi tipici della nevrosi. Unsane è letteralmente retto dall’interpretazione di Claire Foy, Unsane è scritto sulle espressioni dell’attrice, sulla sua delicatezza che diventa rigidità a seconda dei cambi d’umore del suo personaggio, sui suoi scatti d’ira improvvisi, sulle sue grida d’aiuto, soprattutto sulla sua abilità di far dubitare chi guarda della natura profonda di Sawyer, certamente rinchiusa senza una reale motivazione in manicomio ma con buona probabilità contraddistinta anch’essa da elementi psicotici e nevrotici pronti a esplodere alla prima occasione utile, come dimostra una delle ultime sequenze, ambientata nella camera di contenimento del manicomio.

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Still dal film “Unsane”

Tutto parte, dunque, dal personaggio di Sawyer e dall’interpretazione di Claire Foy, poi, solo poi, ci si preoccupa di “posizionare” all’interno del sistema-film la ripresa attraverso l’I-Phone, solo in un secondo momento si è pronti a interrogarsi sulle potenzialità di uno strumento del genere in rapporto al progetto a cui si sta lavorando e alla storia che si intende raccontare.
A differenza di quanto accade, ad esempio, in Tangerine di Sean Baker, film del 2015 girato anch’esso interamente attraverso le lenti degli smartphone che sembra voglia sfruttare pienamente tutte le potenzialità espressive di questo strumento, giocando tutta la sua regia su movimenti di macchina coraggiosi, panoramiche irreali e uno straordinario elemento dinamico che permea la pellicola, elementi sintattici che semplicemente non potrebbero essere sviluppati da una tradizionale MdP, Unsane fa in questo senso un passo indietro e sembra voler puntare sullo smartphone proprio perché lo smartphone pone delle limitazioni in atto al cineasta che ne voglia fare uso come strumento di ripresa, limitazioni che in questo senso, come si vedrà, faranno buon gioco al senso profondo del progetto di Soderbergh.

La regia di Unsane si caratterizza in effetti per l’assenza generale di mezze misure in termini di visione.
Di fronte allo spettatore si susseguono o dei totali in cui i soggetti inquadrati sono ripresi da lontano e quasi “staccano” a contatto con lo sfondo o dei primissimi piani che valorizzano i dettagli, le imperfezioni dei volti e l’espressività degli attori, in fondo le uniche due grandi categorie di inquadrature capaci di rendere l’azione sulla scena attraverso le lenti di un IPhone senza perdere il controllo dell’immagine.

Al di là di questo, tuttavia, è abbastanza evidente quanto gli elementi che compongono questa regia a suo modo “costretta” diventino i vettori delle diverse letture che sostanziano Unsane.
La prima è una lettura fortemente rivolta al personaggio di Sawyer. Noi spettatori esperiamo il film, l’azione sulla scena, adottando nella gran parte dei casi il suo punto di vista e dunque la realtà con cui ci confrontiamo è un reale fortemente distorto dalla tecnologia fino a fargli assumere tratti ansiogeni, psicotici, inquietanti che sono poi i fondamenti attraverso cui Sawyer stessa lo percepisce. La regia in questo senso amplifica continuamente l’ansia, lo smarrimento, l’isolamento della protagonista in manicomio e il suo essere pesce fuor d’acqua rispetto agli altri ospiti, così come pone un accento, attraverso i primissimi piani sui volti, i piani vuoti o le inquadrature in cui dominano linee spezzate e posizioni inusuali della camera che avvicinano la forma all’espressionismo tedesco, sullo straniamento generale di Sawyer durante la detenzione.

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Still dal film “Unsane”

Parallelamente a questa lettura ne scorre tuttavia un’altra, forse addirittura più interessante, una lettura che lega lo strumento puramente tecnico al contesto contemporaneo in cui è inserito lo spettatore.

Soderbergh sembra voler rimarcare l’idea della società come insieme di schermi che guardano anche senza una necessità di essere guardati che in qualche modo ne giustifichi l’esistenza, un contesto in cui la pervasività del video e degli strumenti di visione la fanno da padrone e quasi sottomettono i soggetti dello sguardo. A ben guardare, le inquadrature che si susseguono nella pellicola possiedono dei tratti che le avvicinano nella maggior parte dei casi alle riprese delle telecamere di sorveglianza o comunque a strumenti per il controllo visuale. Vengono costantemente rimarcati e amplificati elementi quali la distanza dal centro della scena e dell’azione ma soprattutto si tematizza spessissimo quanto la maggior parte delle riprese abbiano in loro un germe di casualità, che riconnette alcune strutture stilistiche al sistema del Fly On The Wall (pensiamo a come viene ripresa la chiacchierata tra Sawyer e il suo capo a inizio film, con la camera posta quasi in orizzontale sulla scrivania, quasi fosse una microspia ottica). Sull’altro piatto della bilancia ecco che i primissimi piani e l’enfasi sul dettaglio visivo possono funzionare anche come ulteriore ritorno sulla pervasività aggressiva dei dispositivi di visione.

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Still dal film “Unsane”

Unsane è dunque uno dei progetti squisitamente sperimentali più validi degli ultimi anni. Con una sola pellicola, un solo progetto, Steven Soderbergh dimostra come si possa essere allo stesso tempo al passo con i tempi (in fondo la storia di Unsane è la storia di rivalsa di un personaggio femminile forte in ossequio alle tendenze del cinema contemporaneo), fare ricerca e, soprattutto, regalare alla sala un grande film partendo da una premessa semplicissima, a riprova del fatto che il cinema, quello vero, passa prima di tutto attraverso le idee e poi attraverso gli strumenti.

Alessio Baronci

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